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Dubbi sull’italiano? Risponde il linguista/5

Language columnIl linguista
AuthorMassimo Arcangeli
Date 14 ottobre 2012


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[1]
In soldoni, si considera prototipico uno schema di flessione che ha un'applicazione più larga entro una determinata lingua e si presenta più abitualmente, incontrando meno restrizioni.
[2]
Nella sua voce dedicata al superlativo dell'Enciclopedia dell'Italiano, Livio Gaeta osserva che il tipo di superlativo assoluto in -issimo non è prototipico, nonostante la sua alta produttività.
[3]
Quanto all'esempio rossissimo da lei proposto, siamo appunto di fronte a uno di quei casi in cui l'impiego del superlativo elativo può essere evitato a vantaggio di espressioni diverse: un rosso più intenso, più vivido.
[4]
Marco Maggiore
[5]
Cla92 scrive:
[6]
7 giugno 2013 alle 19:01
[7]
Buongiorno, sto preparando un esame di linguistica sincronica e mi è venuto un dubbio riguardo i plurali delle parole uscenti in -io non accentate sulla sulla i di -io.
[8]
Nelle grammatiche si riporta che, in questo caso,il plurale debba essere formato con la -i semplice.
[9]
Nella scomposizione in morfemi della parola "fornai", ho avuto un dubbio:dal momento che nel mio libro di testo, è riportato che il morfema derivazionale è -ai-, mi sono chiesto se in questo caso siamo di fronte a un morfema zero per il maschile plurale, in quanto al maschile singolare, al femminile singolare e plurale le desinenze che cambiano sono solo -o, -a, -e (fornaio,fornaia,fornaie).
[10]
Ho preso in considerazione anche il fatto che il latino mantiene le due -ii (filius-->filii), però l'italiano fa (figlio-->figli), quindi mi sono allora chiesto se la mancanza delle due -ii nel plurale abbia un'origine diacronica a me sconosciuta.
[11]
linguista scrive:
[12]
7 giugno 2013 alle 20:33
[13]
Caratteristica delle lingua flessive come l'italiano è che i morfemi vocalici si fondono tra loro rendendo difficile la loro analisi.
[14]
Nel caso di fornai siamo di fronte alla fusione di due morfemi, il suffisso -ai e il morfema flessivo -i.
[15]
Si deve considerare che nel caso di figlio/figli, la i finale del plurale non può che essere il morfema flessivo, perché la i di figlio è un segno diacritico, che ha il valore di "coefficiente di palatalità".
[16]
Esso serve al singolare, per impedire la pronuncia *figlo, ma non ha motivo di apparire nel plurale.
[17]
Nel caso di fornai, inoltre, si tratta di un plurale ricreato analogicamente sul singolare.
[18]
L'originale plurale era, infatti, fornari.
[19]
La ragione della discrepanza tra singolare e plurale era che in fiorentino il gruppo -RJ- (dove J rappresenta la semivocale jod) perdeva la R; così l'esito del suffisso latino -ARIUS è -aio.
[20]
Al plurale, invece, la R era seguita da i vocale (risultante dalla fusione delle due i di -ARII), non semivocale.
[21]
Fabio Ruggiano
[22]
Cla92 scrive:
[23]
8 giugno 2013 alle 00:00
[24]
La ringrazio per la cortese risposta.
[25]
E invece nel passaggio dal latino all'italiano come è stata ottenuta la forma veggo che è allomorfo di vedo?
[26]
linguista scrive:
[27]
8 giugno 2013 alle 19:58
[28]
Gli allomorfi di vedo sono almeno due in fiorentino, veggio e veggo.
[29]
Il primo è la forma derivata dalla palatalizzazione della dentale operata dalla jod che la segue.
[30]
Questa forma è usata nel Trecento (la Commedia di Dante ha solo quella, Boccaccio alterna tra questa e veggo, ma con netta preminenza di veggio, Petrarca ha sempre veggio tranne un veggo).
[31]
Veggo fu presumibilmente forgiato per analogia con altri verbi che uscivano in -go, come giungo.
[32]
Si diffonde a partire dal Quattrocento: lo si trova, ad esempio, in Alberti e in Machiavelli.
[33]
Curiosamente Bembo (Prose, III, 27) sostiene che la forma originaria sia veggo, a cui i poeti a volte avrebbero aggiunto una i, formando veggio.
[34]
Anche per via di questa opinione, veggo si è mantenuto a lungo.
[35]
Manzoni nel Fermo e Lucia alterna veggo/veggono e veggio/veggiono; poi nella Quarantana opta per la forma più moderna, vedo/vedono, e la mantiene con coerenza.
[36]
Ovviamente quest'ultima deriva dalla generalizzazione della d delle forme che non hanno la jod, quindi non subiscono la palatalizzazione: vedi, vedere ecc.
[37]
Fabio Ruggiano
[38]
V.
[39]
P. scrive:
[40]
10 giugno 2013 alle 09:10
[41]
Gentili linguisti, quale tra le seguenti soluzioni interpuntive è preferibile?
[42]
1.
[43]
«Paul Valéry è la personalità del nostro secolo che meglio ha definito la poesia come una tensione verso l'esattezza» (Italo Calvino, Lezioni Americane).
[44]
2.
[45]
«Paul Valéry è la personalità del nostro secolo che meglio ha definito la poesia come una tensione verso l'esattezza».
[46]
(Italo Calvino, Lezioni Americane)
[47]
linguista scrive:
[48]
10 giugno 2013 alle 09:15
[49]
Direi senz'altro la prima, con il punto dopo la chiusura delle perentesi.
[50]
Marcello Ravesi
[51]
Luca scrive:
[52]
10 giugno 2013 alle 09:50
[53]
Il pronome "glielo", ha in il valore di complemento oggetto e di termine.
[54]
Dovendo fare l'analisi logica della frase: io glielo ho detto, è coretto scrivere:gli= a lui;
[55]
lo= complememento oggetto?
[56]
Rimarrebbe fuori la "e" che congiunge.
[57]
Bisogna segnalarla nell'analisi? grazie
[58]
linguista scrive:
[59]
10 giugno 2013 alle 09:52
[60]
In realtà si tratta di due pronomi atoni: gli compl. di termine, lo compl. oggetto.
[61]
Quando gli è seguìto dai pronomi atoni lo, la, li, le, ne, si fonde con questi in un’unica parola assumendo la forma glie.
[62]
Il fenomeno è normale anche per le altre persone; parallelamente, infatti, si ha: lo ha detto a me / me lo ha detto.
[63]
Dunque la e di glie non è una congiunzione.
[64]
La sequenza delle due lettere ie (digramma) è qui assunta a indicare un solo fonema, cioè /e/ < /i/ (lo stesso passaggio che avviene in me < mi, te < ti, ecc.).
[65]
La i" ha quindi un valore puramente grafico, non fonetico, serve cioè ad evitare la scrizione *gle, che sarebbe foneticamente fuorviante.
[66]
Marcello Ravesi
[67]
paolo scrive:
[68]
10 giugno 2013 alle 15:32
[69]
Vorrei sapere se la seguente frase è corretta:
[70]
"Tendiamo tutti verso una meta finale ma ognuno, in questo percorso evolutivo, si trova ad uno stadio differente (e dunque ad un differente livello di consapevolezza). Da tutto questo deriva che un concetto assume significati diversi a seconda del livello di coscienza del singolo individuo".
[71]
linguista scrive:
[72]
10 giugno 2013 alle 16:27
[73]
Mi pare ineccepibile.
[74]
Alessandro Aresti
[75]
gavina scrive:
[76]
10 giugno 2013 alle 17:08
[77]
Salve!
[78]
Nella frase : "Marco spese tutti i suoi risparmi durante le vacanze."; la parola "Tutti", mi lascia un po' dubbiosa: è un aggettivo o un pronome?
[79]
Grazie!
[80]
linguista scrive:
[81]
10 giugno 2013 alle 17:30
[82]
Aggettivo: determina il sostantivo risparmi.
[83]
Alessandro Aresti
[84]
cla92 scrive:
[85]
10 giugno 2013 alle 17:45
[86]
Gentili linguisti, ho un dubbio sulla scomposizione in morfemi: nell'aggettivo "eccettuativo", posso considerare ec- come un morfema a stante, derivato dal latino ex?
[87]
Posso dividere la parola così: ec-cettu-(a)tiv-o?
[88]
linguista scrive:
[89]
10 giugno 2013 alle 19:36
[90]
No, perché l'aggettivo deriva da eccettuare, non da *cettuare.
[91]
Alessandro Aresti
[92]
Valerio scrive:
[93]
10 giugno 2013 alle 21:55
[94]
Gentile linguista,
[95]
nella proposizione "Quando il cielo è nuvoloso, l'animo è triste", l'espressione "l'animo è triste" costituisce metafora?
[96]
La mia professoressa di Lettere sostiene di , ma non sono convinto.
[97]
Grazie.
[98]
linguista scrive:
[99]
10 giugno 2013 alle 22:41
[100]
La tristezza, nel suo significato più tipico, è uno stato d'animo: è dunque difficile ravvisarvi una metafora.

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