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Avete dubbi sulla grammatica? Scriveteli in questo forum e un gruppo di linguisti risponderà in tempo reale a ogni vostra singola domanda.

Language columnIl linguista
AuthorMassimo Arcangeli
Date 01 ottobre 2010


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[1]
Gianluca scrive:
[2]
25 novembre 2009 alle 20:03
[3]
Il devoto-oli riporta come significato di "massimo" una spiegazione che non capisco.
[4]
Cosa vorrebbe dire: normalmente con valore relativo, ma vicino al valore assoluto negli impieghi affettivi. es:" lo tratterò con la massima benevolenza".
[5]
Cioè, vorrebbe dire "la grandissima" benevolenza?
[6]
linguista scrive:
[7]
25 novembre 2009 alle 20:49
[8]
Nell'esempio che propone, se ci atteniamo al criterio della sostituibilità (ne abbiamo già parlato), a "massimo" potrebbe tranquillamente subentrare "più grande": "massimo" sarebbe dunque, in questa prospettiva, un superlativo relativo.
[9]
Rimanendo su questa via interpretiva - se la si vuole accogliere - la stessa forma svolgerebbe mansioni di superlativo assoluto in un enunciato come "Essere a un livello di massima (/altissima, grandissima...) allerta" o in una locuzione come "Pontefice massimo".
[10]
A ulteriori precisazioni semantiche, o ad analoghe "segmentazioni" dell'esistente da giudicare volta per volta (che chiamino in causa "impieghi affettivi" o altro), non vale la pena ricorrere.
[11]
Massimo Arcangeli
[12]
Gianluca scrive:
[13]
26 novembre 2009 alle 08:17
[14]
Grazie Dott.
[15]
Arcangeli della sua precisazione e gentilezza sull'argomento superlativo assoluto.
[16]
Leggendo su repubblica on line, ho notato questa frase:"E - stando a quanto si è appreso da fonti d'Oltretevere - non è da escludere che il segretario di Stato vaticano non l'abbia accontentato, forse perché mosso dalla loro notoria reciproca vecchia amicizia".
[17]
Mi chiedevo se è giusta in questo caso la seconda negazione "non l'abbia accontentato" per affermare qualcosa di positivo.
[18]
Cioè io avrei scritto: non è da escludere che....l'abbia accontentato.
[19]
linguista scrive:
[20]
26 novembre 2009 alle 08:33
[21]
Ogni tanto qualche refuso, inevitabilmente, scappa.
[22]
Lo sanno bene scrittori, giornalisti, saggisti, illustri accademici...
[23]
Massimo Arcangeli
[24]
Fausto Raso scrive:
[25]
26 novembre 2009 alle 18:48
[26]
A proposito dell’articolo davanti ai cognomi (di una donna) Max Bocchiola e Ludovico Gerolin, nella loro Grammatica pratica dell’italiano dalla A alla Z sostengono che è normale’ per chiarirne il sesso:
[27]
http://books.google.it/books?id=rWibaAqN4mAC&pg=PA13&lpg=PA13&dq=l
[28]
Anche Luca Serianni, nella Grammatica Italiana (1989, pag. 170) consiglia l’articolo.
[29]
Scrive, infatti, l’accademico della Crusca: Con i cognomi femminili la norma tradizionale, cui è bene continuare ad attenersi, prescrive l’obbligo dell’articolo (...). Tuttavia (...).
[30]
linguista scrive:
[31]
26 novembre 2009 alle 19:16
[32]
Il caro Raso, sull'argomento, dimostra di avere una visione un po' miope e anacronistica della lingua italiana.
[33]
Sostenere, con Gerolin e Boggioli, che relativamente ai cognomi femminili "si è tentato senza troppo successo di adeguarne gli usi al maschile" vuol dire essere fuori dal mondo: si dimentica infatti (o non si sa) che sono tante le case editrici e le redazioni giornalistiche che hanno, in questi ultimi anni, consigliato (o imposto) ai diversi autori proprio l'"adeguamento".
[34]
Quanto all'eccellente grammatica dell'amico Serianni, non dimentichiamo che risale ad anni rispetto ai quali, per la questione di cui parliamo, oggi molto è cambiato.
[35]
Molto opportunamente, peraltro, Luca Serianni segnalava già allora (1989) diversi esempi giornalistici nei quali il cognome femminile non era preceduto dall'articolo, aggiungendovi a conforto altre considerazioni.
[36]
Fausto Raso, un po' maliziosamente, di tutto questo non fa parola.
[37]
Massimo Arcangeli
[38]
Maria scrive:
[39]
27 novembre 2009 alle 11:04
[40]
Buongiorno,
[41]
la parola "paura" crea iato.
[42]
Ma il suo aggettivo "pauroso"?
[43]
Una Professoressa dice che lo iato si conserva anche nei derivati (pauroso da paura- zietta da zia,....), ma ho trovato su Garzanti che la sillabazione sarebbe pau-ro-so.... quindi lo iato si conserva o no?
[44]
E "zietta"?
[45]
La ringrazio moltissimo!
[46]
linguista scrive:
[47]
27 novembre 2009 alle 15:52
[48]
Le confermo che in italiano i derivati di basi contenenti uno iato conservano generalmente questo incontro vocalico e la conseguente sillabazione distinta dei due suoni formanti, anche nel caso in cui, foneticamente, questi dovrebbero formare dittongo.
[49]
Questo vale quindi anche per pauróso’, derivato di paùra’, nel quale la u’, perdendo l’accento (che si sposta sulla penultima sillaba della parola), dovrebbe formare dittongo (e quindi una sola sillaba) con la a’.
[50]
Tuttavia questo non avviene e la sillabazione corretta, riportata dal Grande dizionario dell’uso di Tullio De Mauro e dalla Nuova grammatica della lingua italiana di Maurizio Dardano e Pietro Trifone, è pa-u-ró-so’.
[51]
Lo stesso vale, naturalmente, per ziétta’ (zi-ét-ta), derivato di zìa’ (zì-a).
[52]
La sillabazione alternativa (pau-ró-so) da lei citata viene effettivamente riportata da alcuni dizionari (come il Devoto-Oli, ad esempio) ed è forse spiegabile con il fatto che in molti casi la pronuncia dei derivati di parole contententi iato oscilla nella pratica di tutti i giorni: è il caso, ad esempio, di viale’ e viaggio’ da via’ (di norma vi-a-le’ e vi-ag-gio’, ma spesso avvertiti come via-le’ e viag-gio’ in esecuzioni particolarmente rapide).
[53]
Personalmente, preferisco per pauroso’ la soluzione quadrisillabica.
[54]
Marco Paciucci
[55]
Maria scrive:
[56]
27 novembre 2009 alle 22:32
[57]
grazie!
[58]
Mi ha risolto un problema!
[59]
linguista scrive:
[60]
28 novembre 2009 alle 21:18
[61]
Nell'italiano antico non mancano esempi di scambio fra le due forme.
[62]
L'italiano corrente, quando il pronome si riferisce al soggetto, prevede normativamente il ricorso a "": "Luigi ha un'alta concezione di ", "Gianni parla fra e ".
[63]
In alcuni contesti, tuttavia, come quello da lei citato, i due modelli si avvicendano più liberamente (con "lui", "lei", "loro", com'è ovvio, sintomatici di maggiore informalità): "Alla fine Maria ha fatto da ("/da lei"); "Anna non ha il libro con " (/"con lei"), "Carla e Giuseppe hanno portato i figli con " (/"con loro"), ecc.
[64]
Massimo Arcangeli
[65]
alberto scrive:
[66]
28 novembre 2009 alle 21:29
[67]
In un complemento di compagnia o di unione è più corretto (ma anche sensato) usare i complementi indiretti "lui, lei, loro" o il riflessivo "", in una frase dove non vi è vera riflessività dell'azione sul soggetto?
[68]
Insomma è più corretto dire:
[69]
- La madre portò i bambini con lei
[70]
o
[71]
- La madre portò i bambini con ?
[72]
Piero scrive:
[73]
29 novembre 2009 alle 14:16
[74]
Gentili linguisti,
[75]
buonasera.
[76]
Avrei bisogno d’un chiarimento sull’uso della d’ in chiave eufonica.
[77]
L’uso della d’ eufonica, in italiano, è attestato nell’uso della lingua parlata e di quella scritta.
[78]
Nelle forme ad’ e ed’ (non nella forma od’), però, la presenza della d’ ha anche una motivazione etimologica: le particelle derivano dal latino ad’ e et’, e il suono sordo della t’ [t] si sarebbe poi trasformato in quello sonoro [d] per un fenomeno di sonorizzazione dovuto alla posizione intervocalica.
[79]
Sarebbe quindi piú corretto mantenere la d’ nel caso d’incontro vocalico?
[80]
Pongo questa domanda, perché nella maggior parte dei casi alle forme ad’ e ed’ preferisco le forme a’ e e’, in quanto la d’ sembra peggiorare il suono della frase rendendone il ritmo meno fluido.
[81]
Il DOP riporta i casi in cui la preposizione a’ è quasi sempre ad’, e fra questi indica ad ottenere.
[82]
Secondo me, però, la frase Lo intimidí e riuscí a ottenere i soldi scorre meglio della frase Lo intimidí e riuscí ad ottenere i soldi.
[83]
Se optassi per la prima frase nella scrittura formale o argomentativa, commetterei un errore di registro?
[84]
Ringrazio anticipatamente.
[85]
linguista scrive:
[86]
29 novembre 2009 alle 15:00
[87]
Assolutamente no.
[88]
Sarebbe anzi buona regola usare sempre "a" ed "e", salvo nei casi in cui le due forme siano seguite da una parola iniziante con la loro stessa vocale ("riuscire ad avere...", "avvicinarsi ed entrare...") e in qualche altra particolare occasione: meglio scrivere "e" ed "a", per esempio, anziché "e" e "a", per evitare la triplice, fastidiosa sequenza vocalica.
[89]
Massimo Arcangeli
[90]
iorio scrive:
[91]
29 novembre 2009 alle 15:18
[92]
Io penso che la questione della D eufonica si risolvi da e automaticamente con regole che nella pratica vanno ben oltre la semplice uguaglianza del timbro vocalico: nel senso che incidano: la velocità del parlato, la posizione delle pause e degli accenti nella frase, la facilità articolatoria nel passaggio tra una vocale e l'altra ecc... insomma se si tratta di eufonia, solo l'orecchio può dire se quella D ci vuole o no, a seconda di come suona la frase nel suo insieme.
[93]
linguista scrive:
[94]
29 novembre 2009 alle 15:25
[95]
Nelle "particolari occasioni" a cui accennavo, come risulta anche dall'esempio che facevo, è evidente che siano soprattutto in gioco fattori di eufonia.
[96]
Mi raccomando, però: "si risolva" e non "si risolvi"; non maltrattiamolo il nostro bel congiuntivo.
[97]
Massimo Arcangeli
[98]
Piero scrive:
[99]
29 novembre 2009 alle 15:54
[100]
La ringrazio molto.

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