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Avete dubbi sulla grammatica? Scriveteli in questo forum e un gruppo di linguisti risponderà in tempo reale a ogni vostra singola domanda.

Language columnIl linguista
AuthorMassimo Arcangeli
Date 01 ottobre 2010


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Marco Paciucci
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Piero scrive:
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10 ottobre 2009 alle 11:20
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Gentili linguisti,
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buongiorno.
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Mi piacerebbe conoscere l'etimo di muzzo’, dell'espressione, diffusa tra i giovani, «a muzzo».
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Non ho trovato occorrenze: mi pare, comunque, che non affondi le radici nel latino.
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Vi ringrazio in anticipo!
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Cordiali saluti.
[10]
linguista scrive:
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10 ottobre 2009 alle 12:12
[12]
La parola invece viene proprio dal latino MUTULU(M): in toscano, e quindi in italiano, l'evoluzione fonetica ha dato mucchio, mentre altrove si è avuta la forma muzzu/muzzo, diffusa in diverse zone d'Italia.
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La forma da cui partire per capire il diverso esito è MUCLU(M) (rispetto alla forma iniziale è caduta la seconda U [fenomeno di sincope vocalica], mentre il nesso -TL- è passato a -CL- [la stessa trafila che ha portato da VETULU(M) a VECLU(M) a, infine, vecchio]): nel primo caso il nesso -CL- si è evoluto in -kkj- (mucchio, per l'appunto), nel secondo caso lo stesso nesso passa a -zz- (affricata dentale intensa).
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Il significato della locuzione idiomatica a muzzo è "a vanvera", "a casaccio".
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Alessandro Aresti
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Piero scrive:
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10 ottobre 2009 alle 12:50
[18]
Molte grazie, gentile Alessandro!
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In realtà non avrei voluto scrivere che non deriva dal latino (...sono stato vago...), ma che non deriva da una particolare locuzione latina ritenutane, da molti, la fonte: «ad mutium».
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Conferma o mi sbaglio?
[21]
linguista scrive:
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10 ottobre 2009 alle 14:19
[23]
"Mutiu(m)" è in alcuni casi una semplice variante grafica di "muciu(m)" (in cui la "c" è stata probabilmente pronunciata, nelle zone dove ha prevalso la forma muzzu/muzzo, come una "z" sorda): quindi non c'è contraddizione tra la rapsodica ricostruzione storico-fonetica che ho fatto e le fonti da cui lei ha attinto.
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Alessandro Aresti
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Paolo Bernasconi scrive:
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11 ottobre 2009 alle 13:49
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Cari signori,
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nell'ambito della redazione di un contratto (i.e. linguaggio scritto e formale), la controparte mi fa notare che l'utilizzo della congiunzione esplicativa "cioè" è da preferirsi rispetto ad altre congiunzioni (che invece a me sembrano più "formali") quali: "vale a dire", "ossia", "in altre parole" ecc.
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Potreste darmi qualche indicazione a riguardo?
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Grazi infinite
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Paolo Bernasconi
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linguista scrive:
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11 ottobre 2009 alle 14:40
[34]
Cioè non è più formale di ossia, vale a dire, ecc.
[35]
Resta da vedere se la preferenza della "controparte" per questa congiunzione sia riconducibile a ragioni stilistiche o di altro tipo: probabilmente - questa è la mia opinione - viene ritenuta più adeguata 1) perché si tratta della più tipica congiunzione esplicativa, 2) perché risponde positivamente a una comprensibile esigenza di concisione (rispetto a vale a dire e in altre parole, che sono locuzioni e non semplici parole) e 3) perché evita di incappare in possibili ambiguità (ossia può essere anche congiunzione disgiuntiva): ricordiamoci che siamo pur sempre dinanzi a una scrittura che ha (o deve avere) valore giuridico e che per questo deve rendersi inequivocabile.
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Alessandro Aresti
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Piero scrive:
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12 ottobre 2009 alle 08:35
[39]
Grazie tante della risposta!
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Mi domando però come si sia arrivati al significato di a vanvera’, a casaccio’, partendo da mucchio’...
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linguista scrive:
[42]
12 ottobre 2009 alle 08:50
[43]
Il mucchio è un insieme di cose ammassate e per estensione anche 'un grande numero' di cose.
[44]
Da qui deriva il significato di 'insieme di cose ammassate senza logica', e quindi 'a vanvera' e 'a casaccio'.
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Marco Gargiulo
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giuseppe scrive:
[47]
12 ottobre 2009 alle 15:40
[48]
Gradirei sapere perchè si scrive "familiari" ( e altre parole simili) quando a rigor di logica si dovrebbe scrivere "famigliari" essendo una parola derivata da "famiglia".
[49]
Grazie
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linguista scrive:
[51]
12 ottobre 2009 alle 15:45
[52]
Il termine famiglia deriva dal lat.
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FAMILIA(M) seguendo una trafila popolare’; il che comporta la trasformazione fonetica del nesso latino volgare -LJ- al suono che in italiano si rende con la grafia -gli-, e che tecnicamente si definisce fonema laterale palatale’.
[54]
Si tratta dello stesso processo che troviamo in FILIU(M) > FILJU > figlio, e, ovviamente, in tanti altri vocaboli che discendono dal latino per via diretta.
[55]
L’aggettivo familiare è invece una voce semidotta’ che si rifà al lat.
[56]
FAMILIARE(M).
[57]
Si tratta quindi di un calco dal latino che è stato introdotto nella lingua italiana piuttosto tardi nel Due-Trecento , quando, cioè quel meccanismo per cui -LJ- diventa -gli- aveva ormai da lungo tempo cessato di operare.
[58]
Questo sotto un profilo etimologico.
[59]
Per quanto riguarda l’uso, la norma è meno rigida di quanto si pensi: se l’aggettivo sta a significare pertinente o riconducibile alla famiglia e ai rapporti fra i suoi membri’ sono ammesse entrambe le forme: famigliare e familiare (per es. un quadretto di vita famigliare/familiare ); se invece con esso si vuole indicare qualcosa di abituale, noto, conosciuto per una lunga consuetudine’, allora è preferibile usare familiare (per es. un viso familiare).
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Marcello Ravesi
[61]
Sergio scrive:
[62]
13 ottobre 2009 alle 15:35
[63]
Usando il verbo vincere è chiaramente corretto dire: ho vinto a scacchi.
[64]
Ma è ugualmente corretto dire per es: ho vinto Luigi.
[65]
Cioè utilizzando un complemento oggetto che è un mome proprio?
[66]
linguista scrive:
[67]
13 ottobre 2009 alle 17:21
[68]
La frase "ho vinto Luigi" è senz'altro corretta, benché in effetti poco usuale.
[69]
Fra le diverse accezioni del verbo è dato trovare il significato di 'superare, battere l'avversario in uno scontro, una contesa verbale o una competizione', a cui si potrebbe ricondurre il suo esempio.
[70]
A corredo di quanto detto, riporto alcuni versi di Giovanni Boccaccio: «Quel dolce canto col qual già Orfeo / Cerbero vinse e il nocchier d'Acheronte, / o quel con ch'Anfïon dal duro monte / tirò li sassi al bel muro dirceo (...)» (Giovanni Boccaccio, Rime, Parte I, 8.1-4).
[71]
Rocco Luigi Nichil
[72]
brunella scrive:
[73]
14 ottobre 2009 alle 19:14
[74]
Nel linguaggio scolastico è consuetudine dire "ho un'ora buca", ma questa espressione è grammaticalmente corretta?
[75]
grazie
[76]
linguista scrive:
[77]
14 ottobre 2009 alle 19:56
[78]
Si tratta, effettivamente, di una tipica espressione in "scolastichese".
[79]
Non è grammaticalmente corretta.
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Massimo Arcangeli
[81]
Marco scrive:
[82]
16 ottobre 2009 alle 10:01
[83]
E' corretto dire: "Dato che sono diventato ricco, mi comprerò una casa più costosa possibile" ; oppure " Siccome non hai molto spazio, devi comprare una cucina più piccola possibile".
[84]
Cioè, mi spiego, si può usare l'articolo indeterminativo con affermazioni di questo tipo, che dovrebbero essere superlative relative?
[85]
linguista scrive:
[86]
16 ottobre 2009 alle 10:22
[87]
Se il tuo dubbio riguarda l'uso di norma dell'articolo determinativo devi però considerare che questo si antepone all'aggettivo (ovvero al suo avverbio modificatore), non al nome.
[88]
Vale a dirsi: "la più costosa", "la più piccola".
[89]
Quindi "Dato che sono diventato ricco, mi comprerò una casa, la più costosa possibile" e "Siccome non hai molto spazio, devi comprare una cucina, la più piccola possibile.. Forme alternative corrette come le frasi che porti quali esempi.
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Mattia Mela
[91]
Marco scrive:
[92]
16 ottobre 2009 alle 11:05
[93]
Quindi sono scorrette le due frasi che ho scritto?
[94]
Non grammaticamente esatte?
[95]
Non è mai corretto usare l'articolo indeterminativo in frasi di questo tipo?
[96]
Cioè mi chiedevo se a rigor di logica oltretutto ci possano essere " più cucine più piccole possibili" oppure "più case più costose possibili"?
[97]
Credo che anche a livello di possibilità, sia impossibile.
[98]
linguista scrive:
[99]
16 ottobre 2009 alle 11:40
[100]
Sono corrette entrambe.

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