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L’arte difficile di farsi capire

Language columnIl dire e il fare
AuthorTullio De Mauro
Date 18 settembre 1976

SCRIVE Nino Longobardi nel «Messaggero» (11/9): «Parlano. Ci stiamo ubriacando di parole. Ho sentito alla radio questa frase sulla crisi industriale nel Sud: Non lasciamo che la centrifugazione livelli le piattaforme che devono restare come componenti alternative nella loro validità anche non operante. Sono venuti fuori nuovi tipi con gli occhiali ed il nasetto a punta polemica e mi pare di capire che la lotta sindacale passerà presto nelle loro mani. Parlano troppo anche loro e neanche loro si fanno capire».

Non è un grido isolato. A Milano, al Festival dell’Università, Salinari presenta «Dal socialfascismo alla guerra di Spagna» di Luigi Longo (Teti editore). Longo dice: «Sono figlio di contadini. Ripeto sempre ai miei siate chiari, altrimenti i piemontesi e i contadini vi capiscono il giorno dopo ». La gente consente. E Salinari aggiunge: «A Longo piace la chiarezza. Oggi che certi articoli dell’Unità e di Rinascita pretendono dal lettore almeno una laurea in filosofia per capirli». Viene interrotto dagli «applausi di chi ghermisce la tenda del dibattito» (così il «Corriere della Sera» del 9/9).

«Rinascita», tra luglio e agosto, ha ospitato parecchie lettere di militanti che protestavano, come Salinari, contro la difficoltà di questo o quell’articolo, ed elogiavano gli interventi, su questioni ardue, ma limpidissimi di Lucio Lombardo Radice.

Nella questione della trasparenza del linguaggio si annidano elementi assai diversi tra di loro.

Ci sono elementi che giudicherei francamente negativi, perfino fascisti. Anche nell’informazione di massa, nei giornali di più larga tiratura, rivolti al pubblico più ampio e composito, una parte notevole va concessa all’analisi. Ce lo ricorda giustamente Ottavio Cecchi in un articolo molto bello (e chiaro) dedicato appunto da «Rinascita» (del 10/9) alla questione. Certamente analisi non vuole dire necessariamente oscurità, tutt’altro. Ma può voler dire ricorso a persone non abituate a scrivere e parlare per un pubblico vario o, comunque, non abituate e disponibili a dare il primo posto al bisogno di farsi intendere il più facilmente e rapidamente possibile dagli interlocutori.

Ne viene un’indicazione: se si vuole un’informazione e un linguaggio di massa che, senza rinunziare ai diritti dell’analisi, sia chiaro, occorre che una società sviluppi (per parlar meno chiaro) una strategia della partecipazione, ossia chiami di continuo e coinvolga in sedi ampie e vari chi ha conoscenze e competenze speciali e lo spinga a imparare l’arte del farsi capire.

E cioè, per ripetere ancora una volta un motivo conduttore di queste nostre note, la chiarezza, come tante altre caratteristiche del parlare, non riguarda solo le parole, ma chi le parole usa.

Sta a chi usa le parole, scrivendo o parlando, trovare il difficile equilibrio tra le esigenze di esprimersi rapidamente e con precisione, che spingono verso le parole specifiche, i termini rari e densi di valore, e le esigenze del farsi intendere il più largamente possibile, che spingono verso le parole d’uso più generale, più note, più slavate e slabbrate dell’uso. Un’arte difficile, che ha alla radice del suo buon esercizio il «commercio» (ha detto una volta così Marx), una larga, reciproca, attenta e tollerante consuetudine tra i cittadini e le cittadine d’una stessa società.

Chi pretendesse di eliminare dal nostro discorrere ogni parola men che nota a tutti peccherebbe e pecca contro quest’arte intimamente e sottilmente colta e democratica (cioè non demagogica populistica) non meno di chi pecca disprezzando le parole semplici, quando e dove siano utilizzabili, ed abusando di parole e formule

A vero dire, è quest’ultimo il difetto tradizionalmente più frequente nei nostri scrittori e scriventi, una volta messa da parte e criticata la polemica semplicistica, reazionaria e perfino fascistica contro ogni possibile uso di parole nuove, rare, dense di senso; una volta riconosciuto a queste parole ed al loro uso il posto che ad esse spetta nell’economia della comunicazione: si è pure in diritto di dire che nella nostra società l’economia della comunicazione è generalmente compromessa soprattutto dall’uso eccessivo e fuor di luogo di parola e formule rare e difficili.

Un pubblicitario intelligente e colto, Guido Guarda, ha pubblicato in queste settimane (presso la Field Work di Milano) una nuova edizione, raddoppiata, del suo divertente «Supplemnario della linguitana», intitolato «Supp-Supp», e contenente vari mostri e neologismi del linguaggio pubblicitario (tipo «amarustico») o politico (tipo «Mortedison», detto, per ovvie ragioni, della ditta di Cefis) o intellettualistico (tipo «massmedizzare»). La tesi di Guarda è che il ricorso a parole stravaganti nell’intellettualità e tra i politici italiani sarebbe dovuto all’accoglimento dell’influsso delle tecniche pubblicitarie. Certo, questa influenza non sarà da ignorare: ma le radici del fenomeno sono più diffuse e, da noi, in Italia, più antiche.

I mezzi di comunicazione di massa (giornali, radio, tv) abbattono ogni giorno sulle nostre teste cascate di termini rari e tecnici, di ogni provenienza, messi in circolo senza attenzioni e chiarimenti. La gente si abitua a considerare normale sentir parlare della «osmosi della alienazione dei sintagmi» (ovvero, indifferentemente, dei «sintagmi dell’alienazione dell’osmosi»).

A questo aspetto internazionale del male c’è un solo rimedio: il deciso salto di quantità e qualità della cultura e della capacità critica di chi emette e di chi riceve le informazioni dei mezzi di comunicazione di massa.

Ma c’è un’altra radice che è tutta nostra. Per secoli, ed ancora venti, venticinque anni fa, la maggior parte di colore che scrivevano in italiano e che, fuor che in toscana e a Roma, parlavamo in questa lingua, la imparavano via libri, anzi, spesso, come attesta il Manzoni, via dizionari. Così, nel nostro modo di scrivere, senza il controllo d’un uso vivo, hanno avuto credito e circolazione per secoli parole bislacche, che ancora si trascinano in vocabolari anche recenti alla pari di altre ben vive nell’uso.

Queste sezioni di vocabolario, che Gian Paolo Barosso chiama «lingua di lusso», e che un giornalista oggi dimenticato chiamava «Enchiridio dell’eloquio gensore» (ossia «manueletto del parlare più elegante»), hanno esercitato un loro torbido fascino su intellettuali isolati, socialmente e quindi linguisticamente insicuri.

Sul vecchio male si è innestato il nuovo. I golosi di ghiottonerie linguistiche «dugentesche» sono spesso stati gli stessi che, poi, hanno detto tranquilli «entropia dell’osmosi» (o «osmosi dell’entropia»). Della continuità dei due fenomeni, da noi, una testimonianza si trova in un vecchio articolo di Arrigo Benedetti («Corriere della Sera», 14 gennaio 1972).

L’uno e l’altro abuso, l’abuso di parole invecchiate e inconsuete e l’abuso di oscuri tecnicismi, hanno radice nella scarsa circolazione di cultura, di comunicazioni criticamente vigilate. Hanno, cioè, la medesima radice dell’analfabetismo nativo e di ritorno, secondo la classica analisi datane da Gramsci, si può congetturare che l’intensificarsi delle lamentele contro il parlar difficile non dipenda già dal dialogare di questo, quanto alla crescita della consapevolezza democratica e popolare, della incalzante «necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare nazionale».


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