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Avete dubbi sulla grammatica? Scriveteli in questo forum e un gruppo di linguisti risponderà in tempo reale a ogni vostra singola domanda.

Language columnIl linguista
AuthorMassimo Arcangeli
Date 01 ottobre 2010


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linguista scrive:
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2 agosto 2009 alle 03:39
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Il Dizionario della Lingua Italiana di Sabatini e Coletti, porta a lemma due volte il verbo stallare: nel primo caso (stallare1) il verbo, marcato come "non comune", riporta agli animali e alla stalla; nel secondo (stallare2) ad un termine tecnico legato all'ambito della marineria e dell'aeronautica (da un originario verbo francese étaler 'arrestarsi', derivato dal sostantivo étal 'stalla').
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In entrambi i casi siamo lontani dal significato del verbo ristagnare che significa 'rallentare, fino quasi a fermarsi; detto in particolare di un'attività economica che subisce un forte rallentamento o un arresto nella produzione'.
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Forse una certa assonanza, nonché una parziale sovrapposizione semantica (in particolare nell'ambito aeronautico, in cui il termini stallare rimanda a stallo, quindi ad una situazione bloccata, ferma) hanno suggerito ad Arbore la battuta di spirito (perché di ciò si tratta), che lei cita nel suo intervento.
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Per inciso, le dirò che esiste anche il verbo ristallare, ma con il solo significato di 'istallare nuovamente qualcosa'.
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Siamo quindi, se possibile, ancora più lontani dal significato del verbo ristagnare, da cui siamo partiti.
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Rocco Luigi Nichil
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roberto de faveri scrive:
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2 agosto 2009 alle 04:10
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gentile aresti,
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grazie per la rapidissima risposta circa la questione il/lo pneumatico.
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mi perdoni se la disturbo ancora. arcangeli il 5 giugno scorso, suggerendo una regola generale, si e' riferito a quella che chiama 'p complicata' (da una consonante che segue). pero' come si giustificano 'il professore', 'il prurito', su cui non credo ci siano dubbi circa la scelta dell'articolo?
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ancora grazie
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linguista scrive:
[16]
2 agosto 2009 alle 04:23
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Le forme che lei cita (professore, prurito) si giustificano semplicemente per il fatto che non presentano delle 'p complicate'.
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In effetti i nessi -PR- e -PL- (plotone), per ragioni fonetiche, non appartengono all'insieme di cui sopra, e ovviamente, come lei scrive, sono precedute dall'articolo il.
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Le ragioni fonetiche di cui scrivo sono legate alla natura articolatoria delle due consonanti coinvolte: infatti, sia la laterale /l/, sia la vibrante /r/ sono delle consonanti "costrittive" caratterizzate, rispetto alle altre, da un modesto restringimento del canale fonatorio (il flusso di aria che fuoriesce dai polmoni attraverso la bocca subisce cioè solo un piccolo ostacolo, caratteristica cha condividono con i suoni vocalici).
[20]
Il particolare statuto delle due consonanti è ravvisabile in alcune lingue straniere, laddove in assenza di suoni vocalici la vibrante e la laterale possono fungere da centro sillabico, ovvero il il punto di massima apertura del suono in una sillaba, supplendo la funzione esperita normalmente dalle vocali (si pensi Trst, nome sloveno della città di Trieste, in cui, per l'appunto, la vibrante svolge il ruolo di centro sillabico).
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Rocco Luigi Nichil
[22]
lisetta scrive:
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2 agosto 2009 alle 04:30
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Insegno.
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Detto titolo di un tema :" Descrivi un famigliare".
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Una mamma, insegnante, fa correggere con "familiare".
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Ma ...e la Ginzburg ?!
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linguista scrive:
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2 agosto 2009 alle 05:05
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Già, e la Ginzburg?
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Fino a qualche decennio addietro la forma famigliare avrebbe subito una feroce censura all'interno della scuola (ha presente gli errori evidenziati con il blu?).
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Oggi, sebbene non vi è dubbio che la forma corretta (e consigliabile) resti familiare, non troverà una grammatica o un dizionario (fra quelli più avvertiti ed aggiornati, si intende) che non riporti, accanto alla variante canonica, la forma "moderna" famigliare, di norma etichettata come "accettabile" (la stessa Accademia della Crusca ritiene ammissibile la forma); al successo di questa variante avrà certamente contribuito il Lessico famigliare della Ginzburg (opera del 1963), ma forse ancor di più la spinta analogica della base famiglia.
[33]
Fra altri vent'anni forse (ma non oggi) la forma familiare sarà avvertita come desueta e ai limiti dell'uso.
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Chi può dirlo?
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Siamo ancora una volta dinanzi all'evoluzione della lingua, che corre più velocemente di ogni suo recensore.
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Rocco Luigi Nichil
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andrea scrive:
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2 agosto 2009 alle 05:16
[39]
Vorrei chiedere il suo parere su una questione che più che la grammatica riflette l'evoulizione recente del lessico della lingua italiana.
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Mi riferisco all'alto tasso di "parole straniere" (quasi totalmente di lingua inglese) approdate nell'uso scritto e parlato della lingua italiana negli ultimi 30 anni circa in ambito teconolgico, ma non solo.
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Lungi dal voler essere un purista tout court, io ritengo tuttavia che molte di quelle parole siano passate acriticamente nell'uso perché proposte da riviste e mass-media sull'onda di voler deliberatamente marcare una tendenza (sia per carenza di fantasia di come rendere in italiano, sia per una questione di immagine senza troppi sforzi).
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Lei cosa ne pensa?
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linguista scrive:
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2 agosto 2009 alle 05:39
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Sono perfettamente d'accordo con lei.
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Fa una certa impressione leggere su alcuni volantini pubblicitari espressioni come resident dj (dj locale?), dance room (sala da ballo?), fino all'iniimitabile thanks to (ma in italiano non esisteva grazie a?).
[47]
In taluni casi appare evidente come un certo pseudoanglicismo da ostentare a tutti i costi abbia raggiunto dei livelli parossistici.
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Esistono alcuni settori in cui l'influsso dell'inglese è divenuto predominante: basterebbe leggere un qualsiasi manuale universitario di economia o di informatica per farne un'esperienza.
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E tuttavia non credo si possa accettare una situazione del genere come un dato ineludibile.
[50]
Non si tratta di sguainare la sciabola del purismo o di intraprendere battaglie di retroguardia, come chi oggigiorno vorrebbe instaurare nel nostro paese fantomatiche lingue adamitiche.
[51]
Il punto è difendere la propria identità laddove il ricorso all'anglicismo (o allo pseudoanglicismo) è dovuto non ad una mancanza del nostro vocabolario, ma ad un vezzo effimero: perciò parole come dj, computer, goal vanno benissimo, ma tanks to, francamente, va molto meno bene.
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Del resto, dirò forse una cosa scontata, ma rinunciare alla propria lingua significa rinunciare tout court alle proprie tradizioni e alla propria cultura.
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Circa venticinque secoli fa un popolo rinunciò, per scelta, alla propria lingua.
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Erano gli etruschi.
[55]
E di loro, oggi, cosa è rimasto?
[56]
Delle splendide necropoli e poco più.
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Rocco Luigi Nichil
[58]
ricman scrive:
[59]
2 agosto 2009 alle 05:43
[60]
Nell'espressione " stesso", il "" va obbligatoriamente accentato, è facoltativo o si tratta addirittura di un errore?
[61]
linguista scrive:
[62]
2 agosto 2009 alle 05:51
[63]
Sono accettabili entrambe le forme: se stesso (non accentata) / stesso (accentata).
[64]
Sarà opportuno tuttavia ricordare che è necessario usare l'accento acuto (), che va da destra a sinistra, e non l'accento grave, che ha usato lei (), questo considerato un errore.
[65]
Se posso sbilanciarmi, io propenderei per la forma accentata, indice di una certa ricercatezza stilistica.
[66]
Rocco Luigi Nichil
[67]
Andrea Lupparelli scrive:
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2 agosto 2009 alle 06:00
[69]
Ho un dubbio che mi attanaglia da qualche mese.
[70]
Ho sempre usato espressioni del tipo "la scorsa settimana sono stato a Milano" o "l'anno prossimo andremo a Perugia".
[71]
Nella cittadina in cui mi sono trasferito usano costrutti del tipo "anno scorso ho avuto una promozione" e simili.
[72]
Poi mi è capitato di sentire espressioni di questo tipo anche in tv.
[73]
Cosa mi può dire al riguardo?
[74]
linguista scrive:
[75]
2 agosto 2009 alle 06:01
[76]
L' altr'anno, l'anno scorso, entro l'anno, con gli anni: non vi è dubbio che il sostantivo è sempre accompagnato dall'articolo.
[77]
La forma da lei segnalata potrebbe essere una variante regionale o forse potrebbe derivare da una veloce realizzazione del sintagma, che comprime lo spazio dell'articolo (detto tecnicamente, l'articolo viene assorbito dal continuum fonico).
[78]
Rocco Luigi Nichil
[79]
luigi scrive:
[80]
2 agosto 2009 alle 06:02
[81]
E' corretto dire: "esci fuori" oppure "scendi giù"? non è meglio il semplice "esci" oppure "scendi"?
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linguista scrive:
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2 agosto 2009 alle 06:03
[84]
Sul piano logico ha perfettamente ragione, ma la lingua, come spesso abbiamo sottolineato in questi mesi, alla logica non sempre risponde.
[85]
Fino a non molto tempo fa si discuteva ancora dell'opportunità di continuare a usare "suicidarsi", in effetti ridondante perché contenente un doppio riflessivo: "sui", il genitivo latino di "se", e l'enclitico "-si".
[86]
Forme come "esci fuori" o "scendi giù" sono evidentemente avvertite dal parlante come più espressive dei concorrenti "secchi", "esci" e "scendi", sebbene questi ultimi siano allo stato dei fatti più adatti (proprio per la loro brevità) a intimare qualcosa o anche solo esortare a farlo.
[87]
Ricorda quel bel pezzo di antologia di "Ricomincio da tre" in cui Gaetano (Massimo Troisi) obietta a Marta (Fiorenza Marchegiani) che al figlio in arrivo non potrà mai essere assegnato il nome "Massimiliano", troppo lungo e pericoloso (se il bambino si allontana la mamma non fa in tempo a chiamarlo che è già scappato)?
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Molto meglio optare per "Ugo", secondo il grande attore napoletano, adattissimo a impedirgli di allontanarsi troppo.
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Massimo Arcangeli
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Daniele Balsamo scrive:
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2 agosto 2009 alle 07:00
[92]
Vorrei lumi sul verbo "attenzionare"...io lavoro a scuola e in alcune associazioni di volontariato, e ormai questo "verbo" è entrato nell'uso comune, lo sento usare persino da presidi e gente laureata, ma a me il solo sentirlo mi fa rabbrividire...qualcuno sostiene che ormai è stato anche registrato dal Devoto Oli, ma senza portarne le prove...mi devo arrendere a questo orripilante neologismo o è doveroso prenderne le distanze??
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linguista scrive:
[94]
2 agosto 2009 alle 07:05
[95]
Confermo: l'"orripilante neologismo" è registrato anche dal Devoto-Oli (i dizionari non hanno scopi censori e devono accogliere, volenti o nolenti, qualsiasi parola abbia raggiunto un certo grado di diffusione).
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L'unica cosa che possiamo fare è non usarlo.
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Alessandro Aresti
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Daniele Balsamo scrive:
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2 agosto 2009 alle 07:10
[100]
Riguardo al verbo attenzionare: come riporta la linguista Matilde Paoli, il verbo nasce col significato di 'sottoporre qualcosa all’attenzione di qualcuno' e non è sinonimo di 'fare/prestare attenzione a qualcosa/qualcuno'.

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