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Avete dubbi sulla grammatica? Scriveteli in questo forum e un gruppo di linguisti risponderà in tempo reale a ogni vostra singola domanda.

Language columnIl linguista
AuthorMassimo Arcangeli
Date 01 ottobre 2010


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[1]
salve!
[2]
ho un quesito da porre.
[3]
Sono curiosa di sapere se in italiano sia più corretto dire:
[4]
"Sei parente A Marco?"
[5]
oppure
[6]
"Sei parente DI Marco?"
[7]
Grazie per l'attenzione!
[8]
Rosetta.
[9]
linguista scrive:
[10]
31 agosto 2009 alle 11:00
[11]
L'espressione corretta è "essere parente DI qualcuno".
[12]
Il tipo con "a", di vario uso (dialettale-)regionale, non è accettato dalla norma corrente.
[13]
Massimo Arcangeli
[14]
rosy scrive:
[15]
31 agosto 2009 alle 11:06
[16]
Grazie per la celere risposta al quesito dell' "essere parenti DI/A".
[17]
Trattasi quindi, come intuivo, di una variazione diatopica dell'italiano.
[18]
Ma le variazioni diatopiche sono così demonizzate oppure si tende bonariamente a "perdonarle"?
[19]
linguista scrive:
[20]
31 agosto 2009 alle 11:23
[21]
No, non sono tutte demonizzate.
[22]
Il discorso è sempre quello: bisogna saper distinguere fra uso scritto e parlato, formale e informale di una lingua e applicare, di volta in volta, le conseguenti "regole".
[23]
Se, in una lettera "seria" indirizzata a uno sconosciuto, scrivo di "essere parente a Tizio o Caio" non ci faccio una bella figura, perché il mio interlocutore può credere che non sappia l'italiano o non sappia usarlo; lo stesso accadrebbe se tenessi una lezione a scuola o all'università o rilasciassi un'intervista a una radio o una tv a diffusione nazionale.
[24]
Se scrivo invece una e-mail a un amico intimo, o parlo familiarmente al bar con qualcuno, posso permettermi di inserire in quel che scrivo o dico anche tratti regionali o dialettali sensibili o molto marcati; sarebbero, in un certo senso, la mia carta d'identità (di parlante e scrivente) "affettiva".
[25]
Massimo Arcangeli
[26]
rosy scrive:
[27]
31 agosto 2009 alle 11:29
[28]
Grazie infinatamente Prof Arcangeli.
[29]
Rispolvero con Lei i miei studi con molto piacere.
[30]
Alla fine, come diceva sempre il mio professore di linguistica: "il contesto chiarisce sempre tutto".
[31]
E' un piacere leggere le Sue spiegazioni in questo forum.
[32]
Inserisco tra i preferiti.
[33]
linguista scrive:
[34]
31 agosto 2009 alle 12:54
[35]
Il piacere (di poterle essere utile) è tutto nostro; al mio personale aggiungo quello dei miei validissimi collaboratori.
[36]
Molti cordiali saluti e, allora, a rileggerla.
[37]
Massimo Arcangeli
[38]
Jeko scrive:
[39]
3 settembre 2009 alle 21:46
[40]
Molti dizionari riportano la parole "nientepopodimeno", mi chiedevo se si può scrivere anche "nientepopodimenoché" tutto attaccato?
[41]
linguista scrive:
[42]
4 settembre 2009 alle 01:47
[43]
Dopo una (rapida) verifica nei più diffusi dizionari italiani dell'uso in mio possesso, ho riscontrato come il lemma nientepopodimeno (o niente po' po' di meno che) sia effettivamente presente nel De Mauro (Paravia), nel Sabatini-Coletti (Sansoni) e nello Zingarelli 2008 (Zanichelli); in questi dizionari tuttavia non compare la forma univerbata nientepopodimenoché.
[44]
Quest'ultima parola, che porta con qualcosa di familiare e quotidiano, rimanda al linguaggio parlato e risale molto probabilmente ad un intercalare tipico delle presentazioni di Mario Riva (pseudonimo di Mariuccio Bonavolontà, Roma, 26 gennaio 1913 Verona, 1 settembre 1960), attore e conduttore televisivo molto famoso negli anni Cinquanta.
[45]
Michele Guardì, regista ed autore tv, citando forse lo stesso Riva, condusse personalmente un programma dal titolo omonimo (andato in onda dal 13 febbraio al 10 aprile 2001).
[46]
Il termine univerbato è inoltre molto diffuso sul web (tanto da superare in "occorrenze" le forma separate niente po' po' di meno che, nientepopodimeno che, niente popo di meno che [errata]).
[47]
Tuttavia la natura transeunte del termine, legato all'oralità e al registro informale e scherzoso, non ha permesso una definitiva affermazione della forma nientepopodimenoché.
[48]
E forse mai lo farà.
[49]
Rocco Luigi Nichil
[50]
marco scrive:
[51]
4 settembre 2009 alle 01:50
[52]
Ho sentito ieri dire artifizio.
[53]
E' corretto?
[54]
Grazie
[55]
linguista scrive:
[56]
4 settembre 2009 alle 01:56
[57]
La forma artifizio è certamente corretta, sebbene si tratti di una variante antiquata del più comune artificio.
[58]
Rocco Luigi Nichil
[59]
Simona scrive:
[60]
4 settembre 2009 alle 02:05
[61]
Salve a tutti, ho un dubbio sulle lettere maiuscole accentate in italiano.
[62]
Ho notato che quasi tutti, compreso nell'elenco telefonico, mettono un apostrofo, e non un accento, sulle lettere maiuscole che dovrebbero essere accentate (ad esempio, E' invece di È).
[63]
So che ciò deriva dalle vecchie tipografie in cui, per un motivo estetico (la lettera accentata risultava più piccola)si tendeva appunto ad adottare quest'altra soluzione; tuttavia, oggi si scrive al computer e quindi il problema non si pone più (ALT+num)... continua ad essere accettata la lettera maiuscola con l'apostrofo al posto dell'accento o è considerata un errore?
[64]
Grazie mille!
[65]
Simona
[66]
linguista scrive:
[67]
4 settembre 2009 alle 02:40
[68]
Il problema è molto più complesso di quanto possa apparire in superficie.
[69]
L'uso dell'apostrofo in luogo dell'accento con le lettere maiuscole, oltre ad essere un'eredità delle antiche tecniche tipografiche, risponde anche ad esigenze di natura pratica legate al sistema di scrittura dei computer.
[70]
Pensi ad un titolo di Repubblica di qualche tempo fa: "PERCHE' PISTORIUS FA COSI' PAURA?" (13 gennaio 2008).
[71]
Ora, non avendo a disposizione sul pc un tasto per la E accentata, in questa piattaforma un sistema di simboli, per sostituire l'apostrofo incriminato dovrò ricorrere ad un software di scrittura e ad un carattere speciale.
[72]
Il che costituisce per molti utenti un primo decisivo scoglio, tanto che secondo Giovanni Lussu, il motivo della scelta dell'apostrofo in luogo del grafema maiuscolo accentato è dato dal fatto che "(...) non si conosce la combinazione di tasti per le maiuscole accentate".
[73]
Ma io non mi fermo certo alle prime difficoltà ed opero (volentieri) la sospirata sostituzione: "PERCHÉ PISTORIUS FA COSÌ PAURA?".
[74]
Il tutto sembrerebbe tutto sommato facile ed indolore, se non fosse che alcuni computer non riprodurranno queste forme (non riconoscendo il simbolo inserito).
[75]
Chi non sia digiuno del web ricorderà di aver visto forme grafiche come PERCH?, PERCH?, COS?, COS?, e così via, in luogo di PERCHÉ, COSÌ.
[76]
Per questi motivi, sebbene condivida con lei l'opzione dell'accento, dovrò pur riconoscere come le forme "apostrofate" siano largamente accettate e in uso in diversi ambiti della lingua scritta (e contro l'uso linguistico - lo saprà ormai - c'è poco da fare).
[77]
Tuttavia, se è lecito consigliare una scelta, io opterei per la foma accentata, sicuramente più corretta e - diciamocelo pure, senza correre il rischio di essere etichettati come puristi - più elegante.
[78]
In ultima analisi, se volesse approfondire l'argomento le consiglio di consultare un bell'articolo di Vera Gheno, consultabile su internet all'indirizzo http://www.matapp.unimib.it/~ferrario/f/cr/faq_latin1.htm (nel sito dell'Accademia della Crusca).
[79]
Rocco Luigi Nichil
[80]
pers scrive:
[81]
4 settembre 2009 alle 13:56
[82]
Nei verbi che finiscono in -empire, i dizionari segnalano come corrette solo le forme -empio, -empi... empiono.. ecc, (ad eccezione di adempire); eppure su google libri trovo nelle edizioni dell'800 diverse occorrente per empisco o empiscono ecc.. tra cui una occorre in una poesia di Pascoli il "Fauno".
[83]
Le forme come empisco sono quindi da considerarsi agrammaticali e quindi errati, oppure semplicemente antiquate? e se sono semplicemente forme obsolete perché non vengono segnalati neppure dai dizionari più sensibili a queste sfumatura, come ad esempio il Treccati che segnala persino le forme arcaiche di patire?
[84]
linguista scrive:
[85]
4 settembre 2009 alle 21:17
[86]
In realtà i verbi italiani che all'infinito presente terminano in -empire sono assai pochi.
[87]
Prendendo le mosse dai dizionari, come fa lei, ricordo che il Sabatini-Coletti 2008, il De Mauro e il Devoto-Oli concordano nell'indicare solo tre verbi in -empire: adempire, empire e riempire; tutti e tre i verbi presentano la variante -empiere, sebbene in alcuni casi le due forme vengano presentate in lemmi separati e autonomi (così si comporta infatti il Sabatini-Coletti 2008 per la coppia di verbi adempire/adempiere).
[88]
La forma in -empiere può essere all'origine, per attrazione sulla seconda coniugazione, delle forme rizotoniche (cioé accentate sulla radice verbale).
[89]
Ora, è vero che nella grande maggioranza i dizionari presentano solo le forme rizotoniche -empio, -empi, -empie, -empiono, rispettivamente per la prima, seconda, terza persona singolare e terza plurale (faccia conto che per il De Mauro e il Devoto-Oli il verbo adempire presenta questa forma, e non invece quella arizotonica o debole, in -isco).
[90]
«Tu non ti empisci mai, tu gli gitti nel fango; to’ qui, e non mi romper più il capo, che non te ne darei un minimo», avrebbe potuto rispondere da par suo Pietro Aretino (Dialogo della nanna e della pippa (1536), Giorn. I. 353).
[91]
Ma sarebbe stata una voce isolata, trattandosi dell’unica occorrenza di questa forma nella nostra più importante tradizione letteraria (mi riferisco in particolare al canone della Letteratura Italiana Zanichelli [LIZ], di Pasquale Stoppelli ed Eugenio Picchi).
[92]
Ciò significherà che i verbi adempire e empire (non così riempire) presentano forme arcaiche in -isc-, che tuttavia risultano largamente minoritarie.
[93]
Questa forse la motivazione per la quale i diversi dizionari citati (che non a caso sono dell’uso e non storici) non presentano tali varianti.
[94]
Prima di concludere, vorrei fare un accenno all’opera di Pascoli da lei citata.
[95]
Non mi è dato ritrovare mi perdonerà per questo nella produzione pascoliana una lirica dal titolo Il fauno, ho riscontrato forme in -isc- del verbo empire, pur largamente presente nel poeta di San Mauro di Romagna.
[96]
Il suo riferimento è forse al poemetto La morte del Papa, in cui si legge: «(...) dove marcisce il puro fuoco in limo / di vita, impuro, su cui vola forse / l'uomo con l'ali, o sguazza il fauno simo. // (...) E la vecchietta, dietro il suo pensiero,/ guardando il cielo, ora vedea stessa, / non così vecchia, su per un sentiero. // Andava col su' omo, era ben messa, / incignava quel giorno anzi un guarnello: / andava a su per ascoltar la messa. // Lo conosceva quel vïotterello: / era pieno di fragole e di more. / Quasi quasi n'empiva il suo pannello (...)» (Nuovi Poemetti, 11 La morte del Papa, vv. 252-254, 265-273) .
[97]
O forse si riferiva ai seguenti versi del poema Inno a Roma:
[98]
«Anzi per il rupestre Campidoglio
[99]
eran macerie già muscose, e bianchi
[100]
ruderi sparsi si vedean tra i folti

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