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Il sessismo linguistico: un contributo collettivo al dibattito

Language columnIl linguista
AuthorMassimo Arcangeli
Date 08 giugno 2009


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Date queste premesse, vorrei aggiungere tuttavia una considerazione tutta personale.
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Io credo che la democratizzazione della lingua non passi attraverso le forche caudine tracciate dai linguisti ma dipenda piuttosto dalle scelte personali di tutti i parlanti, che proprio per questo dovrebbero essere maggiormente consapevoli del proprio modo di esprimersi.
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La norma non è stabilita dalle grammatiche, ma dall’uso.
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Non c’è un torto o un diritto del non si può (parafrasando un libro secentesco), ma ogni scelta, anche quando presuppone un’evasione dalla norma, deve essere consapevole e voluta.
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Un’ultima cosa.
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Ha presente "Alice nel Paese delle Meraviglie" di Lewis Carroll?
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C’è un passo nel libro in cui Alice parla con un personaggio (Humpty Dumpty) che si esprime in modo bizzarro; sa cosa risponde Humpty Dumpty ad Alice, che si lamenta dello strano modo di parlare del suo interlocutore?
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Dice quando io uso una parola [...] essa significa esattamente ciò che io voglio che significhi.
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E non è lo stesso per tutti noi?
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Rocco Luigi Nichil
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Paola scrive:
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13 giugno 2009 alle 15:30
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Dirigo un Istituto e odio essere definita "direttrice", ho quindi optato per "Direttore".
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Stessa cosa fa Concita de Gregorio all'Unita'e non mi sembra possa essere accusata di maschilismo.
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Mi spiace dirlo ma dire "la Ministra", che mi sembra suoni malissimo, come il mancato uso del congiuntivo, non risolve ne' aiuta a risolvere i nostri problemi.
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Mi spiace, sinceramente, che l'attenzione delle studiose, autrici della lettera, si appunti su particolari di tale insignificanza.
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Basta leggere i giornali per rendersi conto del numero crescente di donne maltrattate, stuprate uccise.
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Da donna preferisco occuparmi di questo.
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angelo frascarolo scrive:
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16 giugno 2009 alle 17:17
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A me pare che anche il disagio provato dalla Sig.ra Paola nell'essere definita "direttrice" sia un segno della connotazione negativa assegnata al termine espresso al femminile, quasi a sancire il suo minor valore!
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Da una parte la capisco, perché a nessuno piace che venga messo in dubbio il proprio ruolo, ma credo sarebbe più coraggioso e anche più etico accettare e promuovere l'uso del femminile per i termini in questione: bisogna che tutti combattano ogni atteggiamento che sminuisca il valore della donna.
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Sul fatto, poi, che esistano ben altri problemi, mi consenta di dissentire: non si tratta di occuparsi del problema della violenza (senz'altro più grave) in ALTERNATIVA a questo problemino grammaticale, ma, invece, penso sia opportuno rimuovere ogni ostacolo che possa contribuire a impedire, di fatto, la totale emancipazione della donna.
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Occorre anche che venga messa in luce l'ingiustizia di fondo che accomuna gli atteggiamenti verbali e i comportamenti violenti, allo scopo di scuotere le coscienze e di scrollarsi, una buona volta, tutti i retaggi del passato (ahimè) maschilista della cultura e della società.
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In altre parole, non bisogna perdere occasione di stigmatizzare tutto ciò che è sbagliato, anche solo formalmente, perché è dal substrato di convinzioni personali che, a volte, trae alimento una specie di "autogiustificazione" verso i comportamenti violenti che alcuni esseri umani di genere maschile hanno nei confronti di altri esseri umani, ma di genere femminile.
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Sofia Corradi scrive:
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18 giugno 2009 alle 17:18
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la ministra, la sindaca, la architetta: ci sembra forme strane solo perché non siamo abituati a sentirle, ma dobbiamo insistere, la lingua influenza il pensiero, non solo il contrario
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Giuliana Giusti scrive:
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23 giugno 2009 alle 14:49
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Sono in disaccordo con la sig.ra Paola per molti versi, ma credo che la signora (che vorrei chiamare direttrice, ma senza offenderla) sia la prova vivente della cultura italiana contemporanea che non ha tra le proprie priorità la promozione della parità di opportunità tra i generi lo studio e la riflessione sul mezzo di comunicazione più efficace e quindi più pervasivo a disposizione della specie umana: il linguaggio.
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E' significativo che la persona che dirige un istituto si firmi con il nome proprio e non con il titolo di studio e il cognome.
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E' anche significativo che in Italia questioni di linguaggio siano considerate insignificanti da persone anche colte, forse laureate, sicuramente con ruoli dirigenziali.
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Se nei giornali possiamo leggere di donne maltrattate, stuprate, e uccise, non farà mai notizia invece di come il linguaggio metta le donne sempre "al loro posto", eterne bambine (da chiamare con un nome proprio), madri, mogli, o uomini mancati.
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Silvia scrive:
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23 giugno 2009 alle 19:15
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>> E il netturbino, che tutte le mattine si sobbarca
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>> l’ingrato compito di pulire le strade della città, >> lo chiamereste monnezzaro?
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"Monnezzaro"???
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Scusate la mia ignoranza, ma il termine "monnezzaro" nel dizionario della lingua italiana non l'ho trovato... al limite "spazzino"...
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linguista scrive:
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23 giugno 2009 alle 19:36
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Non è poi così importante che un termine sia presente in un dizionario per stabilire se è corretto o se può essere tranquillamente usato.
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Il problema posto dai firmatari del documento è in realtà un altro.
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Talvolta un termine dialettale - qual è appunto "monnezzaro" - si carica di tutta una serie di sfumature negative legate ai soliti pregiudizi che talora si hanno nei confronti delle tante varietà locali presenti sulla nostra penisola.
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Insomma: se già "spazzino", rispetto a "netturbino" (o, ancor più, a "operatore ecologico"), sembra non riconoscere la giusta dignità a chi svolge questo importante mestiere, "monnezzaro", nella percezione dei parlanti, rincara la dose.
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Massimo Arcangeli
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liana verney scrive:
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9 luglio 2009 alle 23:45
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Vivo in Brasile, e qui non si è mai presentato questo problema.
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Anche qui adesso abbiamo ispettrici, ministre, presidentesse della Corte Costituzionale ecc, tutte la cariche messe nella forma femminile.
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Ossia, si segueno le regole grammaticali della lingua portoghese, mettendo i nomi nella loro forma femminile, senza conivolgimento con eventuali pregiudizi sessisti.
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È difficile spiegare qui, a chi impara la lingua italiana, perché usare i nomi di alcune professioni al maschile.
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Anche perché come posso spiegare una cosa che non ho capito?
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Questo desiderio di utilizzarli al maschile mi sembra sia solo italiano.
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Sembra che ci vogliamo nascondere dietro la forma al maschile.
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Se no, quale altro motivo ci sarebbe?
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Se sono una direttrice, perché dire che sono un direttore?
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Qual'è la differenza che motiva questa eliminazione del femminile?
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Liana Verney PsicologA
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Tiziana Bartolini scrive:
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12 luglio 2009 alle 00:47
[63]
Nel sito http://www.noidonne.org (pagina http://www.noidonne.org/articolo.php?ID=01578) abbiamo pubblicato sul tema un'intervista di Elena Ribet alla Prof.ssa Cecilia Robustelli e una sintesi degli argomenti di Alma Sabatini.
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Le donne pensano, scrivono, ma incidono scarsamente nella società.
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Noi continuiamo a sostenerle con un giornale e un sito, di cui io sono LA DIRETTORA.
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Tiziana Bartolini, giornalista
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piera codognotto scrive:
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14 luglio 2009 alle 14:37
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Ringrazio il gruppo che ha inviato l'appello sulla lingua italiana e per una ricerca di linguaggio non sessista , rivolto in primo luogo ai giornali....
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Anche se non saranno le formule a salvarci dal neutro presunto, l'attenzione e la consapevolezza su quel che si dice/scrive aiuterebbero!
[71]
Ancora oggi, dopo le meravigliose ricerche e scoperte di Marija Gimbutas sulla preistoria, molti libri hanno titoli tipo: L'UOMO primitivo (che non è quello di oggi)!!!!
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E le donne? non c'erano?
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, Questa è una cosa che ragazzine e ragazzini notano subito.
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Perche' gli editori no?
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Una bibliotecaria, piera codognotto
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Marina scrive:
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1 agosto 2009 alle 17:03
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Io credo che "femminilizzare" alcuni nomi, come quelli delle professioni (quindi titoli più che altro) sia il vero fatto discriminante.
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Perchè si vuole creare delle "categorie femminili" per cose come i titoli professionali? perchè deve esserci il sindaco femmina, o l'avvocato femmina o il direttore femmina?
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L'avvocato è l'avvocato, se porta la gonna o i pantaloni non ha significato, non ci sono sindacati per gli avvocati femmine e gli avvocati maschi.
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Qui sta la rivoluzione contro il sessismo: smetterla di voler etichettare le cose come maschio o femmina.
[82]
Quando sento dire "la ministra" in televisione mi parte l'embolo.
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Ma ministra de che??
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Vincenzo Battipaglia scrive:
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1 agosto 2009 alle 17:07
[86]
Perdonatemi, sia per il ... ritardo, sia perché faccio un altro mestiere, ma, pur consapevole che si tratti di uno sforzo inutile (la lingua è un organismo vivo e mutevole, frutto anche della consuetudine), ma coltivo il vezzo di voler contrastare il radicamento nell'uso comune di termini lessicali o modi, usati in maniera errata (anche da insegnanti e persone colte).
[87]
Quali, ad esempio - per restare al tema del ... netturbino - "sobbarcarsi il", anziché "sobbarcarsi al"; o (da parte di almeno la metà dei giornalisti), "serrare le fila", anziché "serrare le file" ("fila" è plurale di "filo", in senso figurato); o, da parte della metà dei manager o dei militari, "implementare" (=adempiere, attivare) come sinonimo di incrementare, potenziare; (anche da qualcuno di questo forum), "cosa vuoi", anziché "che cosa vuoi"; ecc.; e, per finire, e tornare al tema in discussione, "direttora" (forma scherzosa, secondo il Devoto-Oli), anzichè l'antico e ancora corretto "direttrice".
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Cordiali saluti a tutti
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Vincenzo Battipaglia, consulente aziendale
[90]
P.
[91]
S.: "Qual è" si scrive senza apostrofo.
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Nicola Fusco scrive:
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1 agosto 2009 alle 17:16
[94]
Questione "rilevantissima", non c'è che dire!
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Se l'uomo fosse "sindaco", la donna ha da esser "sindaca", non ci son santi...
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Ma un dubbio sorge a "perplimermi": se 'sto povero pubblico funzionario fosse trasgender, noi, non volendolo "sessizzare", qual suffisso "sessile" potremmo utilizzare?
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Io suggerirei la "u"; e quindi, assieme al sindaco e la sindaca, avremmo anche il sindacu...
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Andrea scrive:
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1 agosto 2009 alle 17:45
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Il dibattito sul sessismo linguistico mi fa tornare in mente le mie lezioni sulla scrittura "politically correct" al liceo americano.

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