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Dubbi sull’italiano? Risponde il linguista/3

Language columnIl linguista
AuthorMassimo Arcangeli
Date 19 agosto 2011


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Mi avvalgo del GRADIT (Grande dizionario italiano dell’uso, ideato e diretto da Tullio De Mauro), da cui traggo le due voci cioccolata e cioccolato:
[2]
cioccolata s.f., agg.inv.
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(AU) [1606; der. di cioccolato]
[4]
1 s.f. cioccolato: una tavoletta di c.
[5]
2 s.f. cioccolata calda: una tazza di c., c. con panna
[6]
3 agg.inv. di colore bruno scuro: giacca color c.
[7]
cioccolato s.m., agg.inv.
[8]
(AU) [av. 1660; dallo sp. chocolate, propr. "bevanda di cacao", 1580, nahuatl class. chocolatl]
[9]
1 s.m. alimento costituito da una miscela di cacao e zucchero, con eventuale aggiunta di aromi, essenze o altre sostanze che viene venduto in polvere o sotto forma di tavolette, cioccolatini, ecc.: torta al c., gelato al c., uova di c., c. alle nocciole, pane e c.
[10]
2 agg.inv. di colore bruno scuro: giacca color c., pelle color c.
[11]
SINONIMI: cioccolata (1)
[12]
Come potrà vedere, le due parole sono diventate oggi apparentemente sinonimiche, ma non lo erano sicuramente in passato.
[13]
Per anni si è anzi discusso su quale fosse la prima variante italiana: per il DELI (Dizionario etimologico della lingua italiana, a cura di Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli [seconda edizione in cd-rom a cura di Manlio Cortelazzo e Michele A. Cortelazzo, Bologna, 2000]) cioccolato deriverebbe da cioccolata, voce giunta in italiano dall'azteco chocolatl o chocollatl, attraverso lo spagnolo chocolate; il GRADIT ribalta questa interpretazione rifacendosi probabilmente proprio alla voce spagnola chocolate (s. m., 1. 'Pasta hecha con cacao y azúcar molidos, a la que generalmente se añade canela o vainilla'; 2. 'Bebida que se hace de esta pasta desleída y cocida en agua o en leche'), attestata fin dal 1580.
[14]
Ad ogni modo, le numerose varianti presenti in italiano nel XVII sec.
[15]
(cioccolate, cioccolatte, cioccolato, cioccolata, ecc.) trovano il loro archetipo in un passo del Trattato di meravigliosi secreti di Iosua Ferro, pubblicato a Venezia nel 1606 (ma il privilegio di stampa è del 1602): «A questa massa vien aggionta una quarta parte di farina di Mais brustolato e macinato, che qua si chiama mio Turco, della medesima sorte del Cacau, e qualche garofano, e canella, o pevere dell'Indie, e un frutto chiamato Caracol, cioè bovolo, similmente macinato in poca quantità, perché è cosa calida, e che tempera la freddezza del Cacaù; questa massa si chiama Ciocolate [...] (cit. da B. Porcelli, Ancora su cioccolate, in Italianistica XVIII, 1989, pp. 433-434; ma lei può leggere direttamente il passo dall'originale fotoriprodotto all'indirizzo http://books.google.it/books?id=XJ47wIS77T4C&pg). Molto interessante in proposito la voce cioccolata in Profili di parole di Bruno Migliorini (Firenze, 1968), in cui l'autore riporta le numerose varianti e traccia tutta la storia relativa all'introduzione e alla diffusione del prodotto e all'attuale differenziazione fra cioccolata 'bevanda' e cioccolato 'in tavolette'. In buona sostanza, cioccolata è variante minoritaria di cioccolato nel significato di miscuglio solido di zucchero, cacao e altre sostanze’, ma cioccolato non è sinonimo di cioccolata nel significato di bevanda preparata con cacao bollito in acqua o latte’ (noti come anche nel GRADIT emerga tale differenza). Quindi: "Io mangio una barretta di cioccolato" (o "di cioccolata"), ma "Io bevo della cioccolata calda" (ma non "del cioccolato caldo"). Anche questa differenza tuttavia tende a svanire nell'uso, tanto che non è difficile leggere ricette dal titolo "Preparare un cioccolato caldo" (http://forum.alfemminile.com/forum/f181/__f43_f181-X-fare-il-cioccolato-caldo-denso.html).
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Venendo alla seconda parte della sua domanda, le dirò che non saprei quantificare in che misura il mercato e l'industria influiscano sull'evoluzione della lingua; di certo tale influenza ha un peso rilevante nell'uso linguistico e probabilmente sempre di più ne avrà in futuro, se è vero che "le agenzie" della lingua sono cambiate ormai da anni, e non risiedono più negli scrittori o nei grammatici, ma in tanti modelli veicolati dalla televisione e dalla pubblicità (non mancano del resto - le potrei suggerire qualche titolo - studi scientifici sul linguaggio dei "vecchi" come dei "nuovi" media, primo fra tutti internet).
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Non credo però che Google e gli altri motori di ricerca siano, in sintesi, l'esatta rappresentazione della lingua del futuro: essi rappresentano certamente delle spie importanti, che mettono in evidenza possibili evoluzioni, ma non sono - se mi concede la metafora - il Vangelo attorno a cui ruota una lingua.
[18]
In altre parole, non sarebbe giusto considerare internet un modello assoluto a cui guardare, come forse non era giusto in passato cristallizzare il proprio orizzonte solo sui grandi scrittori (altrimenti oggi il nostro vocabolario sarebbe formato da poche migliaia di parole, a fronte delle centinaia di migliaia che lo compongono).
[19]
Da parte mia - ma questo è forse un limite, lo riconosco - non riesco ad avere per questo o quel modello un atteggiamento fideistico, e continuo a confidare nella coscienza e nella capacità di giudizio di ogni singolo parlante.
[20]
Rocco Luigi Nichil
[21]
Francesca scrive:
[22]
6 gennaio 2012 alle 09:30
[23]
Mi sono cascate le braccia l'altra sera quando ho sentito il neo-ministro Profumo usare "piuttosto che" come elencativo (o comunque si dica, sono sicura che voi capirete!), mi sono sovvenuta anche di un bell'articolo letto sull'argomento in questo sito, ma non sono riuscita a ritrovarlo.
[24]
Mi domando da che cosa derivi quest'uso, che mi pare piuttosto "nordista".
[25]
Grazie.
[26]
Francesca
[27]
linguista scrive:
[28]
6 gennaio 2012 alle 09:35
[29]
A questo proposito riporto un post di Marcello Ravesi del 13/07/2009:
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«Nella sintassi del periodo piuttosto che introduce una comparativa di maggioranza o una subordinata avversativa (piuttosto che sposarti, mi faccio prete); suggerisce, cioè, un’idea che, è al contempo, di preferenza di un elemento e di esclusione di un altro. L’uso sbagliato di piuttosto che disgiuntivo, cioè al posto di o, è un regionalismo settentrionale da qualche tempo molto in voga. Tuttavia, questo è un modo d’uso non solo grammaticalmente sbagliato, ma che può anche generare degli equivoci. Di fronte a una frase come: è interessante notare quanti giovani italiani si indirizzino verso le grandi università britanniche piuttosto che verso quelle francesi, chi ascolta, o legge, sarà portato a domandarsi come mai gli studenti italiani disdegnino le università francesi, restando dunque ingannato dall’uso erroneo del piuttosto che . Quindi la frase di solito la mattina mi vesto in bianco piuttosto che in nero non è sbagliata in , ma lo è quando nelle intenzioni del locutore si tratta di congiunzione invece che di esclusione».
[31]
(Marcello Ravesi)
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Marco Maggiore
[33]
Marco scrive:
[34]
6 gennaio 2012 alle 09:42
[35]
Che tipo di costruzione sintattica è quella così formulata:"Non aveva che la sua forza", che la su forza è complemento oggetto più attributo?
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linguista scrive:
[37]
6 gennaio 2012 alle 09:54
[38]
La costruzione diviene più chiara esplicitando il pronome altro sottinteso: Non aveva (altro) che la sua forza.
[39]
La congiunzione che ricorre qui con valore eccettuativo rispetto al sintagma nominale la sua forza; oltre che un singolo sintagma (cfr. non ho che lui; non ci mancava che questa; altri che voi so ben che non m'intende, Petrarca RVF 71, 23), essa può introdurre anche una proposizione che si dice eccettuativa: non ci resta che piangere, non possiamo far altro che lottare per la salvezza ecc.
[40]
Marco Maggiore
[41]
Anna scrive:
[42]
7 gennaio 2012 alle 17:17
[43]
Devo trasformare il compl. ogg in proposizione oggettiva
[44]
Nella frase:
[45]
"I turisti notarono il cambiamento del tempo e affrettarono il loro rientro in albergo"
[46]
come potrebbe essere trasformato "il loro rientro in albergo"?
[47]
e nella frase
[48]
"Sento il miagolio del gatto: deve avere fame"
[49]
"deve avere fame"?
[50]
grazie infinite per l'aiuto
[51]
linguista scrive:
[52]
7 gennaio 2012 alle 21:21
[53]
Per quel che riguarda il primo esempio, può riformulare così: si affrettarono a rientrare in albergo.
[54]
Per quanto riguarda il secondo esempio, la domanda non è chiara.
[55]
Immagino che il sintagma da riformulare sia il miagolio del gatto (e non la proposizione deve avere fame), perciò le propongo la seguente soluzione: Sento che il gatto miagola (oppure: sento il gatto che miagola): deve avere fame.
[56]
Francesco Bianco
[57]
stefano scrive:
[58]
8 gennaio 2012 alle 11:23
[59]
Buongiorno,
[60]
La frase "guardare con avidità" è una sinestesia?
[61]
linguista scrive:
[62]
9 gennaio 2012 alle 10:23
[63]
Non direi.
[64]
Si parla di sinestesia quando sono coinvolti due domini sensoriali diversi: parole dolci, luce calda.
[65]
L'avidità non appartiene ad alcun dominio sensoriale, essendo piuttosto un tratto psicologico, caratteriale.
[66]
Francesco Bianco
[67]
Arno scrive:
[68]
9 gennaio 2012 alle 10:25
[69]
Buon anno!
[70]
Sarei molto grato se mi spiegaste che differenza c`è tra le espressioni "sulla/in/nella piazza".
[71]
E poi, "in/nella cucina (stanza,bagno ecc.). Ho qualche grammatica d`italiano per stranieri però le spiegazioni sono, diciamo, un po` diverse... Vi ringrazio in anticipo.
[72]
linguista scrive:
[73]
9 gennaio 2012 alle 11:13
[74]
Non è facile enunciare delle "regole" applicabili a tutti i contesti (sono piuttosto la pratica, l'esercizio e soprattutto la lettura ad arricchire la competenza linguistica, tanto di noi italofoni quanto di coloro che apprendono l'italiano come lingua straniera), ma posso senz'altro darle alcune indicazioni di carattere generale:
[75]
1) Nella piazza/nella cucina si riferiscono a luoghi specifici e noti: Guardia Lombardi è un borgo montano dell'Alta Irpinia.
[76]
Nella piazza principale si trova un monumento dedicato ai caduti della Grande Guerra / Nella cucina di casa mia non si può stare in più di due persone contemporaneamente: è troppo piccola!
[77]
2) Diversamente, in piazza/in cucina si riferiscono genericamente al luogo "piazza/cucina" e possono essere usati anche in espressioni cristallizzate come scendere in piazza [= andare a manifestare] e cavarsela in cucina [= saper cucinare]: Ma impera soprattutto l' immagine casalinga e artigianale della ragazza che sa lavorare a maglia e all' uncinetto e se la cava in cucina.
[78]
(«La Repubblica», 31.8.1985); Gli studenti dell'istituto tecnico Rutelli sono scesi in piazza per non perdere la succursale.
[79]
(«La Repubblica», 21.12.2011).
[80]
3) Sulla piazza si usa piuttosto in dipendenza da alcuni verbi, p. es. affacciarsi: casa mia si affaccia sulla piazza principale di Guardia Lombardi.
[81]
4) Quando il sostantivo piazza è seguito dal nome proprio, si usa la preposizione semplice: mi trovo in Piazza di Spagna (sbagliato *nella Piazza di Spagna); vado a Piazza di Spagna (sbagliato *alla Piazza di Spagna); casa mia si affaccia su Piazza di Spagna (sbagliato *sulla Piazza di Spagna).
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Se non esauriente, spero di esserle stato utile.
[83]
Buon anno anche a lei
[84]
Francesco Bianco
[85]
Arno scrive:
[86]
9 gennaio 2012 alle 12:14
[87]
Grazie, Dott.
[88]
Bianco!
[89]
Lei era molto gentile a spiegarmi.
[90]
Ora tutto è chiaro.
[91]
Grazie ancora.
[92]
Paolo scrive:
[93]
10 gennaio 2012 alle 09:59
[94]
Buongiorno a tutti.
[95]
Sappiamo che dopo le virgolette alte non ci vuole spazio se sono seguite da punteggiatura.
[96]
Pertanto, la seguente impostazione è giusta: Sostituire il box con un "modello a nuvola"(tag cloud) atto a...?
[97]
Non sarebbe meglio uno spazio, quando si incrociano 2 elementi tipografici?
[98]
Grazie come sempre
[99]
saluti
[100]
Paolo

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