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Avete dubbi sulla grammatica? Scriveteli in questo forum e un gruppo di linguisti risponderà in tempo reale a ogni vostra singola domanda.

Language columnIl linguista
AuthorMassimo Arcangeli
Date 01 ottobre 2010


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[1]
Nell'ultimo caso da lei proposto l'articolo indeterminativo indica che non si tratta di un periodo specifico (per esempio da oggi a giovedì, oppure dal 2 al 4 ottobre 2009), bensì "un qualunque" periodo che abbia la durata di almeno tre giorni.
[2]
Quel che preme al parlante è comunicare (potrebbe trattarsi di un genitore che si rivolge al figlio) il tempo sufficiente affinché i contenuti di un esame siano assimilati, non determinare "quando" debba effettivamente svolgersi questo periodo di studio (potrebbe essere in questi giorni, la prossima settimana o il prossimo mese, ma comunque non meno di tre giorni).
[3]
Una volta sostenuto (e auspicabilmente superato ) l'esame, lo studente potrebbe rivolgersi così a chi gli ha dato il consiglio: "Effettivamente il periodo di tre giorni è servito", riferendosi al discorso fatto in precedenza (si noterà inoltre che, nel frattempo, il periodo di tre giorni è diventato un periodo effettivo!).
[4]
Concludo segnalandole che nella sua frase "un periodo" agisce da complemento di tempo e non da complemento oggetto: altro sarebbe dire, per esempio, "Devi considerare un periodo (di studio) di almeno tre giorni".
[5]
Francesco Bianco
[6]
Giovanni scrive:
[7]
22 settembre 2009 alle 15:23
[8]
grazie dott.
[9]
Bianco.
[10]
Devo dire che la lingua presenta spesso diversi risvolti.
[11]
Siete splendidi nelle vostre delucidazioni.
[12]
Giovanni scrive:
[13]
22 settembre 2009 alle 15:52
[14]
Scusi dott.
[15]
Bianco se chiedo ancora una precisazione: Quindi se dico :"devi studiare un periodo minimo di tre giorni"; in questa frase l'aggettivo "minimo", può voler dire sia "piccolissimo" che "il più piccolo"?
[16]
Cioè può avere valore di superlativo assoluto o relativo?
[17]
linguista scrive:
[18]
22 settembre 2009 alle 16:32
[19]
In questo caso "minimo" vale come superlativo assoluto 'che ha la minor durata'; alla voce "minimo", il GRADIT riporta un esempio analogo: il tempo minimo per compiere il percorso è di due minuti.
[20]
Provi a parafrasare: il tempo più breve per compiere il percorso è di due minuti vs *il tempo brevissimo/molto breve per compiere il percorso è di due minuti.
[21]
Francesco Bianco
[22]
Giovanni scrive:
[23]
22 settembre 2009 alle 16:50
[24]
Questo dott.
[25]
Bianco, vale anche nel caso in cui "minimo" sia un sostantivo? es: devi stare a letto un minimo di tre giorni? cioè il tempo che ha la minor durata.
[26]
Solo un altro dubbio: è corretto dire in italiano: "una quantità più piccola possibile di... o bisogna dire " una quantità, la più piccola di...
[27]
Mi chiedo questo perchè credo non ci possano essere più di una quantità più piccola possibile.
[28]
linguista scrive:
[29]
22 settembre 2009 alle 17:04
[30]
Per poter rispondere correttamente alla sua domanda avrei bisogno di esempi più estesi.
[31]
Può fornirmi frasi complete (possibilmente inserite nel loro contesto)?
[32]
Francesco Bianco
[33]
Giovanni scrive:
[34]
22 settembre 2009 alle 20:17
[35]
Certo.
[36]
Per esempio,ho letto in un racconto: dammi del pane, una quantità più piccola possibile... e così mi sono chiesto se fosse corretto.
[37]
Mi sono fatto questa domanda, perche come logica non ci potrebbero essere più quantità più piccole possibili.
[38]
Mi rifaccio ad un altro esempio : "un ragazzo, il più bravo della classe".
[39]
Infatti sarebbe scorretto " un ragazzo più bravo della classe".
[40]
linguista scrive:
[41]
22 settembre 2009 alle 21:12
[42]
Il suo ragionamento è giusto.
[43]
Le soluzioni esatte sarebbero "Dammi del pane, una quantità la più piccola possibile" e "Dammi del pane, la quantità più piccola possibile".
[44]
Nell'uno e nell'altro caso si specifica che è proprio la minima quantità possibile che si vuole, il che spiega perché non può essere accettato un esempio come "Dammi del pane, una quantità più piccola possibile" (non si può scegliere fra minime quantità se vogliamo proprio quella minima).
[45]
Consideri invece l'enunciato: "Dammi del pane, una quantità più piccola di quella di Luigi".
[46]
Correttissimo, naturalmente: potrebbero essere tante le quantità di pane più piccole di quella che ha Luigi (a non essere accettabile sarebbe allora: "Dammi del pane, la quantità più piccola di quella di Luigi").
[47]
Massimo Arcangeli
[48]
Fausto Raso scrive:
[49]
22 settembre 2009 alle 21:15
[50]
Chiedo scusa: non sarebbe meglio dire una "quantità minore"?
[51]
"Piú piccola" l'idea di...
[52]
"grandezza".
[53]
Sbaglio?
[54]
linguista scrive:
[55]
22 settembre 2009 alle 21:20
[56]
Non comprendo l'affermazione.
[57]
"Più piccolo", fino a prova contraria, equivale perfettamente a "minore"; sono entrambi comparativi di maggioranza dell'aggettivo al grado positivo ("piccolo").
[58]
Ma forse l'amico Raso voleva dire qualcos'altro.
[59]
Massimo Arcangeli
[60]
linguista scrive:
[61]
22 settembre 2009 alle 21:23
[62]
A proposito del superlativo relativo e dell'uso dell'articolo, vorrei aggiungere una considerazione a margine.
[63]
Ho l'impressione (tutta personale) che nell'italiano parlato ("dell'abuso medio", direbbe qualcuno che se ne intende) riemerga spesso, a dispetto delle tante grammatiche che ne sconsigliano l'uso, il particolare costrutto del superlativo relativo preceduto dall'articolo determinativo ("la cosa la più bella"), secondo il modello francese ("la chose la plus belle").
[64]
La forma, osteggiata dai puristi del secolo scorso, è tuttavia rintracciabile in molte opere ottocentesche, e conta fra i suoi padri nobili anche due grandi autori della nostra letteratura, quali Alessandro Manzoni e Giacomo Leopardi.
[65]
Si legga ad esempio il seguente passo manzoniano: «Geltrude aspreggiata, rinchiusa, minacciata, in una situazione che sarebbe stata dolorosa anche alla coscienza più illibata, si trovava anche la memoria del fallo, che basta a rattristare la situazione la più gioconda, e l'animo suo fu prostrato» ( Fermo e Lucia, Tomo 2, capitolo 2).
[66]
Rocco Luigi Nichil
[67]
jinzo scrive:
[68]
22 settembre 2009 alle 21:50
[69]
Salve vorrei sapere come si chiamano tecnicamente le locuzioni che prevedono una duplicazione della stessa parola: "lemme lemme", "piano piano", "gatton gattoni" ecc.
[70]
linguista scrive:
[71]
22 settembre 2009 alle 22:38
[72]
Se avessimo a che fare con un espediente retorico dovremmo considerare tutti questi esempi come altrettanti casi di epanalessi (o "geminatio"), cioè di ripetizione a contatto di una parola o un'espressione (cfr. "Ben son, ben son Beatrice", Purg. XXX, 73).
[73]
Siamo però di fronte a forme cristallizzate, il cui valore è "iconico": il raddoppiamento di "lemme lemme", "piano piano", "gatton gattoni" (o, ancora, di "cammina cammina") rende cioè quasi visibile la progressione del movimento.
[74]
Massimo Arcangeli
[75]
alda scrive:
[76]
22 settembre 2009 alle 23:51
[77]
Vorrei sapere la regola grammaticale che mi chiarisca quando scrivo: io gli dissi o io le dissi.
[78]
Ovvero quando usare gli o quando usare le
[79]
Grazie.
[80]
linguista scrive:
[81]
23 settembre 2009 alle 00:20
[82]
Secondo la norma con "gli dissi" ci si riferisce a una terza persona singolare di genere maschile, con "le dissi" a terza singolare femminile.
[83]
Da secoli è attestato anche l'uso di "gli" riferito a una terza persona plurale, in concorrenza con lo standard "loro": "gli dissi" vs "dissi loro".
[84]
Assai meno accettabile è l'uso di "gli" al posto di "le" (cioè per una terza persona singolare femminile), quantunque sia attestato presso autori rientranti a pieno titolo nel nostro canone letterario (p. es. Boccaccio, Verga, Moravia).
[85]
Francesco Bianco
[86]
Fabio scrive:
[87]
23 settembre 2009 alle 18:10
[88]
Gentilissima redazione di Lid’O,
[89]
da sempre I Promessi Sposi vengono letti integralmente nel biennio di scuola superiore; condivido la validità didattica di questa lettura, ma noto di anno in anno nei ragazzi una sempre maggiore difficoltà nella comprensione del lessico.
[90]
Mentre sullo scoglio sintattico non ho dubbi giusto e formativo faticare sull’ampio periodare manzoniano- non sono più altrettanto sicuro per ciò che riguarda il lessico.
[91]
Almeno metà della classe arranca, fatica a comprendere il significato delle pagine, trova insopportabile il romanzo e si salva nelle interrogazioni con il Bignami di turno.
[92]
Continuo a ritenere poco interessanti le operazioni di traduzioni complete dei nostri classici (quelle compiute o solo firmate da Aldo Busi per Il Decameron , ad es.), ma ora vorrei chiedere:
[93]
avrebbe senso un'edizione de I Promessi Sposi "lessicalmente aggiornata" (cioè con un lessico da italiano contemporaneo senza alterare la sintassi manzoniana) per il biennio/ginnasio, lasciando al triennio/liceo la lettura originale?
[94]
Non vedo quale impoverimento stilistico/ermeneutico causerebbero le variazioni (scoraggiato per scoraggito; poiché per perocché; scandalo per scandolo ...)
[95]
Mi conforta l’uso degli allotropi fatto nelle splendide Concordanze de I Promessi Sposi a cura di De Rienzo, Del Boca, Orlando, Milano Fondazione Mondadori, 1985
[96]
Come direbbero i linguisti, le variazioni inciderebbero solo sull’asse paradigmatico (sul quale si continua a lavorare in classe nello studio della poesia) senza intaccare quello sintagmatico.
[97]
Grazie e complimenti per l'ottima rubrica
[98]
linguista scrive:
[99]
23 settembre 2009 alle 19:15
[100]
Sono d'accordo con lei sulle varie operazioni di ritraduzione di classici come il "Decameron" (se si decide di leggerli, vanno letti così come sono), ma un po' titubante sulle scelte di ammodernamento lessicale di testi più vicini a noi - non solo linguisticamente parlando - come i "Promessi Sposi".

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