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Avete dubbi sulla grammatica? Scriveteli in questo forum e un gruppo di linguisti risponderà in tempo reale a ogni vostra singola domanda.

Language columnIl linguista
AuthorMassimo Arcangeli
Date 01 ottobre 2010


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[1]
19 dicembre 2009 alle 15:59
[2]
L'espressione che lei cita contiene naturalmente un comparativo di maggioranza (è perfettamente equivalente a "Devi metterci una maggior attenzione delle volte precedenti").
[3]
Altrettanto naturalmente la presenza di un plurale, anziché di un singolare, non comporta alcun problema per il confronto: "Tutti voi siete meno intelligenti di Mario"; "Tutti voi siete intelligenti quanto Mario"; "Mario è più intelligente di tutti voi"; "Mario è intelligente quanto voi".
[4]
Massimo Arcangeli
[5]
Paolo Mazza scrive:
[6]
21 dicembre 2009 alle 18:31
[7]
Sento e leggo, con il significato di 'spesso', 'spesse volte'.
[8]
Mi pare abbia più un improbabile significato architettonico che di frequenza.
[9]
Sbaglio?
[10]
Grazie
[11]
linguista scrive:
[12]
21 dicembre 2009 alle 19:39
[13]
Fino a non molti anni fa l'estensione aggettivale di "spesso", a significare 'frequente, numeroso', era censurata da più parti.
[14]
Oggi l'espressione "spesse volte" si legge e si sente un po' ovunque; è uno di quei tanti "modismi" italiani che possono non piacerci ma sono sostenuti dall'uso.
[15]
Massimo Arcangeli
[16]
Gianluca scrive:
[17]
21 dicembre 2009 alle 20:50
[18]
il verbo pensare regge il complemento oggetto e il complemento di termine? posso dire: "pensare qualcuno" oppure "pensare a qualcuno"?
[19]
linguista scrive:
[20]
21 dicembre 2009 alle 21:17
[21]
A uno sguardo d'insieme, per dirla molto in breve, "pensare" può reggere sia l'oggetto diretto che quello indiretto, a seconda dei casi: quando l'oggetto è "animato" si richiede il costrutto con la preposizione "a" ("pensare ai propri cari", "pensare al bambino"), quando è "inanimato" si può ricorrere a entrambi i moduli: "pensare qualcosa" o "pensare a qualcosa".
[22]
Massimo Arcangeli
[23]
Joelle scrive:
[24]
22 dicembre 2009 alle 18:08
[25]
piccolo dubbio sull'etimologia di 'cafone': sfogliando alcuni dizionari etimologici ho visto che l'origine di questo termine è incerta, ma il il suo significato è invece ben preciso "contadino, rozzo, incolto".
[26]
Nell'italiano regionale della Svizzera italiana, cafone ha invece il significato di "borioso, persona piena di e che si delle arie"; da qui anche l'uso del verbo 'cafarsi'.
[27]
Come si può spiegare quest'evoluzione semanticamente opposta?
[28]
Grazie!
[29]
linguista scrive:
[30]
22 dicembre 2009 alle 21:08
[31]
In effetti, come lei scrive, l'etimologia della parola cafone è un problema di non facile soluzione.
[32]
Innanzitutto ricordo che le prime attestazioni del lemma rimandano a tempi che, nell'ottica di uno storico della lingua, non sono poi così lontani da noi: con il significato generico di contadino’, e con riferimento all'Italia meridionale, la parola (nella forma caffone) compare nel 1861 sulle colonne de La Perseveranza, quotidiano di riferimento delle correnti moderate e monarchiche del ceto dirigente milanese del secondo Ottocento (il periodico fu chiuso nel 1922, sotto la direzione di Tomaso Borelli); con la stessa semantica l'aggettivo cafone è presente in uno scritto di Carducci del 1822 («E la plebe contadina e cafona muore di fame [...]»).
[33]
Tali testimonianze, che non nascondono un certo paternalismo borghese, tipico della classe dirigente settentrionale tardo-ottocentesca, mostrano come la parola avesse in un evidente valore negativo, tanto che la sua semantica scivolò presto verso la nuova accezione di maleducato’: nel primo volume della Piccola enciclopedia Hoepli (1892), diretta da G.
[34]
Garollo, alla voce cafone si legge «vagabondo, ozioso, scroccone, ineducato, rozzo» (tale deriva semantica sarebbe giunta a compimento nel primo Novecento, come si può vedere nel Dizionario moderno (1905) di Alfredo Panzini, che sotto il lemma cafone scrive: «voce dialettale dell'Italia meridionale, estesa poi ad altre regioni: indica persona plebea, villana, rozza, maldestra. Termine ingiurioso»).
[35]
Se la fonte d'irridazione che riporta al Mezzogiorno non appare discutibile, tanto che se ne riscontrano tracce in molti dialetti meridionali, ed in particolare in quelli campani (si veda un passo de Lu cunto de li cunti di Giambattista Basile (1566 o 1575 1632) in cui si legge «Signò, rispunnette l'atu cafone [...]»), le nostre certezze vacillano quando si tratta di definire una sicura etimologia della voce.
[36]
Così si esprime a tal proposito il DELI (Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, a cura di Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli): «Secondo E. Ciaceri deriverebbe da Cafo, genit. Cafonis, n[ome] di un centurione seguace di Marco Antonio, che da lui ricevette con dubbia legittimità terre nell'agro campano nel 43 a.C.; esso è ricordato più volte da Cicerone). [...] La diffidenza verso le etimologie di questo tipo ci inducono [...] a cercare altrove: una serie di v[oci] mer[idionali], che il Rohlfs I 219 ritiene di orig[ine] osca, come cafà cavare’, cafuni precipizio’, solco profondo’, cafone cavità’, corrispondenti al lat[ino] cav(are) e potrebbero, quindi, riferirsi anche all'attività del contadino che cava’ la terra».
[37]
Come avrà potuto constatare da queste poche considerazioni, non è facile definire in modo certo questioni etimologiche, anche quando- direi soprattutto quando - sono in gioco parole di uso quotidiano, che mi piace dire di "tradizione ininterrotta": esse sono passate senza soluzioni di continuità di bocca in bocca per secoli, forse per millenni, e proprio la loro fortuna ha spesso contribuito ad offuscarne fatalmente le origini ed i meccanismi sottesi alla loro creazione (traslati, usi metaforici, onomaturgia, ecc.).
[38]
Pensi a parole come abbagliare, barra (dal lat. volg. *bàrra "parete di fango o argilla"?), bernoccolo, boccia, bufera, ciabatta, cupo, farfalla, lastra, maccherone, maschera, mattone, muffa, pantofola, rischio, ecc. la cui etimologia è, se non irrisolta, quantomeno discutibile e discussa (pensi ancora alle oscure origini di tanti modi di dire e proberbi che utilizziamo ogni giorno).
[39]
Ritornando ai termini precipui della sua domanda, devo dire - con le opportune cautele del caso - che essa appare minata nella premessa: il verbo cafarsi (non attestato nella lingua italiana) non appare correlato alla parola cafone, nel significato originario di questo, nella semantica da lei segnalata.
[40]
Sarei piuttosto persuaso a riportare la voce locale cafarsi (di cui ignoravo l'esistenza) al verbo scafarsi («scafarsi v.rifl. Diventare più disinvolto e smaliziato: frequentando persone di mondo ti sei scafato», Sabatini-Coletti 2008, s. v. scafare), voce dialettale romanesca, derivata per metafora dall'italiano scafa ('piccola imbarcazione a remi, usata in età romana e medievale come barca di appoggio per navi e battelli; poi, qualunque tipo di imbarcazione'), dal lat. sc?pham, che è il gr. skáph?, derivato di skáptein "scavare", propr.
[41]
"oggetto scavato ad arte" quindi "piccola barca".
[42]
Rocco Luigi Nichil
[43]
Mario scrive:
[44]
27 dicembre 2009 alle 11:07
[45]
Si può usare un articolo di fronte ad un nome proprio?
[46]
Dai ricordi delle elementari ricordo le strigliate della maestra quando qualcuno diceva "La Marianna mi ha detto..."
[47]
"Marianna mi ha detto..." correggeva la maestra.
[48]
Oggi su Repubblica on-line leggo :"La Maiolo quasi 2 anni in istituto psichiatrico ".
[49]
Vorrei dunque sapere come e quando usare l'articolo davanti a nomi propri.
[50]
Grazie
[51]
linguista scrive:
[52]
27 dicembre 2009 alle 11:26
[53]
Io distinguerei fra uso dell'articolo con prenomi e uso dell'articolo con cognomi.
[54]
In generale, mentre i nomi maschili possono presentare l'articolo solo nell'italiano regionale del Nord, i nomi femminili possono riceverlo se utilizzati in contesti familiare-affettivi (e questo anche nel toscano).
[55]
Il caso dei cognomi è invece un po' diverso e la rinvio a quanto già esposto da Massimo Arcangeli il 25/11/2009 alle 0:41:16.
[56]
Francesco Lucioli
[57]
Gabriele scrive:
[58]
27 dicembre 2009 alle 17:03
[59]
Avrei un interrogativo da porre a riguardo delle cosiddette subordinate implicite.
[60]
Se scrivo: "penso di aver torto", voglio intendere che io abbia torto.
[61]
Quindi, generalmente e salvo che con i verbi di comando, la subordinata implicita deve avere il medesimo soggetto della reggente.
[62]
Tuttavia, mi domandavo come si sia giunti a tale modo d'espressione, posto che non si rinviene in nessun modo il soggetto della subordinata.
[63]
Quale evoluzione linguistica ci ha portati a questa soluzione?
[64]
linguista scrive:
[65]
27 dicembre 2009 alle 18:32
[66]
Molto semplicemente: è del tutto naturale che, in assenza di "indicatori" specifici, se il verbo della sovraordinata è alla prima persona il parlante tenda a considerare la subordinata come retta da un soggetto di prima, se è alla seconda come retta da un soggetto di seconda ("pensi di aver torto), se è alla terza come retta da un soggetto di terza ("pensa di aver torto") e così via.
[67]
Massimo Arcangeli
[68]
Gabriele scrive:
[69]
27 dicembre 2009 alle 22:54
[70]
Grazie della sollecita risposta!
[71]
Buon lavoro!
[72]
Sergio scrive:
[73]
28 dicembre 2009 alle 10:38
[74]
Gradirei una conferma o una spiegazione sul superlativo relativo riguardante un superlativo sintetico.
[75]
Partendo dal presupposto che almeno implicitamente ci deve essere il gruppo di riferimento della qualificazione, in una frase tipo: "il massimo della felicità, il massimo dello stipendio, etc.", il gruppo di riferimento in questo caso si intendende come "il grado o il punto più elevato della felicità o dello stipendio tra i gradi della felicità o dello stipendio?
[76]
linguista scrive:
[77]
28 dicembre 2009 alle 10:43
[78]
Nei casi che cita, massimo è un sostantivo che assume il significato di 'quantità più grande possibile'.
[79]
Ovvero, del grado di felicità e di stipendio più alti che si possano raggiungere.
[80]
Ho risposto alla domanda?
[81]
Francesco Bianco
[82]
Sergio scrive:
[83]
28 dicembre 2009 alle 11:34
[84]
Si.
[85]
Solo una cosa, quindi i gradi di felicità è come se fossero il gruppo delle quantità?
[86]
linguista scrive:
[87]
28 dicembre 2009 alle 11:56
[88]
Credo di non capire bene cosa intenda per "gruppo delle quantità".
[89]
La felicità, nel caso da lei indicato, è considerata come grandezza quantificabile e pertanto scalare; dicendo il massimo della felicità io considero il punto più alto sulla scala della felicità.
[90]
Naturalmente, il resto della frase può chiarificare di quale "massimo" si tratti, ancorando un'espressione assoluta a un contesto specifico.
[91]
In una frase come Il massimo della felicità cui possiamo aspirare è comunque minore rispetto al grado di felicità che hanno raggiunto le generazioni che ci hanno preceduto, la proposizione relativa (per l'appunto, una relativa limitativa) restringe la portata di questa scala e di questo "massimo" entro confini precisi (quelli della felicità raggiungibile dalla generazione attuale).
[92]
Francesco Bianco
[93]
Sergio scrive:
[94]
28 dicembre 2009 alle 16:42
[95]
Grazie.
[96]
Credo di aver capito.
[97]
Praticamente nel superlativo in questione, abbiamo il punto più alto di felicità in relazione alla felicità attuale(gruppo di riferimento).
[98]
Sergio scrive:
[99]
28 dicembre 2009 alle 16:47
[100]
Quindi se non si termina con un contesto specifico, rimane un superlativo assoluto?

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