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Dubbi sull’italiano? Risponde il linguista/2

Language columnIl linguista
AuthorMassimo Arcangeli
Date 14 agosto 2011


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Emanuele Longo
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linguista scrive:
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25 febbraio 2011 alle 15:18
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Il legame tra le realizzazioni linguistiche e il contesto nelle quali vengono prodotte è una delle caratterisitiche fondamentali della comunicazione verbale ed è tutt’altro che occasionale o raro, almeno nel caso della comunicazione orale.
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Quando parliamo, infatti, non affidiamo tutte le informazioni necessarie per essere compresi alla sola parola, ma ricorriamo anche ad altri veicoli di significato, come la gestualità, la mimica o la conoscenza che abbiamo del nostro interlocutore, che ci porta a dare per scontate quelle informazioni delle quali sappiamo egli essere in possesso.
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Credo che a disturbarla, nell’esempio che ha citato, sia proprio il fatto di aver riscontrato nella frase una carenza informativa, un’ambiguità di senso che in parte derivano dalla natura scritta di una frase che per scontato che chi legge (come, nel caso del parlato, chi ascolta) possieda un insieme di informazioni ben precise (ad esempio, il momento della scolatura rispetto all’accensione o allo spegnimento del fuoco), come spesso accade in testi prescrittivi (istruzioni, manuali) come questo.
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Gli esempi di questo tipo sono numerossimi: al limite, carenze informative anche più gravi di questa si riscontrano se, in una realizzazione scritta, ricorriamo con troppa disinvoltura all’uso dei deittici, cioè di quegli elementi linguistici che rimandano immediatamente al contesto di produzione (ho preso questo; vieni qui, ci sono andato ieri) e che sarebbero pienamente efficaci solo nel parlato.
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Eviterei, comunque, di legare troppo strettamente grammatica e significato (al punto di parlare di significato grammaticale): dal punto di vista dei legami logici tra gli elementi (sintassi) e della forma delle singole parole (morfologia), l’esempio da lei citato è infatti pienamente corretto.
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L’ambiguità o la scarsa precisione del suo significato non dipendono dalla sua forma, ma soltanto dal margine di interpretabilità che ogni realizzazione linguistica (scritta o parlata) possiede e che è suscettibile, potenzialmente, di infinite precisazioni.
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Marco Paciucci
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Emanuele scrive:
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25 febbraio 2011 alle 16:48
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Gentile Linguista,
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grazie per la sua risposta, per me spunto di riflessione.
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Tornando a:
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"aspettare finche' bolle"
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riflettendoci meglio ho l'impressione che la frase
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"aspettare finche' bolle"
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somigli piuttosto ad un caso di omonimia in cui finche' puo` voler dire a) nel mentre b) fino
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al momento in cui non si verifica l'evento.
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Un po come in "sollevare il cane", per risolvere l'omonimia bisogna che l'interlocutore sappia se si parla di pistole o no.
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E lei ha ragione: cio` che mi ha colpito e` l'ambiguita` di senso.
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Esiste un uso "piu`" corretto dell'altro per la parola 'finche`'?
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Io ho come l'impressione che "accendere, aspettare finche' bolle, dunque scolare" sia
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una forma abbreviata di "accendere, aspettare finche' NON bolle, dunque scolare".
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E che dunque il significato piu` appropriato per finche' sia 'nel mentre (while)' e quello
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meno appropriato sia 'fino al momento in cui non si verifica l'evento (until)'.
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Conferma questa mia gerarchia o le due accezioni (dal significato opposto) hanno la stessa dignnita`?
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linguista scrive:
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25 febbraio 2011 alle 17:15
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Normalmente, la congiunzione temporale finché si impiega per limitare un’azione fornendole come limite cronologico il verificarsi di un evento o di una condizione (mangerò finché vorrò = mangerò fino al momento in cui lo vorrò; aspetterò finché non torni = aspetterò fino al momento in cui tornerai: l’uso di non, come sottolinea il dizionario di Tullio De Mauro, è di fatto indifferente ai fini del significato).
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Nel suo caso, effettivamente la frase potrebbe essere considerata ambigua, perché sembrerebbe che la congiunzione possa essere sostituita da mentre, ma credo che in realtà l’interpretazione più corretta sarebbe aspettare fino al momento in cui (l’acqua) bolle, dunque scolare, cioè il nostro cuoco (o figura equivalente), dovrebbe scolare nel momento in cui l’acqua comincia a bollire e non quando smette (proprio perché il non non modifica il significato della congiunzione).
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Un esempio simile è una frase del tipo: finché corsero, rimasi immobile, cioè fino al momento in cui corsero, finché non smisero di correre, rimasi immobile, molto simile, ma diverso da mentre correvano, rimasi immobile, perché di fatto non sto fornendo un’informazione precisa sul periodo di tempo che ha visto durare la mia azione (non è possibile dire con certezza quando ho smesso), a differenza della frase che vede l’uso di finché.
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La differenza, comunque, è in questo caso molto sottile, me ne rendo conto.
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Il suo dubbio è comunque pertinente e mi scuso se in un primo momento ho forse male interpretato l’oggetto delle sue perplessità.
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Marco Paciucci
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Marcoaugusto scrive:
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25 febbraio 2011 alle 20:46
[42]
"Questa casa e' vuota senza te"o e'ammesso anche "Questa casa e' vuota senza di te"?Una volta ero sicuro della risposta,ma alle volte vengono dei dubbi.Succede anche a voi?
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Grazie e complimenti ancora.
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linguista scrive:
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25 febbraio 2011 alle 21:33
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Può ricorrere in teoria a entrambe le soluzioni, ma sarebbe meglio optasse per "senza di te".
[47]
Se tempo fa, comunque, molti non avrebbero avuto dubbi nel prediligere il modulo con la preposizione "di", e nel ritenerlo anche più diffuso dell'altro, oggi, con una rapida ricerca su Google, si scopre invece - prescindendo da peculiarità stilistiche, collocazioni particolari, ecc.
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- che "senza te" prevale (sia pure di poco) su "senza di te", evidentemente anche per certe scelte di cantanti e cantautori italiani.
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La cosa ha però esiti ben diversi per altri pronomi: "senza voi", per esempio, conta poco più di 55.
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000 attestazioni contro gli oltre 4.
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500.
[52]
000 di presenze di "senza di voi".
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Massimo Arcangeli
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Emanuele scrive:
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25 febbraio 2011 alle 23:15
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Gentile linguista,
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la sua risposta mi turba, lei scrive:
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mangerò finché vorrò = mangerò fino al momento in cui lo vorrò
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secondo me è vero il contrario!!!
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(mica mi forzo a mangiare e mi fermo quando mi viene l'appetito...), piuttosto
[61]
mangerò finché vorrò = mangerò fino al momento in cui non lo vorrò
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a meno che (ellissi?) non omettiamo il "non" tanto la frase si capisce lo stesso grazie al fatto che abbiamo delle conoscenze comuni sulla relazione tra il nutrirsi e l'avere l'appetito.
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[64]
Sono d'accordo su
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aspetterò finché non torni = aspetterò fino al momento in cui tornerai
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e lo giustifico dicendomi che
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aspetterò finché non torni = aspetterò mentre non torni"="aspetterò fino al momento in cui tornerai
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[69]
Lei scrive:
[70]
"l’uso di non, come sottolinea il dizionario di Tullio De Mauro, è di fatto indifferente ai fini del significato"
[71]
ma i suoi esempi confermano:
[72]
"finche" (=) (mentre)
[73]
"finche non" (=) (mentre non)
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[75]
Metto tra parentesi l'uguale perché, come mi ha fatto notare il significato può essere solo approssimativamente uguale:
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finché informazioni sul terminarsi della prima azione più di quanto faccia "mentre".
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Inoltre un'espressione quale
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"finché c'è vita c'è speranza"
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mi sembra inequivocabilmente diversa da
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"finché non c'è vita c'è speranza".
[82]
Che fine ha fatto la succitata indifferenza dell'uso del "non"?
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[84]
Insomma sono confuso, vorrei capire dove sto sbagliando.
[85]
Ho l'impressione che "finché" voglia (sostanzialmente) dire "mentre" eccetto quando il senso della frase può essere capito anche se si aggiunge/toglie "non".
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Dov'è l'errore?
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grazie mille
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Emanuele
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linguista scrive:
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25 febbraio 2011 alle 23:30
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Partiamo da mangerò finchè vorrò (e frasi assimilabili).
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In questo caso la congiunzione suggerisce che il soggetto svolgerà l’azione fino all’ultimo istante nel quale l’adempimento di questa coinciderà con il manifestarsi della volontà.
[93]
In altre parole, il protagonista mangerà fino al limite coronologico rappresentato dal durare della volontà: l’ultimo istante in cui mangerà sarà anche l’ultimo nel quale ne avrà voglia.
[94]
Nell’istante successivo, l’azione smetterà di svolgersi.
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In casi come questi l’applicazione di non, come da lei sottolineato, effettivamente non cambia il significato della frase, perché di fatto allude al medesimo evento-limite, ma osservato, per così dire, dall’altra parte del confine rappresentato dalla cessazione della seconda azione, messa in relazione con la prima dal nostro finché.
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Lo stesso ragionamento può essere naturalmente applicato anche a aspetterò finché (non) torni.
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Riguardo alla differenza funzionale tra finché e mentre, come le scrivevo e come lei stesso ha ribadito, in alcuni casi essa è molto sottile e dipende dal fatto che entrambe le congiunzioni descrivono le modalità temporali dello svolgimento relativo di due eventi, sottolineneando la natura di limite cronologico (finché) o la durazione continuativa (mentre) di una delle due; in questi casi l’equivalenza è, come ha giustamente scritto, sostanzialmente possibile (anche se personalmente tenderei a distinguere).
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Naturalmente in altri contesti la sovrapponibilità delle due congiunzioni non è realizzabile, perché l’uso dell’una o dell’altra modifica radicalmente il significato della frase: continua finché (non) te lo dico diverso da continua mentre te lo dico (ammesso che abbia senso).
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In questo caso, infatti, la natura di limite cronologico della seconda azione è più evidente e non si presta a equivoci.
[100]
Chiudiamo con l’uso di non.

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