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Essere limpidi

Language columnIl dire e il fare
AuthorTullio De Mauro
Date 19 marzo 1976
NewspaperPaese Sera
Publication placeRoma
Publication countryItalia
Page3
Column1-2

PER IL 22 prossimo, alla Casa della Cultura di Roma, il CIDI ha organizzato una riunione di insegnanti su un tema già altre volte discusso: la comprensione del vocabolario, i modi per capire quanto è estesa questa capacità dei ragazzi, i modi attraverso cui gli insegnanti (tutti, e non solo quelli di italiano) possono e devono impegnarsi per ampliare e affinare questa capacità.

Gli specialisti di questi studi sanno che si tratta di temi delicati e complessi sia dal punto di vista dell’accertamento dei fatti sia dal punto di vista teorica. Sul buon terreno del CIDI, ossia in un ambiente di insegnanti democratici impegnati nella promozione intelligente di un lavoro didattico produttivo, il seme gettato qualche anno fa ha fruttificato. Non studiosi di fama più o meno chiara, o non principalmente loro, ma gli insegnanti dell’Istituto Tecnico Fermi di Roma saranno i protagonisti della riunione.

Dopo aver sedotto il loro preside (sedotto all’idea, si intende), le e gli insegnanti sono riusciti a mettere allo studio e verificare in tutte le classi un questionario su questi temi, mettendo anche in discussione la comprensibilità dei libri di testo italiano, storia, geografia, matematica adoperati nella scuola, e la comprensibilità dei giornali.

Il lavoro è solo agli inizi. Ma già è possibile tentare un primo bilancio, una discussione sul metodo seguito, una prima valutazione di risultati: ed è possibile (speriamo) vedere se e come generalizzare in altre scuole il lavoro intrapreso dal gruppo pilota dell’Istituto fermi.

Di tutto questo daremo notizia in seguito anche nelle pagine di questo nostro giornale. Qui val la pena di anticipare almeno uno dei molti importanti risultati che già si vedono con il lavoro fatto al Fermi.

Per quanto riguarda la comprensibilità del giornale, ai ragazzi dell’Istituto Tecnico è stato dato un articolo di cronaca sportiva, tratto dal «Messaggero» di Roma. È un passo standard, medio. Poteva essere tratto da ogni altro giornale italiano. La scelta è stata intenzionale e motivata.

Al CIDI sappiamo bene che il vocabolario, come ogni altra parte del linguaggio, funziona e si affina «essendo dato il resto del meccanismo»: si conoscono e si imparano nuovi vocaboli nel pieno di una pratica sociale e intellettuale che spinga a crearsi nuovi strumenti per capire e farsi capire. Sulla base di quel che si sapeva e vedeva dei ragazzi (le loro inclinazioni, il loro retroterra culturale sono stati materia di esplorazione sistematica), si è pensato che per saggiare la loro capacità di padronanza della comprensione del giornale il terreno per loro meno difficile fosse quello delle cronache sportive.

Anche qui, anche su questo terreno, i ragazzi hanno trovato difficoltà di comprensione. Più di un quarto (è risultato) non capisce la parola invulnerabile inserita in un contesto calcistico: e non capisce bene non disperano.

Ancora una volta siamo messi di frante a una dura realtà. I ragazzi del Fermi appartengono al quarto «alto» della popolazione italiana, appartengono a quel 24 per cento di persone che hanno la licenza media o titoli scolastici superiori. In questo paese che prima conservatori liberali, poi i fascisti, poi ancora i democristiani, succedendosi per cento anni al governo, hanno tenuto in stato di diffuso analfabetismo (ed è ridicolo che lo storico Rosario Romeo nel «Giornale» del 16 febbraio dia colpa dei mali della scuola niente meno che ai socialisti), in questo paese i giornali risultano mal comprensibili anche al quarto più altamente scolarizzato della popolazione. E risultano difficili non solo gli articoli di Ronchey, scritti in usbeco e folti di citazioni pracritiche, ma anche le cronache di nostri valenti cronisti sportivi.

Nello stesso buffo articolo del «Giornale» che ora abbiamo citato, dopo aver messo in bocca al Romeo la parole sui socialisti responsabili dei malanni della nostra scuola (trista cosa per un fu allievo di Chabod e ammiratore di Omodeo che la storia della nostra scuola la conoscevano e spiegavano bene), si sostiene che secondo i comunisti addirittura «bisogna distruggere perfino la lingua degli italiani». Violando le regole del buon gusto, sono costretto a questo punto a parlare in prima persona. Secondo l’articolista del «Giornale» sarei infatti io l’esecutore del criminoso progetto linguistico dei comunisti, io passerei il mio tempo a bruciar sostantivi, sopprimere verbi, danneggiare proposizioni, mettere fuori uso avverbi, occultare particelle e nella distruzione della buona lingua devo ammettere d’essere andato un pezzo avanti, al punto che l’articolista del «Giornale» sgrammatica e sbaglia il genere dei sostantivi).

Ma lasciamo Romeo, «il Giornale» e simili, e torniamo a discorsi più seri. L’esperienza didattica degli insegnanti del Fermi ancora una volta ci pone di fronte ai gravi problemi delle disparità linguistiche esistenti nella nostra società dinanzi al cattivo funzionamento della nostra scuola di base nel campo, decisivo, di dare largamente a tutti gli allievi la capacità di capire bene almeno i quotidiani.

Che fare, perché tutti arrivino a questo obiettivo minimo che vecchi conservatori, fascisti democristiani non hanno voluto che non si raggiungesse?

Come altre volte si è detto, è necessaria una doppia strategia. Da una parte bisogna che chi scrive per i giornali, ma anche, una buona volta, chi scrive testi per le scuole, sorvegli di più il proprio modo di scrivere. Troppo spesso giornali e libri scolastici chiamano pasticcio di mais la polenta. Galileo, Leopardi, De Sanctis, Cattaneo, Croce, Gramsci, Luigi Einaudi, Omodeo, Togliatti, don Milani stanno li a dirci che lo sforzo di essere limpidi il più possibile non solo non va contro, ma anzi spinge verso l’approfondimento critico, l’intelligenza compiuta dei fatti.

D’altra parte, è necessario che nella scuola di base si sviluppino tecniche giuste ed efficaci per generalizzare il possesso del vocabolario, di quelle che don Lorenzo Milani chiamava «arte dello scrivere» e della non meno essenziale «arte del leggere».

A me pare che, in questa direzione, come più volte si è detto in queste pagine, uno strumento assai efficace sia il giornalino di classe. Se l’insegnante rinunzia alla tentazione di fare il giornalino «bello» a tutti i costi, oppure una volta ogni tanto: se il giornalino è uno strumento quotidiano in cui giorno per giorno si riflette realisticamente e si precisa l’esperienza di lavoro pratico e intellettuale della classe: allora il foglio ciclostilato è forse lo strumento oggi migliore per mettere in attività in tutta la classe tutte quante le molte abilità e capacità di cui è intessuto il linguaggio verbale.

Perciò vediamo con gioia diffondersi ogni giorno di più la pratica dei giornalini. Ed è buon segno che i ministeri dei lavori pubblici e dell’istruzione (come leggiamo nel numero del 3 marzo di «Sindacato e scuola») abbiano lanciato un concorso intitolato a una redazione in ogni classe».

I tre giornali che da anni e anni hanno aperto le loro pagine alla produzione giornalistica di bambini e ragazzi, «Paese sera», «l’Unità», «L’Ora» di Palermo, non saranno più soli. A parte il concorso lanciato dai due ministeri, si è affiancata ad essi «La Stampa» di Torino che da vari giorni sta pubblicando in cronaca servizi sui giornali di classe, ed ha anch’essa lanciato un concorso che scade (avvertiamo i lettori) il 3 di maggio.

L’anno scorso, quando la Libreria dell’Oca di Roma promosse una raccolta di giornalini come quella che fa ora «La Stampa», troppi giornali tacquero della cosa. Speriamo che «La Stampa» abbia più seguito di attenzione da parte di tutti. E che diventino sempre più numerosi gli imitatori dei giornali democratici capaci di sollecitare ed ospitare la produzione giornalistica scolastica, che, ripetiamo, è per nostro conto un momento molto importante di arricchimento e precisazione delle capacità linguistiche.


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