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Dubbi sull’italiano? Risponde il linguista/5

Language columnIl linguista
AuthorMassimo Arcangeli
Date 14 ottobre 2012


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[1]
Quanto c’era da dire sulla classificazione nomi concreti / nomi astratti e sulla sua artificiosità (oltre che irrilevanza grammaticale), è ampiamente espresso nelle mie risposte del 27/12/2012 (ore 15:57) e del 26/11/2012 (ore 10:51); e si veda anche la risposta di Fabio Ruggiano del 30/09/ 2011 (ore 19:51).
[2]
Se, comunque, ci si vuole ancora cimentare in questa distinzione fittizia, si potrebbe dire che il referente del termine centimetro è concreto perché, potendosi misurare con uno strumento materiale (un metro da sarto, un righello graduato, ecc.), è in qualche modo percepibile dai sensi (un centimetro di stoffa, per es., si può vedere o toccare).
[3]
D’altra parte, si potrebbe anche dire che centimetro, designando un’unità di misura, cioè un termine di confronto ideale per la misurazione di grandezze concrete, è un termine che si riferisce a una nozione astratta.
[4]
Come mi pare evidente, non si riesce a uscire dal dominio dell’opinabile.
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Marcello Ravesi
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Lisa scrive:
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5 gennaio 2013 alle 01:36
[8]
Salve, ho una grossa confusione riguardo i verbi fraseologici, causativi, aspettuali ecc.
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Non riesco a capire come si possa distinguerli da verbi che semplicemente "reggono" delle completive, oggettive, dichiarative ecc. e nelle grammatiche (tradizionali) in mio possesso l'argomento viene solo sfiorato.
[10]
Ad es. le proposizioni "Finse di non conoscerla", "Lo invitò a entrare", "Confessarono di non saperne nulla" come andrebbero analizzate dal punto di vista dell'analisi del periodo?
[11]
Tali infiniti vanno considerati un tutt'uno con la reggente oppure no?
[12]
E qual è il criterio?
[13]
Vi ringrazio
[14]
linguista scrive:
[15]
5 gennaio 2013 alle 13:50
[16]
I verbi fraseologici, detti anche aspettuali, completano il significato del verbo che reggono (che va all'infinito o, meno spesso, al gerundio) aggiungendo al significato di quest'ultimo un'indicazione sull'aspetto dell'azione espressa.
[17]
L'aspetto è quella parte del significato del verbo che riguarda il come avvenga l’azione, se in un preciso momento, lungo un periodo, in modo ripetitivo, all’inizio o al termine di un processo.
[18]
In italiano tale indicazione è espressa attraverso mezzi morfologici (come l’opposizione tra il passato remoto e l’imperfetto), o morfosintattici, come la combinazione con i verbi fraseologici.
[19]
Eccone alcuni: stare per, cominciare a, stare + gerundio, finire di.
[20]
Causativi sono chiamati i verbi che esprimono in un'azione che il soggetto fa compiere a qualcun altro, come addormentare o scandalizzare, oppure i due soli verbi fare e lasciare seguiti da infinito (più raramente da che + congiuntivo).
[21]
I verbi fraseologici vengono comunemente analizzati come parte di un'unità fraseologica completata dal verbo retto.
[22]
Lo stesso si può fare con i verbi fare e lasciare usati come causativi, visto che sono semanticamente inscindibili dai verbi retti.
[23]
Attenzione: che + congiuntivo dopo il verbo fare può assumere facilmente valore di proposizione consecutiva: "Ti prego, fa' che sia vero".
[24]
Fabio Ruggiano
[25]
Luca scrive:
[26]
6 gennaio 2013 alle 19:06
[27]
Le frasi in analisi logica devono essere riformulate quando ci cono particelle pronominali?
[28]
Es: "Ti chiedo un favore",diventa "io chiedo un favore a te".
[29]
Luca scrive:
[30]
6 gennaio 2013 alle 20:40
[31]
Collegandomi alla domanda di prima, potreste farmi in dettaglio l'analisi logica della frase? grazie
[32]
linguista scrive:
[33]
6 gennaio 2013 alle 21:06
[34]
Riformulare la frase può essere un'operazione mentale utile per disambiguare la particella pronominale (ti), stabilendo se essa svolga il ruolo di un complemento diretto o indiretto:
[35]
ti voglio bene = (io) voglio bene a te [ti = a te: complemento di termine; complemento indiretto]
[36]
ti amo = (io) amo te [ti = te: complemento oggetto; complemento diretto]
[37]
Si tratta, ripeto, di un'operazione mentale, che non deve essere necessariamente riprodotta nello scritto.
[38]
Può analizzare la frase che ci ha sottoposto come segue:
[39]
ti = complemento di termine
[40]
(io) = soggetto sottinteso
[41]
chiedo = predicato verbale
[42]
un favore = complemento oggetto
[43]
Buon anno
[44]
Francesco Bianco
[45]
Luca scrive:
[46]
6 gennaio 2013 alle 21:53
[47]
Grazie Dott.
[48]
Bianco.
[49]
Un saluto e Buon Anno a tutti Voi gentili linguisti.
[50]
Wanda scrive:
[51]
6 gennaio 2013 alle 22:58
[52]
Buon pomeriggio,
[53]
nella frase "difendersi dalla pioggia", "dalla pioggia" che complemento è?
[54]
Grazie e cordiali saluti.
[55]
linguista scrive:
[56]
6 gennaio 2013 alle 23:50
[57]
Può essere assimilato a un complemento di svantaggio (con sfumature limitative, come in tanti altri casi analoghi).
[58]
Difendere qualcuno vuol dire operare a suo favore, difendersi da qualcuno (o da qualcosa) vuol dire operare a suo sfavore.
[59]
Massimo Arcangeli
[60]
Luca scrive:
[61]
7 gennaio 2013 alle 10:10
[62]
Nella frase: "mi sposo per mio figlio", il sintagma "per mio figlio" origina un complemento di causa, ma può anche essere complemento di limitazione? grazie
[63]
linguista scrive:
[64]
7 gennaio 2013 alle 10:19
[65]
In questo caso per può avere due accezioni:
[66]
1) un valore semantico destinativo-finale, che luogo a un complemento di vantaggio/svantaggio;
[67]
2) un valore causale, che luogo a un complemento di causa.
[68]
Marcello Ravesi
[69]
Patrizia scrive:
[70]
7 gennaio 2013 alle 11:56
[71]
le varie grammatiche mi stanno mandando in confusione!
[72]
In questa frase "chi vuole troppo resta deluso" troppo è complemento oggetto o di quantità? e quale parte del discorso è troppo? avverbio o pronome indefinito?
[73]
Grazie mille!
[74]
linguista scrive:
[75]
7 gennaio 2013 alle 13:36
[76]
Nella frase in questione, troppo vale 'troppe cose': dal punto di vista dell'analisi logica svolge la funzione di complemento oggetto; sotto il profilo dell'analisi grammaticale può essere considerato sostantivo o pronome.
[77]
Buon anno
[78]
Francesco Bianco
[79]
Patrizia scrive:
[80]
7 gennaio 2013 alle 15:01
[81]
Ricambio gli auguri, ringrazio e insisto:
[82]
in quali frasi allora "troppo" può essere considerato un avverbio di quantità che modifica il significato del verbo?
[83]
"Ha parlato troppo." In questo caso è un avverbio?
[84]
"ha mangiato troppo." In questo si tratta di un pronome?
[85]
Grazie
[86]
linguista scrive:
[87]
7 gennaio 2013 alle 18:06
[88]
Troppo è avverbio di quantità quando è usato per esprimere la misura dell'azione del predicato.
[89]
Consideri le frasi seguenti:
[90]
1) ha parlato troppo
[91]
2) ha detto troppo
[92]
3) lo ama troppo
[93]
4) ha mangiato troppo
[94]
5) chi vuole troppo resta deluso
[95]
In (1) troppo non può che essere interpretato come avverbio/complemento di quantità, essendo parlare un verbo intransitivo (che dunque non può reggere un complemento oggetto).
[96]
Il troppo di (2) è invece un (pro)nome/complemento oggetto: la frase può essere riformulata come ha detto troppe cose.
[97]
Anche in (3), troppo svolge la funzione di avverbio/complemento di quantità: stavolta il verbo (amare) è transitivo, ma la funzione di complemento oggetto è svolta dal pronome lo.
[98]
(4) è passibile di entrambe le interpretazioni: troppo può esprimere tanto l'intensità del mangiare (avverbio/complemento di quantità), quanto la quantità di cibo ingerito (pronome/sostantivo/complemento oggetto).
[99]
Quest'ultima lettura, per (5), è possibile ma poco logica: l'adagio intende mettere in guardia non tanto chi desidera qualcosa con eccessiva intensità, quanto chi, desiderando troppe cose, non sa godere di quelle che ha già.
[100]
Spero di essere stato chiaro.

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