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Dubbi sull’italiano? Risponde il linguista/3

Language columnIl linguista
AuthorMassimo Arcangeli
Date 19 agosto 2011


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[1]
Paolo scrive:
[2]
12 ottobre 2011 alle 23:51
[3]
PS: aggiungo altre 2 frasi d'esempio e ricordo che mi riferisco sempre all'ambiente "scritto".
[4]
1)A queste si aggiunge una maggiore predisposizione sia per la navigazione Internet mobile e che Wi-Fi.
[5]
1)A queste si aggiunge una maggiore predisposizione sia per la navigazione Internet mobile che per quella Wi-Fi.
[6]
linguista scrive:
[7]
13 ottobre 2011 alle 09:30
[8]
Il primo esempio è sicuramente errato, perché inserisce una e congiunzione in un'espressione correlativa che ammette solo "sia... sia", "sia... che" e non "sia... e che".
[9]
Il secondo esempio, dunque, non si può definire errato, anche se presenta un uso, quello del "sia... che", che si è diffuso nella nostra lingua dall'Ottocento.
[10]
Nel rispetto della tradizione, invece, sarebbe più opportuno usare "sia... sia", soprattutto se il periodo in cui si inserisce quest'espressione è composto da proposizioni relative introdotte da che (per es. A queste si aggiunge una maggiore predisposizione sia per la navigazione Internet mobile, che corrisponde a quella dal cellulare, che per quella Wi-Fi...").
[11]
Sarà più giusto dire: "A queste si aggiunge una maggiore predisposizione sia per la navigazione Internet mobile sia per quella Wi-Fi".
[12]
Anna Colia
[13]
Arcangela scrive:
[14]
14 ottobre 2011 alle 08:27
[15]
In analisi logica è corretto "non" considerarlo complemento avverbiale di negazione piuttosto che avverbio di negazione?
[16]
Le congiunzioni in analisi logica es. la e, non si analizzano.
[17]
Grazie per l'eventuale risposta
[18]
Cordiali saluti
[19]
linguista scrive:
[20]
14 ottobre 2011 alle 08:59
[21]
Perché si parli di 'complemento avverbiale' occorre che l'avverbio svolga nella frase la funzione di un complemento.
[22]
Ad esempio in fu picchiato ferocemente l'avverbio ferocemente svolge la funzione di un complemento di modo (= con ferocia), e possiamo pertanto definirlo un complemento avverbiale di modo.
[23]
In questo momento non mi sovvengono usi analoghi dell'avverbio di negazione non, tali da rendere opportuna la sua definizione; ma se ha in mente qualche esempio, non esiti a proporlo.
[24]
Marco Maggiore
[25]
andrea scrive:
[26]
14 ottobre 2011 alle 09:02
[27]
Nelle frasi "Marco, dove sei?", "Mamma, dove sei?" come si chiama la funzione svolta da "Marco" e "mamma" di nominare direttamente la persona? appellativa?
[28]
linguista scrive:
[29]
14 ottobre 2011 alle 09:03
[30]
Si tratta del complemento vocativo o di vocazione.
[31]
In lingue come il latino e il lituano questa funzione è espressa da un caso nominale detto 'vocativo'.
[32]
Marco Maggiore
[33]
Gino scrive:
[34]
14 ottobre 2011 alle 09:08
[35]
Salve a tutti.
[36]
Per cortesia, vorrei sapere se è sbagliato nidificare i 2 punti.
[37]
La banca permette di investire in:
[38]
- fondi: strumenti ad alto rendimento;
[39]
- certificati: strumenti dal rendimento medio;
[40]
- obbligazioni: strumenti dal rendimento basso.
[41]
Grazie e saluti
[42]
Gino
[43]
linguista scrive:
[44]
14 ottobre 2011 alle 09:10
[45]
Esempi come quello proposto non sono rari nell'italiano pubblicitario.
[46]
I due punti vi ricorrono con funzioni diverse: il primo della serie serve a introdurre un elenco (fondi; certificati; obbligazioni), mentre gli altri hanno la funzione di esplicitare informazioni specifiche a proposito dell'elemento che precedono.
[47]
Lo stesso segno assolve dunque compiti differenti; a mio avviso non è un uso scorretto.
[48]
Marco Maggiore
[49]
Riccardo scrive:
[50]
14 ottobre 2011 alle 10:24
[51]
Chiedo gentilmente se sia possibile scaricare interamente l'archivio, se c'è, con tutti gli interventi degli appassionati a questo blog e le relative risposte dei professori.
[52]
Grazie.
[53]
linguista scrive:
[54]
14 ottobre 2011 alle 10:30
[55]
Purtroppo non esiste un archivio organizzato sistematicamente, ma può scaricare tutto dal sito.
[56]
Grazie dell'interesse e della partecipazione!
[57]
Marco Maggiore
[58]
Fausto Raso scrive:
[59]
14 ottobre 2011 alle 11:25
[60]
A proposito della risposta di Maggiore ad Arcangela.
[61]
Credo che il "non", complemento avverbiale (di negazione), si possa "individuare" in questo esempio: Guardare la televisione NON mi piace.
[62]
linguista scrive:
[63]
14 ottobre 2011 alle 13:14
[64]
La negazione in analisi logica non è considerata un complemento, ma è trattata unitamente al verbo: ad esempio la frase Luisa non canta andrebbe analizzata nel seguente modo: Luisa (soggetto) non canta (predicato verbale); eventualmente si può specificare la presenza dell'avverbio negativo (non canta = negazione + predicato verbale).
[65]
Il complemento è un'espressione in grado di completare, specificare o arricchire il significato del nucleo frasale costituito da soggetto e predicato; in modo analogo per complemento avverbiale - come ha precedentemente osservato Marco Maggiore - si intendono quegli avverbi o quelle locuzioni avverbiali che forniscono informazioni su dove, quando e in che modo avviene ciò che è affermato nel predicato o nella frase.
[66]
La categoria di complemento di negazione non è prevista in analisi logica ( nelle teorie linguistiche), anche perché la negazione rientra nel sintagma costituito dal verbo o dagli altri elementi cui si riferisce.
[67]
Va ricordato inoltre che la denominazione di avverbio di negazione in riferimento a non si basa sul carattere indeclinabile di questa particella, che in realtà presenta un comportamento semantico e sintattico particolare rispetto ad altri tipi di avverbi, intervenendo a seconda della sua portata sulla modalità della frase.
[68]
Elisa De Roberto
[69]
Luca scrive:
[70]
16 ottobre 2011 alle 18:30
[71]
Escludendo il verbo essere, in quali casi si può apostrofare "ci"?
[72]
Sono scorrette le forme "c'abbiamo, c'ascolta"?
[73]
Mi pare si possa scrivere "c'interessa".
[74]
Comunque,esiste una regola grammaticale precisa in questi casi?
[75]
linguista scrive:
[76]
17 ottobre 2011 alle 14:42
[77]
Le forme che lei cita (c’abbiamo, c’ascolta), per motivi diversi, non appartengono all'italiano standard, almeno non a quello scritto: in altre parole, come ricorda Luca Serianni, l'elisione «[c]on ci e gli può essere espressa graficamente solo se la vocale seguente è una i e in c'è, c'era, ecc.» (Luca Serianni, Italiano, VII 34).
[78]
A questi ultimi esempi, aggiungerei le forme di un verbo procomplementare (= 'che si usa stabilmente con particelle clitiche procomplementari') come entrarci (cfr. ad esempio, la fraseologia proposta dal GRADIT, per l'accezione 'avere parte, attinenza, relazione con qcs.': che c'entra questo con quanto è accaduto?, non c'entra niente, io non c'entro!).
[79]
Quindi, scriveremo c'interessa 'interessa a noi', ma non c'ascolta 'ascolta noi' (ricordi che il pronome, a seconda dei contesti, può avere valore di complemento oggetto o di complemento di termine).
[80]
Ben diverso il discorso relativo al parlato, dove l'elisione è invece usuale: «ci amiamo sarà realizzato correntemente come [?a’mjamo] e solo con una pronuncia particolarmente curata come [?ia’mjamo]» (ibidem).
[81]
La forma c'abbiamo merita un'ulteriore precisazione.
[82]
In unione con il verbo avere, la particella ci con valore "pleonastico" e "attualizzante" rappresenta uno dei tratti tipici dell'«italiano dell'uso medio» (Francesco Sabatini) o «neostandard» (Gaetano Berruto): forme come "c'ho venti euro" (per "ho venti euro"), "C'avete fame?" ("Avete fame?"), o ancora "Ci ho freddo!" ("Ho freddo") sono abbastanza frequenti nella lingua parlata, ma vanno decisamente respinte nello scritto, come nelle situazioni più sorvegliate di parlato.
[83]
Del resto, come scrive Sabatini, non è possibile «rendere con la grafia normale la pronuncia della c isolata, conservando per di più l'h grafica del verbo» (Francesco Sabatini, L'«italiano dell'uso medio»: una realtà fra le varietà linguistiche italiane, in Gesprochenes Ilalienisch in Geschichte und Gegenwart, a cura di G. Holtus e E. Radtke, Tubinga, Narr, p. 161).
[84]
In altri termini, *c'ha corrisponderebbe ad una pronuncia ['ka], ma allo stesso tempo la grafia ci ha suggerirebbe la pronuncia [?i'a], invece di ['?a] (problema che ovviamente vale anche per le forme c'ascolta, c'abbatte, ecc.).
[85]
Rocco Luigi Nichil
[86]
Antonio Di Taranto scrive:
[87]
17 ottobre 2011 alle 15:40
[88]
Alcuni dizionari definiscono tanti verbi della lingua italiana come verbi pronominali transitivi o intransitivi (per es. De Mauro), altri come riflessivi.
[89]
Quale definizione è più esatta e/o da preferire?
[90]
linguista scrive:
[91]
17 ottobre 2011 alle 15:41
[92]
Gli intransitivi pronominali , detti anche riflessivi intransitivi, sono verbi in cui il pronome atono non ha valore riflessivo essendo parte integrante del verbo (per es. pentirsi); in tal senso, è forse più chiara la definizione intransitivi pronominali.
[93]
Nei verbi propriamente riflessivi, invece, il pronome ha un effettivo valore riflessivo: diretto (lavarsi), reciproco (salutarsi), indiretto (domandarsi).
[94]
In quest’ultimo caso si parla di transitivi pronominali o anche di riflessivi indiretti (o apparenti), poiché l’azione verbale non si riflette direttamente sul soggetto, ma si svolge comunque a suo beneficio, nel suo interesse o per sua iniziativa (in domandarsi, per es., il pronome atono non rappresenta un complemento oggetto bensì un complemento indiretto: domando a me stesso).
[95]
Marcello Ravesi
[96]
GABRIELLA scrive:
[97]
17 ottobre 2011 alle 15:55
[98]
DUBBIO: NON MI RICORDO BENE SE LA CASA ABBIA O HA UN GIARDINO O NO???
[99]
linguista scrive:
[100]
17 ottobre 2011 alle 16:00

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