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Dubbi sull’italiano? Risponde il linguista/2

Language columnIl linguista
AuthorMassimo Arcangeli
Date 14 agosto 2011


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[1]
Salve e complimenti per il forum.
[2]
Vorrei sapere se esiste qualche regola, grammaticale o fonetica, sulla elisione della parola "cosa" seguita dalle forme verbali ho, ha, hanno.
[3]
Cos'ho ovvero cosa ho, cosa ha ovvero cos'ha, cos'hanno o cosa hanno.
[4]
Quali sono le forme consigliate?
[5]
La ringrazio.
[6]
linguista scrive:
[7]
3 dicembre 2010 alle 19:50
[8]
Come è noto, la h in italiano non ha un suono proprio.
[9]
Nella pronuncia, "cosa ha" vale come "cosa a", pertanto va trattato come "la anima": non c'è una norma che impedisca di scrivere così, ma una scrittura più rispettosa della reale pronuncia è "cos'ha", come anche "l'anima".
[10]
Fabio Ruggiano
[11]
Mario scrive:
[12]
3 dicembre 2010 alle 20:17
[13]
E' corretta una frase che usi il pronome "me" in questo senso: " i ragazzi hanno le braccia più forti di me" nel senso (più forti delle mie).
[14]
linguista scrive:
[15]
3 dicembre 2010 alle 20:18
[16]
Si può accettare.
[17]
Il secondo termine di paragone viene instaurato rispetto al soggetto "I ragazzi", non rispetto all'effettivo primo termine di paragone "le braccia".
[18]
Fabio Ruggiano
[19]
Monica scrive:
[20]
3 dicembre 2010 alle 20:20
[21]
Buon pomeriggio a tutti, sarei curiosa di sapere se questa frase è corretta: è strano che papà non risponde.
[22]
La curiosità nasce da un incontro/scontro con mio fratello che sostiene necessario, in questa frase, l'uso del condizionale
[23]
grazie
[24]
linguista scrive:
[25]
3 dicembre 2010 alle 20:46
[26]
La forma più comune ha il congiuntivo (non il condizionale): "è strano che papà non risponda".
[27]
L'indicativo è il modo della fattualità, per cui si adatta male a questo contesto ("è strano che").
[28]
Fabio Ruggiano
[29]
linguista scrive:
[30]
4 dicembre 2010 alle 12:44
[31]
Caro Ruggero, a questa domanda, per evitare di cadere in qualche equivoco, tolgo la parola al mio collaboratore e rispondo io.
[32]
Dell’argomento, trattandosi di una nota criticità dell’italiano, abbiamo più volte parlato in questo blog.
[33]
Fra il modello "sarebbe dovuto partire" e il modello "avrebbe dovuto partire" l'italiano normativo preferisce il primo, in cui l'accordo è con l'infinito e non con il verbo servile (così: "sarebbe dovuto andare", "sarebbe dovuto restare", ecc.): in altre parole, molto semplicemente, visto che "partire" si costruisce con "essere" allora opterò per "essere" (se lo stesso verbo si fosse costruito con "avere" avrei invece optato per "avere"), per quanto milioni di parlanti e scriventi ricorrano tranquillamente al tipo concorrente.
[34]
Se l'infinito è "essere", però, questo ragionamento non vale più: dirò e scriverò "avrei dovuto essere" e non "sarei dovuto essere" (anche se dico e scrivo "sarei stato" e non *"avrei stato").
[35]
Anche qui, comunque, non tutto è perfettamente limpido.
[36]
Limitando i rilievi alla tradizione otto-novecentesca, non v’è alcun dubbio: i modelli abbracciati dai più sono avrei potuto essere, avrei dovuto essere, avrei voluto essere (e tuttavia, per esempio, Giacomo Leopardi scrive anche: S’ingannava pensandosi d’aver fatto un eroe che fosse potuto essere a quei tempi, nello Zibaldone; sarebbe potuto essere più onorevole, nelle Lettere); si potrebbe notare come un enunciato come ci sarebbe dovuto essere (/avrebbe dovuto esserci) si porta dietro una facile estensione analogica: da ci sarebbe dovuto essere a sarebbe dovuto essere il passo, nella percezione (ingenua quanto si vuole) di un parlante medio, è davvero molto breve.
[37]
Per gli esempi che ci sottopone la soluzione è immediata.
[38]
Scaturisce direttamente da quanto ho già detto: la forma corretta è "avrebbe dovuto essere stato" (visto che l'infinito, che è in modo evidente la "testa" del costrutto, è qui "essere").
[39]
Massimo Arcangeli
[40]
Ruggero scrive:
[41]
4 dicembre 2010 alle 11:47
[42]
Si dovrebbe dire:
[43]
- avrebbe dovuto essere stato
[44]
o
[45]
- sarebbe dovuto essere stato?
[46]
In rete sono diffuse entrambi i modi.
[47]
Naoya scrive:
[48]
4 dicembre 2010 alle 14:03
[49]
Salve,
[50]
mi chiamo naoya, sono uno studente universitario giapponese.
[51]
Leggendo un testo scritto in italiano sto scrivendo la tesi sulla grammatica italiana, più che altro sulle parole composte.
[52]
Ho due domande.
[53]
1.
[54]
Ho scoperto alcune descrizioni in giapponese sulle parole composte che hanno la formazione di verbo e nome, come il portacenere, però dicono le cose diverse.
[55]
Io suppongo che questo porta sia la forma ordinativa in modo indicativo del tu del verbo portare, ma è giusto?
[56]
2.
[57]
Ci sono le regole per le parole composte che hanno più di due forme plurali, come le cassapanche e le cassepanche per avere più di due forme plurali?
[58]
Grazie.
[59]
linguista scrive:
[60]
4 dicembre 2010 alle 16:15
[61]
In "portacenere" il primo elemento è ovviamente un verbo, ma se volessimo fare ulteriori precisazioni incapperemmo in una questione molto dibattuta: qualcuno pensa all'indicativo, qualcuno all'imperativo, qualcuno a un semplice tema verbale.
[62]
Quanto a "cassapanca", siamo di fronte al modello compositivo nome + nome.
[63]
In questo caso, se i due nomi del composto sono del medesimo genere, il plurale si forma conservando inalterato il primo e pluralizzando il secondo (perciò "cassapanche", anche se "cassepanche" non è affatto scorretto; lo stesso dicasi per il plurale di "pescecane": sarebbe "pescecani" ma, anche qui, "pescicani" è accettabilissimo); se i due nomi sono di genere diverso, invece, è il primo elemento ad assumere in genere il plurale ("pescispada", perciò, e non *"pescespade").
[64]
Massimo Arcangeli
[65]
Alfonso scrive:
[66]
5 dicembre 2010 alle 20:21
[67]
Dopo espressioni come "sono geloso del fatto che", "odio il fatto che" e altre, riferite a fatti certi, quale modo è corretto utilizzare:
[68]
indicativo o congiuntivo?
[69]
Es.
[70]
"Sono invidioso del fatto che hai un'auto migliore della mia" o "Sono invidioso del fatto che tu abbia un'auto migliore della mia"?
[71]
Grazie
[72]
linguista scrive:
[73]
5 dicembre 2010 alle 21:48
[74]
Il congiuntivo, in casi del genere, è molto più elegante.
[75]
In contesti formali, poi, è l'unica via percorribile.
[76]
Massimo Arcangeli
[77]
Luca scrive:
[78]
6 dicembre 2010 alle 09:14
[79]
Buongiorno, faccio due domande.
[80]
Dopo il predicato nominale, può essere presente un altro complemento?
[81]
Es: "Maria è avida di denaro"- Dovrebbe essere complemento di specificazione "di denaro".
[82]
Nel caso:"Il cestino di Cappuccetto Rosso era pieno di leccornie", credo che il verbo essere non sia più copula, quindi come si analizza la frase in analisi logica?
[83]
Grazie
[84]
linguista scrive:
[85]
6 dicembre 2010 alle 17:23
[86]
Nel predicato nominale il verbo "essere" - o un altro verbo, come ad esempio "sembrare" - costituisce sempre la copula (dal latino "copulare", cioè congiungere).
[87]
In entrambi gli esempi da Lei citati il complemento che segue il predicato nominale fa parte del gruppo del predicato.
[88]
Per la precisione si tratta, nei due casi, di un complemento di specificazione (nel secondo, più esattamente, di quella particolare categoria che viene indicata come complemento di abbondanza).
[89]
Simonetta Losi
[90]
Alessandro scrive:
[91]
6 dicembre 2010 alle 19:30
[92]
Buongiorno, rivolgo la seguente questione al Prof.
[93]
Arcangeli, che è stato anche mio insegnante di linguistica all'università di Cagliari e con cui ho il piacere di confrontarmi nuovamente dopo anni.
[94]
Nella Sua risposta a Ruggero (4 dicembre 2010 alle 11:47), Lei afferma che: "Se l’infinito è essere, però, questo ragionamento non vale più: dirò e scriverò avrei dovuto essere e non sarei dovuto essere (anche se dico e scrivo sarei stato e non *avrei stato). Anche qui, comunque, non tutto è perfettamente limpido. Limitando i rlievi alla tradizione otto-novecentesca, non v’è alcun dubbio: i modelli abbracciati dai più sono avrei potuto essere, avrei dovuto essere, avrei voluto essere (e tuttavia, per esempio, Giacomo Leopardi scrive anche: S’ingannava pensandosi d’aver fatto un eroe che fosse potuto essere a quei tempi, nello Zibaldone; sarebbe potuto essere più onorevole, nelle Lettere); si potrebbe notare come un enunciato come ci sarebbe dovuto essere (/avrebbe dovuto esserci) si porta dietro una facile estensione analogica: da ci sarebbe dovuto essere a sarebbe dovuto essere il passo, nella percezione (ingenua quanto si vuole) di un parlante medio, è davvero molto breve."
[95]
Il fatto è che questa affermazione mi sconcerta e manda all'aria anni di insegnamento dell'italiano a stranieri.
[96]
La grammatica descrittiva "L'italiano come prima o seconda lingua" di Giovanni Battista Moretti, Guerra edizioni (al capitolo XXIII: I verbi Ausiliari - l'aspetto verbale, paragrafo 23.2.4), sostiene che "I verbi servili dovrebbero prendere l'ausiliare del verbo servito:(Ha mangiato->ha voluto mangiare - è uscito -> è dovuto uscire). Nella lingua di oggi, tuttavia, specie parlata, è sempre più accentuata la tendenza a costruire questi verbi con avere...questa prevalente richiesta di avere sembra una ragione pratica valida ad aumentare una preferenza sempre più diffusa".
[97]
Ciò mi fa presumere che la regola iniziale si stia denaturalizzando e trasformando; però nella mia questione sull'ausiliare del verbo essere il modello sarebbe dovuto partire e il modello avrebbe dovuto partire indica una leggera differenza significativa: con avrebbe (forma che io non uso quasi), si aggiunge un significato di necessità esterna al soggetto, qualcosa esterna alla mia volontà fa che abbia dovuto intraprendere quel viaggio, mentre in "sarei dovuto partire" si parte da una semplice esperienza del soggetto.
[98]
Ora, applicato al verbo essere questa funzione mi risulta identica alla precedente e senza dubbio in classe mi guarderei bene dal dire che la forma normativa è quella con avere (da buon sardo uso essere come ausiliare di essere anche nelle forme modulate da un servile):
[99]
- sarei dovuto essere;
[100]
- mentre "avrei dovuto essere" lo utilizzo quando devo far capire che l'essere sabbe stata un'imposizione esterna

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