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L’ombra di Freud

Language columnIl dire e il fare
AuthorTullio De Mauro
Date 28 marzo 1975
NewspaperPaese Sera
Publication placeRoma
Publication countryItalia
Page3
Column1-2

DA ALCUNE settimane si è fatto più acuto il contrasto tra i difensori e responsabili e i critici ed avversari della Società psicoanalitica italiana. Ad alcuni articoli polemici pubblicati da Giacomo Nava nel «Manifesto» dello scorso gennaio, ha risposto indirettamente Eugenio Gaddini nel «Messaggero» del 26 febbraio. E torna ora a replicare duramente Nava nel «Manifesto» del 23 marzo.

Nava si richiama a scritti di Fagioli, critici verso diverse teorie freudiane, e il suo discorso, dalla opposizione a forme corporative di organizzazione e sfruttamento della cultura, si estende alla messa in discussione delle tesi di Freud. Più di una delle affermazioni di Nava merita attenzioni e consenso. E proprio per questo consenso forse non è fuori posto ricordare che, nella polemica contro i mummificatori e mercificatori di Freud e del freudismo, contro i venditori di terapie freudiane a caro prezzo, non bisognerebbe tuttavia mai dimenticare i debiti positivi che le scienze dell’uomo hanno nei confronti di Freud: ma di ciò altri, con specifica competenza, ha parlato e può parlare in queste pagine.

Timpanaro e il lapsus

Non dimentica questi debiti Giacomo Nava, e non li dimentica nemmeno Sebastiano Timpanaro che nel suo libro sul lapsus freudiano, da posizioni vicine a quelle di Nava (entrambi, a parte le considerazioni teoriche, sono militanti nel Pdup), lancia freccie appuntite contro Freud, ma sempre «col dovuto rispetto». Di questo libro di Timpanaro (Il lapsus freudiano, pubblicato dalla Nuova Italia), abbiamo già fatto una prima presentazione nella pagina libri di questo giornale. Ne ha poi scritto non senza dissensi Benedetto Marzullo nel «Giorno» (17.3 75, Attento a come citi Virgilio). E ne scrive ora un nostro lettore, cui la presentazione che avevo fatto del libro non è piaciuta. Scrive il lettore, che è un giovane bravo e studioso di medievistica, Fabio Troncarelli:

«Colgo l’occasione offerta dalla recensione di De Mauro al recente volume di Timpanaro sul lapsus. Chi scrive ha pratica diretta della filosofia ed interessi, non solo d’ufficio, nel campo della linguistica. Nonostante la stima e l’ammirazione che nutro nei confronti di Timpanaro, confesso di essere rimasto francamente sconcertato dalla leggerezza con cui il tema del lapsus viene affrontato».

Continua poi con veemenza il Troncarelli:

«Mi sembra degna del Giornalino di Gian Burrasca la sicurezza con cui si liquida l’esperienza freudiana con un distinguo di ciò che è vivo e ciò che è morto, di pessimo stampo. Già nel 1946 Benedetto Croce aveva dato una simile lezione di provincialismo, affermando, con una dicotomia analoga a quella di De Mauro e Timpanaro, che l’opera di Freud era importante sia come indagine psicologica e naturalistica, sia come terapeutica, ma che essa non aveva apportato alla filosofia niente che essa più non sappia nel modo speculativo e rigoroso che le è proprio. La tendenza a ridurre la psicanalisi alla psichiatria e le nuove prospettive sulla psiche umana solo alla loro utilità pratica è tipica di un certo revisionismo culturale borghese, che ha avuto, purtroppo, molti seguaci in Italia. Che senso ha affermare che la terapia è miracolosamente buona e la teoria che la giustifica è debole?».

Troncarelli così spiega il suo punto di vista:

«Quando si una rappresentazione grafica o matematica dell’emoglobina nessuno scienziato pretende che, in realtà, le cose siano esattamente come egli le descrive; allo stesso, gli anni luce e le galassie non esistono oggettivamente, ma rappresentano il tentativo di raggruppare in una serie di strutture logiche costanti i dati complessi ed ambigui dell’esperienza. D’altro canto le espressioni numeriche e le estrazioni teoriche inquadrano e spiegano effettivamente la realtà, sino ad una influenza sulle cose e ad una loro modificazione globale. Le formulazioni di Freud hanno lo stesso identico valore: nessuno, Freud per primo, ha mai preteso che esse fossero spiegazioni dell’essenza delle cose, ma solo tentatici di rappresentare ed inquadrare la complessità del microcosmo mentale».

Il significato fondamentale dell’attività di Freud sta proprio nel suo richiamo costante alla necessità di conoscere il linguaggio specifico della mente con strumenti logici adeguati, di comprendere le strutture della comunicazione pre-verbale secondo le caratteristiche che le sono proprie e non introducendo elementi di giudizio allotrii o ispirati da una prospettiva di altra natura.

Dopo avere sostenuto che la posizione di Freud presenta analogia con quella di una scuola filosofica famosa, il neopositivismo, nato altresì a Vienna, Troncarelli conclude così la sua lettera:

«Fermarsi ad un Freud di maniera, a i suoi punti più caduchi come Totem e tabù, dimenticando la sua lezione metodologica complessiva, mi sembra francamente una dissacrazione gratuita ed inutile, anche per i filologi. Ripeto che ho molta stima per Timpanaro: a maggior ragione avrei preferito, nell’affrontare un problema così interessante, un atteggiamento più problematico. A meno che, com’è costume in Italia, non si preferisca finire come don Ferrante, che morì di peste mentre si sforzava di negarne l’esistenza».

La lettera di Fabio Troncarelli sollecita molte riflessioni. Una prima riguarda Freud. I meriti di Freud nella storia della scienza e del costume sono fuori di dubbio. Forse chi si occupa di linguaggio è più d’ogni altro spinto a riconoscerli.

Freud è stato uno dei primi, forse il primo, nella storia recente, a rendere palese che le parole non sono etichette apposte a un contenuto statico, eguale per tutti: e nemmeno sono fredde cifre d’un calcolo: ma sono elementi vitali d’un momento vissuto da tutt’intera la personalità umana. Come la voce di ciascuno ha un suo timbro specifico, ha «impronte» che, come quelle digitali, sono proprie di uno e un solo individuo, così il senso di ogni frase e parola che si utilizzi è carico di caratteristiche legate alla personalità individuale, caratteristiche che emergono e si rivelano nei lapsus e, più normalmente, nella diversa rete di associazioni che ogni parola reca con nella coscienza e memoria di ciascuno. Assai prima che a Saussure, l’esistenza e il peso di questa rete personale di associazioni sono chiari a Freud.

Verifiche e discussioni

Con ciò Freud portò alla luce tutta una dimensione restata fino ad allora nascosta o in ombra del comportamento linguistico, anzi all’intero comportamento umano.

L’esplorazione di questa dimensione, meritoriamente avviata da Freud, non è poi andata avanti in modo sempre soddisfacente. Troncarelli o altri possono non essere d’accordo con questa valutazione. Ma non possono accusarla di improvvisazione o leggerezza.

E nemmeno sembra giusto accusare di «leggerezza» Sebastiano Timpanaro. Può darsi che il libro di Timpanaro sia sbagliato da cima a fondo. Certo esso è il risultato di lunghe riflessioni, molteplici verifiche e discussioni, protratte per un periodo più che decennale.

Timpanaro, è vero, presenta i suoi risultati senza gonfiare le gote, senza il ridico gergo ciarlatanesco e oscuro di cui si compiacciono taluni freudiani confusionari. Soprattutto, presenta i suoi risultati sorridendo. Gran colpa, presso un popolo di santi, poeti, navigatori, amanti del melodramma, gran colpa scrivere un libro chiaro e piacevole, eppure ricco di idee e di conoscenze non banali.

Ma, forse, meglio di chi scrive altri potrà più giustamente scendere in campo a discutere le critiche di Fabio Troncarelli e Timpanaro così come le tesi e le argomentazioni svolte nel suo libro del coraggioso e valente filologo e studioso fiorentino.


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