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Avete dubbi sulla grammatica? Scriveteli in questo forum e un gruppo di linguisti risponderà in tempo reale a ogni vostra singola domanda.

Language columnIl linguista
AuthorMassimo Arcangeli
Date 01 ottobre 2010


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[1]
17 agosto 2009 alle 00:59
[2]
Da salentino vorrei "quasi sia" avvalorare ciò che ha scritto il professor Arcangeli nel suo precedente post.
[3]
Rocco Luigi Nichil
[4]
pino castagna scrive:
[5]
18 agosto 2009 alle 09:46
[6]
Salve,
[7]
potreste delucidarci sull'utilizzo corretto di lasciare, restare, rimanere?
[8]
linguista scrive:
[9]
18 agosto 2009 alle 10:36
[10]
La domanda è un po' vaga, ma provo a rispondere.
[11]
Fra "rimanere" e "restare" la sovrapposizione di usi e significati è quasi perfetta, ma si deve aggiungere almeno che il primo: 1) è lievemente più formale del secondo, un pizzico di eleganza in più ai nostri discorsi; 2) quando ha valore copulativo, ed è seguito da un participio passato, è in genere più adoperato dell'altro: dire "è rimasto ucciso in uno scontro a fuoco" è più frequente che dire "è restato ucciso in uno scontro a fuoco".
[12]
Quanto a "lasciare", che ha una semantica del tutto autonoma rispetto agli altri due verbi, ad avvicinarlo a entrambi è soltanto il significato di "far rimanere, far restare" (come in "lasciare di stucco", che è ovviamente dire altra cosa rispetto a "rimanere, restare di stucco", o "lasciare qualcuno a piedi").
[13]
Massimo Arcangeli
[14]
Fausto Raso scrive:
[15]
18 agosto 2009 alle 12:12
[16]
Mi permetto una piccola aggiunta a quanto scritto dal prof.
[17]
Arcangeli.
[18]
Questi due verbi non sono "sinonimi perfetti"; non potrebbero essere adoperati indifferentemente.
[19]
Il primo indica "per poco tempo", con l'accezione di "avanzare": mi restano pochi spiccioli; il secondo, invece, indica "per un tempo piú lungo", con il significato primario di "dimorare": rimanemmo a casa dei nonni per due giorni.
[20]
linguista scrive:
[21]
18 agosto 2009 alle 13:21
[22]
Sono ovviamente d'accordo con Raso che non siano "sinonimi perfetti"; ho scritto, infatti, "quasi" perfetti e aggiunto un bell'"almeno" che lascia intuire che, sotto sotto, ci sia dell'altro.
[23]
Peccato però, e mi spiace smentire chi ha una sensibilità così raffinata nei confronti della nostra lingua come l'amico Raso, che un'affermazione così netta come "non potrebbero essere adoperati indifferentemente" - in relazione ai significati discussi - sia, allo stato attuale, totalmente avulsa dalla realtà.
[24]
Anche molti nostri autori classici si ribellerebbero però a un giudizio formulato così seccamente: da Cellini ("restammo in Firenze per quattro giorni", nella "Vita") a Cesarotti ("due restammo in su la spiaggia", nell'"0ssian"), da De Roberto ("i monaci vi restarono molti anni", nei "Viceré") a D'Annunzio ("restarono due giorni", nelle "Novelle della Pescara").
[25]
E che dire poi dell'accezione figurata di "restare" in quel bellissimo passo di D'Azeglio (fonte, stavolta, "I miei ricordi") che inizia "Se talvolta destandosi nella mia mente vive immagini di quadri veri, che vi restarono addormentate per quaranta o cinquant'anni..."?
[26]
Massimo Arcangeli
[27]
Fausto Raso scrive:
[28]
18 agosto 2009 alle 20:11
[29]
Cortese prof.
[30]
Arcangeli, "non potrebbero essere adoperati indifferentemente" non mi sembra "un'affermazione cosí netta", come lo sarebbe se avessi scritto "non possono".
[31]
Il condizionale, infatti, al contrario dell'indicativo non indica "certezza" o "perentorietà".
[32]
Cordialmente.
[33]
linguista scrive:
[34]
18 agosto 2009 alle 21:44
[35]
Proviamo a modificare appena il passaggio "incriminato".
[36]
"Non potrebbero in nessun caso essere adoperati indifferentemente" non suona forse più o meno, sfumature a parte, come "Non possono in nessun caso essere adoperati indifferentemente"?
[37]
Quell'aggiunta ("in nessun caso") non è forse compatibile anche con il modo condizionale, laddove dovrebbe cozzare con l'assenza di "certezza" o "perentorietà" che proprio il condizionale statutariamente esprime?
[38]
Una semplice, banalissima coppia di esempi per dimostrare come la grammatica intesa astrattamente sia una cosa, quella calata nella carne del discorso sia un'altra.
[39]
Ciò non toglie, ci mancherebbe, che ognuno di noi possa avere una sua, rispettabilissima, percezione dei fatti linguistici.
[40]
Massimo Arcangeli
[41]
Giuseppe scrive:
[42]
20 agosto 2009 alle 11:56
[43]
A proposito dell'approfondimento del termine "gremio".
[44]
Nella liturgia ambrosiana, in occasione delle grandi solennità, vi è un rito di introduzione alla messa che avviene, guarda caso, "in gremio ecclesiae", cioè al "centro" della chiesa, a metà della navata centrale, ove, secondo la tradizione ambrosiana, si cantano i dodici kyrie eleison.
[45]
"In gremio", inteso proprio come nel grembo della chiesa, nel bel mezzo dell'assemblea liturgica.
[46]
linguista scrive:
[47]
20 agosto 2009 alle 12:41
[48]
Ricordo che l'interessante contributo (che mi pare non abbia bisogno di commenti) del signor Giuseppe fa riferimento alla domanda del signor Mario, datata 02/08/2009 alle 14:00:47, e alla relativa risposta del "linguista", datata 02/08/2009 alle 14:12:55.
[49]
Da parte mia, mi limiterò soltanto ad evidenziare come il sintagma citato ("in gremio ecclesiae") sia in realtà un pretto latinismo (com'è ovvio nell'ambito della liturgia ambrosiana), indicante uno stato in luogo (in + gremio [ablativo singolare con valore locativo di gr?m?um, -?i] + ecclesiae [genitivo singolare di ecclesia, -ae]), che in italiano varrà 'nel centro, nel cuore della chiesa'.
[50]
Rocco Luigi Nichil
[51]
Antonio scrive:
[52]
21 agosto 2009 alle 01:08
[53]
Gentili professori, da qualche tempo noto che in tutti i (tele)giornali si usa l'orripilante anglicismo "scena del crimine" in vece del corretto italiano "luogo del delitto".
[54]
A me questa espressione il voltastomaco, così come lo starnuto (come lo avrebbe definito il compianto Aldo Gabrielli) "highlights" per indicare le azioni salienti di una gara sportiva.
[55]
E che dire poi della "standing ovation" che fino a 10 anni fa avrebbe lasciato basito il 99% dei telespettatori italiani?
[56]
Mi piacerebbe conoscere il Vostro parere in merito.
[57]
linguista scrive:
[58]
21 agosto 2009 alle 07:58
[59]
L'argomento è stato affrontato più volte in questa rubrica.
[60]
Le do la mia opinione in merito.
[61]
La marea di francesismi che ha sommerso il nostro paese nel Settecento non ha arrecato alcun danno alla stabilità dell’italiano e alla sua capacità di rinnovarsi e rigenerarsi internamente; analoghe riflessioni, credo, si potrebbero avanzare per le recenti ondate di anglicismi.
[62]
Questo non vuol dire che dobbiamo supinamente accogliere tutto quel che l’angloamericano pretende di diffondere: se esiste un buon equivalente italiano di un determinato termine inglese dobbiamo adoperarlo e, se ne abbiamo la possibilità (da formatori, per esempio), dobbiamo sensibilizzare gli altri perché facciano lo stesso.
[63]
Ma c'è anche un altro aspetto da considerare: i grossolani errori che si commettono, anche quando la traduzione sembrerebbe tutto sommato buona, nel passaggio dall'inglese all'italiano; un'operazione che può risultare talora più "pericolosa" del mantenimento di termini ed espressioni originali.
[64]
In una vecchia puntata di Report (15 aprile 2007), intervistato sulla normativa in materia di realizzazione di rotonde stradali, l’urbanista Giuseppe Giampietro, in forze al Politecnico di Milano, ha fatto notare l’errata traduzione, nella "Gazzetta Ufficiale", di "landscape buffer" (una fascia verde che, obbligando i pedoni a percorrerla, li guida verso un passaggio a loro riservato) in "banchina pavimentata"; per soprammercato, aggiungeva Giampietro, il "varco disabili" di quella normativa, nella fonte del diritto americano a cui il legislatore italiano ha attinto, risulta essere proprio il passaggio pedonale, che, in quanto tale, dovrebbe essere accessibile a chiunque.
[65]
Anche quando le conseguenze di errori come questi, commessi nella traduzione tecnica, potrebbero non essere poi così gravi (da mettere a repentaglio, nell'occasione, la sicurezza del cittadino), rimangono gli atti preterintenzionali di depistaggio compiuti ai danni del povero consumatore.
[66]
Massimo Arcangeli
[67]
fedorico scrive:
[68]
23 agosto 2009 alle 23:27
[69]
Perché si dovrebbe "accecare" senza la I, mentre in "ciecamente" va lasciata?
[70]
Non derivano tutte e due da "cieco" e quindi dovrebbero mantenere entrambe la I anche se è solo un segno diacritico?
[71]
linguista scrive:
[72]
23 agosto 2009 alle 23:51
[73]
In italiano ci sono alcune parole soggette alla cosiddetta regola del "dittongo mobile", presente quando è tonico ma ridotto alla sola vocale ("e" oppure "o") quando è atono: per es.
[74]
"siede" (con dittongo) ma "sedeva" (senza).
[75]
Non sempre, tuttavia, questa "regola" trova applicazione.
[76]
Abbiamo così "presiedendo" (non *"presedendo"), come pure, per l'appunto, "ciecamente" (non *"cecamente").
[77]
Evidentemente, in questo caso, la pressione esercitata da "cieco" si fa sentire più di quanto avvenga per "accecare"; tanto più che, per questo verbo, la nostra lingua ammette, accanto ad "accieca", anche la variante "acceca" (l'infinito, così, finisce per subire un doppio condizionamento: quello esercitato da "acceca" e quello risultante dalla "regola" del dittongo mobile).
[78]
Massimo Arcangeli
[79]
andrea scrive:
[80]
24 agosto 2009 alle 11:52
[81]
il mio dubbio è il seguente:
[82]
per esprimere il concetto " fai che la mamma beva" è corretta la trasformazione " fai bere la mamma" o "fai bere a mamma"? e quale è la motivazione della costruzione corretta?
[83]
grazie
[84]
linguista scrive:
[85]
24 agosto 2009 alle 13:02
[86]
Entrambi i costrutti "Fai bere la mamma" (o "Fai bere mamma") e "Fai bere a mamma" equivalgono semanticamente a "Fai che la mamma beva"; in tutti e tre i casi il senso soggiacente è 'fai in modo che la mamma beva'.
[87]
La differenza tra "Fai bere la mamma" e "Fai bere a mamma" è perciò soltanto formale: il registro del primo enunciato è più alto di quello del secondo (ma tenga anche conto che "Fai bere a mamma", più che configurarsi come il risultato della cancellazione dell'oggetto diretto - "Fai bere qualcosa a mamma" - , può essere in molti casi influenzato dalla provenienza geografica del parlante).
[88]
Massimo Arcangeli
[89]
fedorico scrive:
[90]
24 agosto 2009 alle 13:23
[91]
Altra questione sui derivati di cieco: il suo superlativo assoluto dovrebbe essere a questo punto ciechissimo o cechissimo?
[92]
linguista scrive:
[93]
24 agosto 2009 alle 13:46
[94]
Se ha seguito il mio ragionamento dovrebbe essere "ciechissimo".
[95]
Si danno tuttavia, in questo campo, notevoli oscillazioni, anche nella nostra migliore, più recente tradizione letteraria: Pirandello, per esempio, preferiva "cecamente" a "ciecamente" e non mancherebbero certo, se volessimo darne, esempi vecchi e nuovi di "cechissimo" (tuttavia da evitare, come "cecamente", e perciò da marcare analogamente con un bell'asterisco: *"cechissimo").
[96]
Massimo Arcangeli
[97]
Giovanni scrive:
[98]
24 agosto 2009 alle 18:43
[99]
Gentile professore,
[100]
nei nomi di città come, per esempio L'Avana (ma vale anche per l'Aquila, La Spezia...), quando il nome è precedutp da una preposizione, si preferisce articolarla o lasciarla semplice?

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