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Avete dubbi sulla grammatica? Scriveteli in questo forum e un gruppo di linguisti risponderà in tempo reale a ogni vostra singola domanda.

Language columnIl linguista
AuthorMassimo Arcangeli
Date 01 ottobre 2010


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[1]
So che "finché" si trova in proposizioni temporali all'indicativo o al congiuntivo.
[2]
Ma si dice: "Mi ha chiesto di aspettarti finché/fino a quando (non) saresti arrivato" oppure "Mi ha chiesto di aspettarti finché/fino a quando (non) fossi arrivato"?
[3]
Credo che mi sia capitato di leggere entrambe le forme, e vorrei capire qual è quella corretta.
[4]
Grazie.
[5]
linguista scrive:
[6]
7 marzo 2010 alle 22:01
[7]
Nei costrutti in questione, quando non si richieda (o, comunque, non compaia) l'indicativo, il modo generalmente adoperato è il congiuntivo.
[8]
Si può però ricorrere al condizionale per esprimere il futuro nel passato: "Mi ha detto che ti avrebbe protetto finché non sarebbe stato più in grado di farlo" (attenzione, però: "Mi ha detto che ti avrebbe protetto finché non si fosse accorto che non sarebbe stato più in grado di farlo").
[9]
Massimo Arcangeli
[10]
Luca scrive:
[11]
8 marzo 2010 alle 16:22
[12]
Si può considerare un complemento di stato in luogo un sintagma di questo tipo: "Non mi ritrovo in lui"(inteso nei gesti o nei comportamenti).
[13]
linguista scrive:
[14]
8 marzo 2010 alle 17:00
[15]
Mi sembra che quanto lei riporta possa essere considerato un complemento di stato in luogo figurato, che segue un verbo pronominale intransitivo.
[16]
"Ritrovarsi", in questo caso, ha come significato il riconoscersi in qualcuno o in qualcosa.
[17]
Simonetta Losi
[18]
Matteo scrive:
[19]
8 marzo 2010 alle 17:27
[20]
Gentile linguista,
[21]
si insegna che la z non raddoppia mai nelle parole terminanti in -ione (nonostante la realizzazione fonetica dica il contrario).
[22]
Vorrei sapere se questa regola è frutto di una convenzione puramente arbitraria (e se , quando si è imposta) o se esistono altre motivazioni.
[23]
La ringrazio.
[24]
linguista scrive:
[25]
8 marzo 2010 alle 18:43
[26]
La domanda che lei pone è estremamente complessa.
[27]
Come lei rileva, la mancata corrispondenza fra la grafia e la pronuncia della lettera "z" è fonte di vari dubbi.
[28]
La "z" che si trova fra due vocali, per esempio, si pronuncia quasi sempre doppia, ma si scrive quasi sempre semplice.
[29]
È quello che avviene nelle parole come "grazia", aristocrazia", "profezia", "polizia", idiozia, "arguzia", "operazione" e nelle parole che derivano da questo gruppo, come ad esempio "grazioso" e "poliziesco".
[30]
Anticamente si sono avuti molti passaggi grafici per la rappresentazione fonetica di parole simili a queste.
[31]
Nel caso di "grazia" si sono avuti "gratia", "gracia" e "graçia" (che troviamo, oggi, nello spagnolo).
[32]
Talvolta la "z" è stata rappresentata con una doppia "t" (ad esempio "fattione" al posto di "fazione").
[33]
I motivi di queste variazioni risiedono nel complesso passaggio dalle forme latine a quelle volgari.
[34]
Queste ed altre forme, che hanno avuto varie oscillazioni, sono state regolate nel XVI secolo, ma si sono affermate in maniera stabile solo nel XVIII secolo.
[35]
Simonetta Losi
[36]
Fulvio scrive:
[37]
9 marzo 2010 alle 11:35
[38]
Ringrazio il dott.
[39]
Alessandro Di Candia per la chiara risposta di giorno 4 marzo,e pongo un altra domanda: quando ci troviamo di fronte un termine non ancora attestato nei vocabolari,esistono delle regole,possibilmente semplici,per capire intuitivamente se si tratta di un termine utilizzabile o di un "banale errore?"
[40]
linguista scrive:
[41]
9 marzo 2010 alle 12:01
[42]
Non è facile.
[43]
Se siamo di fronte a un termine che non rispetta le regole di derivazione e di composizione di una lingua la cosa è semplice, in altri casi i vocabolari potrebbero non avere fatto ancora a tempo a registrare il neologismo.
[44]
Tenga conto, comunque, che molte parole nuove hanno vita effimera; se chi compila un dizionario si convince che un certo termine non durerà lo spazio di una stagione ha il dovere (deontologico) di non inserirlo nel repertorio.
[45]
Massimo Arcangeli
[46]
Fulvio scrive:
[47]
9 marzo 2010 alle 12:58
[48]
Buongiorno.
[49]
Possono esistere in una lingua due o più parole che possiedono identico significato?
[50]
Ad esempio due sinonimi esprimono precisamente il medesimo concetto o presentano almeno minime differenze?
[51]
grazie
[52]
linguista scrive:
[53]
9 marzo 2010 alle 15:13
[54]
In linea di massima , ma in pratica due parole che possano perfettamente adattarsi a tutti i contesti, che possano evocare le stesse immagini, che abbiano la stessa storia (tale da poter suggerire a chi legge o ascolta le stesse cose) non esistono.
[55]
Anche le parole, in un certo senso, sono "individui" con una loro identità e una loro personalità.
[56]
Massimo Arcangeli
[57]
Fausto Raso scrive:
[58]
9 marzo 2010 alle 16:23
[59]
Con il termine sinonimia si intende gentile Fulvio una corrispondenza semantica di due o più parole, vale a dire una somiglianza di significato di due o più vocaboli.
[60]
Alcuni, in proposito, sono convinti del fatto che sinonimia equivale a identicità.
[61]
Così non è: non esistono in lingua italiana (ma neanche nelle lingue straniere) vocaboli che potremmo definire gemelli; c’è sempre una piccola sfumatura di significato.
[62]
Per questo motivo alcuni linguisti, prudentemente, tendono a precisare che sono chiamati sinonimi i nomi che hanno il medesimo significato fondamentale; c’è sempre, infatti, qualcosa che sfugge e rende impossibile la perfetta equivalenza dei significati.
[63]
In linguistica si parla, infatti, di sinonimia approssimativa e di sinonimia assoluta.
[64]
Nella sinonimia approssimativa i vocaboli sinonimi sono intercambiabili solamente in determinati contesti.
[65]
Provate a sostituire, infatti, sala da ballo con camera da ballo e vedrete che il conto non torna, per usare un’espressione dell’aritmetica.
[66]
Si può benissimo dire, invece il conto torna sala da pranzo o camera da pranzo (anche se camera in questo caso non è un termine appropriato).
[67]
Nella sinonimia assoluta i vocaboli sinonimi sono, viceversa, intercambiabili in tutti i contesti.
[68]
Bisogna dire, però, che i sinonimi assoluti sono veramente molto rari.
[69]
Sono assoluti, per esempio, le preposizioni tra e fra anche se, a voler sottilizzare, c’è una differenza a livello stilistico: al fine di evitare la successione di sillabe uguali si preferisce dire, per esempio, tra fratelli piuttosto che fra fratelli.
[70]
Sono sinonimi assoluti anche se, ripetiamo, c’è sempre una sottile differenza - invece e viceversa; ma e però; termosifone e calorifero e altri rari che ora non ci vengono alla mente.
[71]
linguista scrive:
[72]
9 marzo 2010 alle 16:33
[73]
Sono d'accordo, nella sostanza, con quanto dice Raso.
[74]
Stiamo però attenti a esprimere valutazioni su una presunta "assolutezza".
[75]
Mi pare inutile portare esempi, ma è evidente che termini come "invece" e "viceversa" coprono domini semantici e ambiti sintattico-grammaticali (in parte) diversi e non sono, pertanto, "intercambiabili in tutti i contesti".
[76]
Lo stesso vale, in diversa misura, per la coppia "ma"/"però" (non potevo certo dire, un attimo fa: "*Stiamo ma attenti...") e anche, per altre ragioni (di registro), per quella formata da "termosifone" e "calorifero".
[77]
Massimo Arcangeli
[78]
Carmen scrive:
[79]
9 marzo 2010 alle 16:35
[80]
Buongiorno, in contesti come "Marco si confida solo con i suoi amici più cari" come deve essere analizzato morfologicamente l'avverbio "solo"? grazie.
[81]
linguista scrive:
[82]
9 marzo 2010 alle 16:59
[83]
L'avverbio "solo", derivato a "suffisso zero" - come si usa dire tecnicamente - di "solamente", che è a sua volta derivato di "solo" aggettivo (nel significato specifico realizzato in un enunciato come "L'ingresso è riservato ai soli addetti ai lavori", cioè "solamente agli addetti...."), si può confrontare con quei tanti aggettivi avverbiali (cfr. "lavorare sodo", "parlare chiaro", "parlare oscuro", ecc.) nei quali l'aggettivo svolge la mansione di un avverbio di modo.
[84]
Se dico "lavoro solo" (non per dire che lavoro "da solo" ma per dire che non faccio altro che lavorare) il parallelo è quasi perfetto.
[85]
Massimo Arcangeli
[86]
Luca scrive:
[87]
9 marzo 2010 alle 17:15
[88]
In frasi interrogative, es: "Chi è?"; Il pronome rappresenta il soggetto?; Un'altra domanda: Se la frase è introdotta da avverbi o aggettivi,es: " E dove andresti?, l'avverbio dove introduce l'interrogativa, ma a livello sintatico, è solo un attributo avverbiale?
[89]
linguista scrive:
[90]
9 marzo 2010 alle 17:27
[91]
Nei contesti indicati "chi" è il soggetto dell'enunciato e "dove" un avverbio interrogativo di luogo (sintatticamente parlando, come il termine stesso di "avverbio" suggerisce, un attributo o determinante "verbale").
[92]
Massimo Arcangeli
[93]
Sergio scrive:
[94]
10 marzo 2010 alle 11:30
[95]
In una comparazione, il secondo termine di paragone può anche non essere presente?
[96]
Es: "Maria è più brava" (può significare:"più brava di Lucia, più brava oggi ripetto a ieri", etc. La mia domanda è se si deve sempre considerare un comparativo.
[97]
linguista scrive:
[98]
10 marzo 2010 alle 11:50
[99]
Poiché, per definizione, il comparativo dell'aggettivo è utilizzato per creare una relazione tra due termini, entrambi i termini della comparazione devono essere espressi.
[100]
Il secondo termine di paragone può essere omesso soltanto nel caso in cui sia sottinteso perché perfettamente comprensibile dal contesto: Ritengo che Lucia sia più brava di Maria; Io invece penso che Maria sia più brava (di Lucia).

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