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La nuova Nazionale non deve diventare solo un «giocarello».

Language columnLe parole e i fatti
AuthorTullio De Mauro
Date 31 gennaio 1975
NewspaperPaese Sera
Publication placeRoma
Publication countryItalia
Page3
Column1-7

La biblioteca di Castro Pretorio che si inaugura oggi rischia la paralisi per mancanza di fondi Per acquisto di libri e riviste può usufruire di un’assegnazione di appena cento milioni l’anno Ma l’Italia spende e regala annualmente due miliardi per l’abbonamento a una rivista scientifica straniera

Solo il 23,4% degli italiani sono in regola, dal punto di vista del titolo di studio, con il dettato della Costituzione

Se la gente non legge, se la scuola butta fuori i figli dei lavoratori, di chi è la colpa?

ANALIZZARE la situazione linguistica d’un paese, come cerchiamo di venir facendo in queste note, non significa badare soltanto ai problemi del come si parla e come si scrive, ma anche ai problemi del come si capiscono le parole lette e ascoltate.

Come nell’infante di pochi mesi, o nel bambinetto che appena va a scuola, così a tutti i livelli di età e di cultura il buon funzionamento degli aspetti ricettivi del linguaggio (la comprensione, via ascolto o lettura) è condizione e premessa del funzionamento degli aspetti produttivi (parlare e scrivere).

A spingere l’attenzione verso questi aspetti ricettivi del linguaggio nella società italiana, ed in particolare verso i problemi della lettura, in questi ultimi mesi, anzi in queste settimane, sono stati diversi fatti.

«La Regione» (1974, fasc. 1, pp. 120-44) ha pubblicato un importante articolo di Armando Petrucci su Pubblica lettura e biblioteche in Italia dall’Unità ad oggi; Luisa Castelli e Marcello Ruggieri, nel «Comune democratico» (1974 fasc. 10, pp. 47-58, 91-102), inquadrano in tutta la sua drammaticità e comicità la situazione della pubblica lettura e del suo finanziamento a Roma. Su questo tema, Petrucci e Castelli, con Leda Colombini, Giorgio De Gregori, Marino Raicich, Piero Scatizzi della CGIL, e altri, hanno tenuto un dibattito, ricco di dati e prospettive nuove, alla Casa della Cultura di Roma, il 10 dicembre 74.

Nel «Foglio 35» (a. VII, n. 3, novembre 1974), lo ISTAT ha pubblicato dati sulla lettura in Italia, che, uniti alle indagini campione promosse dal «Servizio Opinioni» della RAI-TV (nn. 134 e 233 degli «Appunti») e ad altre anteriori ricerche, consentono di vedere l’esistenza d’una grande evoluzione in atto, nonostante il persistente analfabetismo e semialfabetismo, su cui, dopo i discutibili dati del recente VIII rapporto del CENSIS, si cominciano ad avere in questi giorni i primi dati sintetici ufficiali, con la edizione 1974 dell’Annuario Statistico Italiano.

Il 13 gennaio scorso, Giorgio Napolitano, nella sua relazione al comitato centrale del PCI, ha più volte puntualmente richiamato i problemi della lettura di massa.

Ma non basta. Sapevamo dai giornali («Unità», 29 novembre 74, p.9), ed è risultato bene nel dibattito alla Casa della Cultura, che la Regione Lazio, con l’impegno del PCI e di tutte le forze democratiche, aveva messo appunto e varato una eccellente legge sui centri di lettura locali nella regione. Il commissario governativo ha fermato e sta cercando pretesti per respingere la legge.

È un episodio gravissimo, se si pensa che, su due milioni e mezzo di abitanti di 6 e più anni di età, Roma a, semichiuse e non funzionanti o aperte, ma piazzate nel quartiere Parioli, 29 biblioteche comunali. Sono quasi tutte biblioteche di puro prestito, dun materiale sulla cui assurda natura han fatto luce l’articolo di Petrucci e gli interventi alla Casa della Cultura. Ebbene, al prestito sono iscritte in tutto 13.000 persone. Tredicimila persone sono poche assai, a petto d’una popolazione che, anche a tenere conto negativo dei 44.358 analfabeti e dei 511 mila semianalfabeti, comprende pur sempre, nel solo Comune di Roma, un pubblico potenziale di due milioni di utenti della pubblica lettura.

Abbiamo già prospettato il rischio che lo sviluppo della voglia di leggere (su cui torneremo oltre) porti masse ingenti a riversarsi, non per ricerca, ma per lettura, nella nuova Biblioteca Nazionale, la cui riapertura, in questi giorni, insieme alla costituzione del ministero dei beni culturali (cui passa la direzione delle biblioteche), concorre ad attrarre gli sguardi di tutti verso gli arcani della pubblica lettura in Italia.

Il problema del personale

Si badi bene: nello stato attuale delle cose, data l’inefficienza delle 29 comunali, l’afflusso di masse di lettori non ricercatori nelle grandi biblioteche romane è una necessità e, socialmente, un fatto positivo. E non sarà davvero questo afflusso a costituire il più grave dei motivi di disfunzione che minacciano di paralizzare, subito dopo l’inaugurazione, la vita pur mo’ rinata della Nazionale.

Vi sono altri, più specifici motivi, che abbiamo già evocato in precedenti pezzi («Paese Sera», 26 gennaio 75).

Primo problema: il personale. La Nazionale di Parigi ha oltre ottocento dipendenti. La romana ne ha, secondo la dichiarazione della dott. Luciana Mancusi, che ne diventò direttrice poco tempo fa, e dei sindacalisti CGIL, 218: ossia tenuto conto di permessi, assenze eccetera, 160 circa, su una superficie complessiva di 57.000 metri quadri. Ognuno valuta l’esiguità del personale dinanzi al lavoro e ai percorsi da fare.

Secondo motivo: i fondi per la gestione. Si calcola che la biblioteca, per funzionare, debba disporre annualmente del 10 per cento delle spese di costruzione e impianto. La nazionale è costata 12 (ma c’è chi dice 15; chi precisa 12,5) miliardi. Ci vogliono dunque un miliardo e duecento milioni. Ora, questa è la somma destinata a tutte le 34 biblioteche statali italiane, Nazionale romana compresa. O si blocca la vita (del resto assai stentata) delle altre 33 biblioteche e si fa funzionare la Nazionale, oppure la Nazionale è destinata a restare soltanto un bel giocherello da a rimirare, senza nemmeno toccarlo.

Una soluzione c’è, per questo come per il primo problema. Ed è uno stanziamento straordinario, poi da normalizzare, destinato specificamente alla Nazionale di Roma. Se questo stanziamento non c’è, o la Nazionale di Roma o le altre statali o, più probabilmente, tutte e due rischiano la paralisi. Lo stanziamento straordinario e nuovo è una necessità dinanzi al terzo motivo che rischia di spegnere l’attività della Nazionale. Per acquisto di libri e riviste, alla nazionale sono assegnati 100 milioni. Ora, 100 milioni possono essere tanti. Per i pensionati, per i licenziati, per un amico poeta che sta cercando lavoro e non lo trova, 100 milioni sono tanti; sono tanti anche per un’insegnante. Sono tanti perfino per la Biblioteca Universitaria Alessandrina di Roma cui il ministero P.I. 15 (quindici) milioni all’anno per libri e riviste.

Ma consideriamo le cose da un altro punto di vista: i cento milioni servono a comprare libri e riviste. Quanto costano libri e riviste?

Come si sa, la Nazionale di Roma dovrebbe approfittare del deposito per legge d’una copia dogni pubblicazione italiana. In verità, come spiegò l’onorevole Marino Raicich durante il dibattito alla Casa della Cultura, questo diritto funziona assai male. Pare che solo una parte delle copie di «diritto di stampa» arriva alla Nazionale di Roma. La quale, dunque, dovrebbe tener dietro anche alla produzione nazionale. Ma supponiamo che la Nazionale, con 100 milioni, debba badare soltanto alla produzione straniera mondiale.

Ora, le cifre in proposito sono da capogiro. In un solo bimestre la Presses Universitaires de France, che pubblicano libri, per dir così, inevitabili, libri che devono essere tutti acquistati da una statale italiana, stampano libri per 2050 nuovi franchi, che al cambio libraio del 1 dicembre 1974 fa 430.000 lire. Due milioni e mezzo l’anno vanno via, dunque, solo per le PUF. Prendiamo un’altra casa editrice di libri «inevitabili»: la University of California Press pubblica in un trimestre (catalogo autunno 1974) per oltre un milione di lire. La Oxford University Press arriva a 3 milioni e 100.000 al trimestre. Sono 12 milioni e mezzo l’anno.

Situazione disperata?

Queste sono medie case editrici di libri di ricerca e studio e saggistica, non colossi editoriali di letteratura dinvenzione e intrattenimento, le cui cifre sono ancora enormemente maggiori.

Le grandi case editrici presenti con un loro stand autonomo alla fiera di Francoforte sono circa 2400, cui si aggiungono centinaia di case presenti in stands collettivi e un numero imprecisabile di case editrici assenti.

Se si aggiunge la necessità assoluta, per una biblioteca, di tenere in vita, attive, riviste periodici cui è abbonata; e si aggiunge che il parco riviste straniere della Nazionale comprende circa 1100 testate; e che l’abbonamento a riviste come «Film Quarterly», «Ethnos», «Romance Philology», «Journal of Africa Studies», tutte riviste inevitabili della sola Californa University Press, raggiunge le 150.000 lire annue, e che si arriva a 2 milioni per riviste d’alta specializzazione come i «Chemical Abstracts» - se il lettore non è stanco di queste cifre e conti minuti, inconsueti nella stampa italiana, potrà capire che i 100 milioni della Nazionale sono una cifra ridicola rispetto al compito di seguire sia pur l’essenziale delle scienze e culture internazionali. E non parliamo nemmeno di 15 milioni in bilancio per la biblioteca dell’Università di Roma, l’Alessandrina: dal ridicolo siamo alla vergogna.

La situazione è disperata, allora? No, non del tutto. Giorgio De Gregori, segretario dell’Associazione Italiana Biblioteche, durante il dibattito alla Casa della Cultura del 10 dicembre 74, ha spiegato (ed il dato è riportato in un ciclostilato dell’A.I.B) che, per esempio, attualmente in Italia sono sottoscritti circa 1000 abbonamenti ai «Chemical Abstracts»: il costo di un abbonamento medio è di 2 milioni di lire, sicché l’Italia spende e regala due miliardi all’anno per questa sola rivista. Se la Nazionale di Roma e quella di Firenze potessero funzionare «daddovero» (dicevano in nostri babbi toscani), e daddovero raccordare le 34 statali, e avere loro due tutto il desiderabile e smistare con servizi di prestito e microfilm etc. tutto dappertutto in Italia, con la spesa necessaria a far funzionare la Nazionale di Roma (1.200.000.000), stato, enti locali, università, ministeri risparmierebbero cifre davvero favolose.

Una oculata politica di sviluppo delle Nazionali e statali potrebbe risolvere i problemi delle biblioteche di ricerca e costituire un enorme risparmio per la spesa pubblica, ma non risolverebbe problemi della pubblica lettura.

In Italia per secoli ci hanno messo in condizione di leggere poco. Dicono i benpensanti: «Nella scuola non deve entrare la politica» (ti ricorda e cita Gianni Rodari nella pagina scuola di questo giornale, del 28 concorrente). Bisogna rispondergli: «La politica, nella scuola, c’è già entrata».

La politica fa già da padrona in una scuola che, ancora nel 1974, lascia fuori dall’obbligo, espellendoli, almeno 25 ragazzi su cento; e manda a lavorare, calpestando due diverse leggi, un milione di minori in età dell’obbligo scolastico.

La politica c’è stata da sempre, in questa scuola nella quale i benpensanti (ma perché si chiamano così? Che è che pensano bene?) non vogliono che «entri la politica»: da sempre, se oggi, dalla tavola 9 del censimento 1971 (nascosta in un angolo della p. 9 dell’Annuario statistico italiano, edizione 1974), possiamo sapere che gli italiani analfabeti dichiarati e conclamati sono un milione di maschi e un milione e mezzo di donne, mentre «coloro che hanno dichiarato di sapere leggere e scrivere pur non avendo conseguito neanche la licenza elementare», e cioè i semianalfabeti, sono 13 milioni.

In tutto, i cittadini senza licenza elementare sono il 32,4 per cento del totale. Uno ogni tre di noi. E, come sappiamo (I padroni laureati, «Paese sera» del 24 gennaio), nella quasi totalità degli esclusi da questa scuola che «non faceva politica» sono stati e sono lavoratori e figli di lavoratori.

Aggiungiamo che il 44,2 per cento della popolazione ha solo la licenza elementare. Ne consegue che soltanto il 23,4 per cento di noi e nelle condizioni previste come normali dalla Costituzione (licenzia media o più che licenza media).

Certe volte si dice: «Gli italiani non leggono». Beh, diciamola tutta: «Gli italiani, per grazia e volontà dei regimi liberali, fascisti e democristiani, sono stati per otto decimi buttati fuori dalla scuola prima di imparare abbastanza cose e parole per prendere in mano un libro qualsiasi e leggerlo».

Eppure, questi italiani buttati fuori della scuola «che non faceva politica» hanno testardamente cercato di difendersi. In parte ci sono riusciti. Nel 1965 già il 54,4% della popolazione cercava di dedicare parte del suo tempo libero alla lettura (era un grosso passo avanti rispetto a dati ancora anteriori). Nel 1969 si sale al 55%. Oggi, i lettori fuori orario di scuola e lavoro sono diventati 33 milioni: il 67% della popolazione.

«Che ve diceva er prete?»

Chi sono questi 33 milioni? Questi cinque milioni sono «i privi di titolo di studio». I «senza titolo», in una società che li ha buttati fuori della scuola, uno su tre leggono. Sedici milioni (tre su quattro della loro categoria) sono quelli con la licenza elementare. Sono quasi tutti, cioè sette milioni e ottocentomila, quelli con sola licenza media. Dunque sono le «classi basse», ventinove milioni, l’enorme maggioranza dei lettori in questa nostra società.

E a chi dice «Ai miei tempi , che si leggeva», ricordiamo che i ragazzi tra i sei e i tredici anni leggono più o meno quanto gli adulti tra 55 e 65 anni (55 per cento dei coetanei) e molto più degli ultra sessantacinquenni (51%). Quanto i giovani con barba e capelli lunghi che non piacciono a Pasolini, loro leggono più di tutti; i ragazzi e i giovani tra 14 e 24 anni che leggono sono l’84,5 per cento dei coetanei. È la percentuale più alta di tutte le classi d’età.

Tra i «lettori», quelli che leggono non solo giornali e periodici, ma anche libri sono solo poco più della metà.

Dal 29% del 1969, i lettori di libri sono passati, nel luglio 1973, al 36,5%. Nonostante il disagio e lo alto costo dei libri, c’è sete di letture, la voglia di leggere cresce.

Ha ragione il ministro Spadolini che («Paese sera» e «Corriere della Sera» 23.1) dichiara: «Il più povero dei dicasteri amministra il più ricco dei patrimoni».

Bene. Ma noi vorremmo che fosse chiaro che «il più ricco dei patrimoni» è questo bisogno di lettura e cultura che è nato, è cresciuto, è ormai non più soffocabile tra i bambini, tra i giovani, nelle classi popolari.

Una battaglia di cultura, le classi lavoratrici, l’hanno già vinta. Ricordate la documentata satira del grande Giuseppe Gioacchini Belli?

«Che ve diceva alla missione er prete?/Li libbri nun so’ robba da cristiano:/fiji, pe’ carità, nun li leggete!».

Da Mazzini a Turati, alla politica di espansione della lettura legata al «Calendario del Popolo», ai moderni e vivi centri e consorzi di pubblica lettura delle amministrazioni «rosse», cioè civili e democratiche, alla battaglia per l’ampliamento della scuola di base e degli accessi all’istruzione superiore, abbiamo imparato a non dare più retta ai preti di Belli. Casomai ad altri preti: a don Milani, che i libri li ha portati nell’esilio di Barbiana, a don Roberto Sardelli, che libri di alta e severa cultura aveva portati tra i baraccanti dell’Acquedotto Felice.

Bisogna che ora il movimento democratico riprenda lena. Faccia il punto e apra nuovi fronti di lotta.

Bisogna far funzionare davvero, in modo coordinato e pieno, la Nazionale, le altre statali, le biblioteche di ricerca. Bisogna battere i commissari governativi a creare una grande rete nazionale di centri e consorzi di pubblica lettura. Bisogna chiedere, ora che la gestione democratica delle scuole è a portata di mano, che le biblioteche di scuola finiscano di avere una funzione decorativa, e diventino accessibili al pubblico dei quartieri e dei paesi, cuore di una scuola che non deve più essere organismo separato.

Tullio De Mauro


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