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Avete dubbi sulla grammatica? Scriveteli in questo forum e un gruppo di linguisti risponderà in tempo reale a ogni vostra singola domanda.

Language columnIl linguista
AuthorMassimo Arcangeli
Date 01 ottobre 2010


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[1]
Invece, poi giuro che mi taccio, la differenza tra "sintagma" e "sintagmema" mi è nuova e i testi che ho non citano nulla al riguardo.
[2]
Grazie e buon lavoro.
[3]
linguista scrive:
[4]
4 gennaio 2010 alle 08:34
[5]
Nella classificazione che le ho proposto la fonologia aveva un posto a parte, ma nulla impedisce di comprenderla all'interno della "tagmematica".
[6]
Per "tagmema" si deve risalire al greco tágma ('ciò che viene messo in ordine', 'ciò che è disposto in un certo modo' e sim.); l'aggiunta del suffisso "-ema" le la forma.
[7]
Quanto alla differenza fra "sintagma" e "sintagmema" (se preferisce, per non confonderla con l'altra, può ricorrere anche a "sintassema"), si tratta di un mio pallino.
[8]
In genere due termini si considerano sinonimi i, ma così come si distingue "fono" da "fonema" e "morfo" da "morfema" (il morfo può essere costituito da uno o più morfemi) sarebbe utile distinguere anche fra "sintagma" (non necessariamente l'unima minima significativa a livello sintattico) e "sintagmema".
[9]
Massimo Arcangeli
[10]
Gianluca scrive:
[11]
4 gennaio 2010 alle 16:40
[12]
l'avverbio di quantità "almeno", si può considerare superlativo relativo avverbiale? es: compra almeno 5 mele.
[13]
linguista scrive:
[14]
4 gennaio 2010 alle 16:51
[15]
Direi che non è del tutto corretto parlare di superlativo relativo’, perché almeno non implica una vera e propria gradazione.
[16]
Si può dire, tuttavia, che l’avverbio di quantità almeno equivale, in qualche modo, a soltanto, inteso però nel senso minimo: compra soltanto 5 mele (e non di più) / compra almeno 5 mele (e possibilmente di più).
[17]
Marcello Ravesi
[18]
Gianluca scrive:
[19]
4 gennaio 2010 alle 18:01
[20]
Grazie.
[21]
Può solo spiegarmi un più specificamente il significato di "soltanto" in senso minimo?
[22]
linguista scrive:
[23]
4 gennaio 2010 alle 22:19
[24]
L’avverbio soltanto limita la quantità in questo senso: compra soltanto 5 mele, implicando e non di più; quindi fissa un tetto massimo di 5 mele.
[25]
L’avverbio almeno, invece, la limita in senso opposto: compra almeno 5 mele, implicando e non di meno.
[26]
Quindi, a differenza di soltanto, almeno precisa che il numero 5 va inteso come quantità minima, appunto.
[27]
Marcello Ravesi
[28]
Gianluca scrive:
[29]
5 gennaio 2010 alle 11:14
[30]
In grammatica, quando diciamo "equivale", come nel caso dell'affermazione:almeno equivale, in qualche modo, a soltanto, inteso però nel senso minimo"; vuol significare che ha lo stesso valore a livello grammaticale, ma che corrisponde esattamente al suo contrario?
[31]
Cioè mi chiedevo con quale tipo di significato si utilizza "equivalere"?
[32]
E' solo una precisazione, perchè mi avete già risposto.
[33]
Grazie.
[34]
Suzana scrive:
[35]
8 gennaio 2010 alle 22:22
[36]
La maestra d'italiano di mio figlio (quarta elementare) sostiene che è corretto dire "a Montenegro"(dove passiamo le vacanze estive), mentre lui continua a scrivere "in Montenegro".
[37]
Potrebbe chiarirmi le idee?
[38]
linguista scrive:
[39]
8 gennaio 2010 alle 23:54
[40]
La forma corretta è "in Montenegro".
[41]
Trattandosi di una nazione, il modello è quello rappresentato dai vari "in Italia", "in Francia", "in Germania"...
[42]
Massimo Arcangeli
[43]
Andrea scrive:
[44]
9 gennaio 2010 alle 07:05
[45]
Volevo sapere la vostra opinione in merito alla coniugazione dei verbi fare e dire.
[46]
Sono della prima e terza o come riportano alcuni libri di grammatica della seconda?
[47]
Grazie
[48]
linguista scrive:
[49]
9 gennaio 2010 alle 07:21
[50]
Se ci si rifà direttamente al latino (DICERE e FACERE, con la penultima breve) sono della terza (o della seconda, se non si tiene conto della penultima ma solo della terminazione: -ere), ma non è certo il caso di sollevare, in classificazioni di questo tipo, questioni etimologiche.
[51]
Se ci atteniamo alla tradizione grammaticale italiana i due verbi sono perciò, rispettivamente, della prima e della terza - 1) -are; 2) -ere; 3) -ire -; qualora si volesse mantenere l'originaria distinzione del latino in quattro classi - 1) -are; 2) -ere, con la penultima lunga; 3) -ere, con la penultima breve; 4) -ire -, e questo nessuno ci impedisce di farlo, allora "fare" sarebbe della prima e "dire" della quarta ("temére, invece, della seconda e "prèndere" della terza).
[52]
Massimo Arcangeli
[53]
Sergio scrive:
[54]
10 gennaio 2010 alle 18:53
[55]
Esiste un motivo preciso per cui si può dire: ho vinto a Roma 3-0, ma non di dovrebbe poter dire: ho vinto a casa 3-0 .
[56]
(Mi riferisco all'uso della preposizione).
[57]
In qusto caso sarebbe : ho vinto in casa...
[58]
Sergio scrive:
[59]
10 gennaio 2010 alle 19:34
[60]
Scusate, ho notato che ho dimenticato di mettere il punto interrogativo.
[61]
La mia vuole essere una domanda: volevo capire se c'è qualche regola particolare per cui in certi casi(come quelli citati sopra, si deve usare la preposizione "in" oppure "a". grazie.
[62]
linguista scrive:
[63]
10 gennaio 2010 alle 19:51
[64]
Nell'uso delle preposizioni, ahimè, non ci sono sempre regole fisse.
[65]
Nel caso specifico si sente abbastanza spesso dire "vincere a casa della Juventus" (nornale, naturalmente, "vincere in casa...") ma molto più raramente "vincere a casa tre a zero".
[66]
Può darsi che si sia fatto sentire l'influsso di "vincere in trasferta..."; sta di fatto che le espressioni "vincere in casa di...", "vincere in casa per..." sono avvertite, in certo senso, come più tecniche (sportivamente parlando) delle corrispondenti con "a".
[67]
Massimo Arcangeli
[68]
Raffaella scrive:
[69]
10 gennaio 2010 alle 19:55
[70]
Della parola "surreale" vorrei sapere quando è entrata nella lingua italiana e se deriva da "surrealismo".
[71]
Raffaella
[72]
linguista scrive:
[73]
10 gennaio 2010 alle 20:15
[74]
Il termine, novecentesco, è posteriore a "surrealismo".
[75]
Si tratterebbe quindi, effettivamente, di un derivato di "surrealismo", formato sul modello di "reale".
[76]
Massimo Arcangeli
[77]
Sergio scrive:
[78]
10 gennaio 2010 alle 20:46
[79]
grazie Dott.
[80]
Arcangeli.
[81]
Per quanto riguarda sempre l'uso delle preposizioni, se dico: io credo in te, oppure credo in Dio, etc...in questi casi abbiamo un complemento di termine?
[82]
linguista scrive:
[83]
11 gennaio 2010 alle 11:33
[84]
No.
[85]
Esempi di complemento di termine (o oggetto indiretto) sono i seguenti: ho spedito una lettera a mia sorella; dimmi (di' a me) quello che pensi!
[86]
In queste frasi, l'effetto dell'azione di un verbo (transitivo: spedire, dire) investe un oggetto (diretto: una lettera, quello che pensi) e "termina" su un beneficiario (mia sorella, io).
[87]
Nella frase Io credo in Dio il verbo credere è usato intransitivamente, perciò non può reggere un complemento di termine (il quale, per altro, è introdotto dalla preposizione a).
[88]
Francesco Bianco
[89]
Sergio scrive:
[90]
11 gennaio 2010 alle 16:13
[91]
Grazie.
[92]
Quindi che tipo di complemento indiretto è quello che regge la preposizione "a" in frasi di questo tipo: Credo in te, Credo in qualcuno, etc...
[93]
Esiste un complemento che risponde alla domanda "in chi?" "in che cosa?"
[94]
linguista scrive:
[95]
11 gennaio 2010 alle 18:52
[96]
La domanda in chi/che cosa? non ci è utile per identificare un complemento.
[97]
La preposizione in, infatti, così come le altre, può introdurre complementi di diverso genere; per esempio: stato in luogo (sono in casa), moto a luogo (vado in Africa), complemento di stima (ti tengo in grande considerazione) o di materia (la mia auto ha i cerchi in lega).
[98]
La Grammatica italiana di Luca Serianni (Torino, Utet, seconda edizione 1991) riconosce nella preposizione in un nucleo semantico di «inclusione stativa» (p. 342), che si articola in molteplici usi; fra questi, oltre all'espressione dei complementi testé ricordati, figurano anche quelli «retti da verbi come credere, confidare, sperare, ecc.».
[99]
Serianni riporta proprio l'esempio dell'espressione credere in Dio, senza però attribuirgli alcuna categoria meglio specificata (non ci dicono di più le altre grammatiche contemporanee di riferimento: Dardano / Trifone e Renzi / Salvi / Cardinaletti)
[100]
Va detto che l'inventario dei complementi, lungi dall'essere il prodotto di una riflessione organica e unitaria, è il risultato di un lento stratificarsi di conoscenze, nozioni e terminologie.

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