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Il destino di Franti

Language columnIl dire e il fare
AuthorTullio De Mauro
Date 4 giugno 1976

LA GIUNTA regionale del Lazio ha deciso di tenere un convegno sul tema: «La scuola nel Lazio contro l’emarginazione».

È possibile fare funzionare le istituzioni scolastiche in modo diverso da oggi? Oggi bambine e bambini, ragazzi di campagna e ragazzi di città, figli di lavoratori e figli del ceto medio, handicappati e non handicappati, zingari e non zingari o stanziali, segregati negli istituti tipo Casal del Marmo e non segregati, hanno trattamenti profondamente diversi. In larga misura la scuola è tagliata in modo che, se a qualcuno e a qualcosa serve, serve prevalentemente al maschietto di città, di «buona famiglia», normale e perbenino.

Ostacoli e barriere

Certo, è cresciuto il numero di insegnanti democratici che avvertono la anormalità di questa scuola. Ed è cresciuta nel movimento democratico la coscienza che questa scuola provoca danni incalcolabili e ritardi a tutto il movimento non meno di quel che fa una politica economica reazionaria.

Ma, in parte ancora troppo larga, la scuola continua a funzionare così: mettendo ai margini le ragazzine rispetto ai ragazzini, i figli di contadini rispetto ai figli di cittadini, i figli di lavoratori rispetto ai figli dei dottori e delle dottoresse, ribellandosi o andando in frantumi se in classe mette piede un handicappato o uno zingaro o un erede dell’immortale Franti deamicisiano, mai abbastanza elogiato da Umberto Eco.

Questa scuola a fine giugno verrà messa in discussione, con la convinzione che sia possibile sviluppare gli elementi positivi che già essa contiene e farla funzionare in modo veramente conforme all’articolo 3 della Costituzione, in modo cioè che non già rafforzi, ma riduca ed elimini le barriere tra le diverse categorie di ragazzi.

Certo, non basta un convegno, o un atto deliberativo singolo di una sola regione o di alcune per invertire una rotta secolare. Ma un momento di riflessione può essere prezioso per poi deliberare con maggiore precisione ed efficacia, ed avviarsi anche nel Lazio verso una più efficace realizzazione del diritto allo studio come già da anni fanno le regioni democratiche.

Andare in questa direzione significa conoscere con precisione natura e consistenza delle barriere e degli ostacoli che la nostra società e la nostra scuola incontrano sulla via della promozione dell’eguaglianza sociale attraverso la paritaria realizzazione del diritto allo studio. Non stupisce perciò che la giunta democratica del Lazio si ponga problemi d’ordine conoscitivo, di dibattito e approfondimento teorico e scientifico. E che un contributo scientifico di prim’ordine sia stato già promosso e realizzato ad opera di una delle regioni democratiche più avanzate, l’Emilia-Romagna.

Il 12 giugno, a Bologna, verrà presentato un ampio studio, frutto dell’iniziativa dell’assessorato alla cultura dell’Emilia e opera della sezione audiovisivi dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, diretta da Francesco Schino. Lo studio, intitolato «L’educazione linguistica per gli adulti», è la prima parte di un più ampio progetto di ricerca e di intervento, rivolto principalmente a produrre un corso multimediale (sia audiovisivo sia scritto) per i docenti delle 150 ore, cui giustamente la regione Emilia annette una importanza strategica primaria nella generale politica di promozione del diritto allo studio.

Per tagliare nel modo migliore il corso, che verrà anch’esso approntato dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, sindacati, regione Emilia e studiosi si sono trovati d’accordo nel fare anzitutto un’ampia inchiesta campione tra docenti e lavoratrici e lavoratori dei corsi delle 150 ore. All’inchiesta hanno lavorato Raffaele Simone, Lorenzo Coveri, Francesco Sabatini, Giulianella Ruggiero. Le ricche e preziose tabelle statistiche sono state elaborate in gran parte dalla Ruggiero. Il testo del volume è di Raffaele Simone.

Al centro dell’indagine emiliana sta la questitone della ricchezza e varietà di linguaggio delle lavoratrici e dei lavoratori che frequentano i corsi. In particolare, è centrale la persistenza di un legame esclusivo o privilegiato con il dialetto ossia, rovesciando i termini, l’assenza di una buona consuetudine nativa, abituale, comunque extrascolastica e informale con la comune lingua italiana.

Legami con dialetto

Secondo i dati emiliani, la persistenza del dialetto è ancora forte soprattutto nei rapporti con i compagni di lavoro: il 41 percento dei lavoratori si serve in tali rapporti del dialetto. Il 16.8 per cento del misto italiano-dialetto, soltanto il 42 percento si serve abitualmente dell’italiano. È interessante osservare che in famiglia cresce la percentuale d’uso dell’italiana (54.5). Litaliano è usato al 90 per cento nei rapporti con i dirigenti e i tecnici ed al 95,3 per cento nei rapporti con estranei. Infine, con gli insegnanti dei corsi, l’uso dell’italiano è pressocché esclusivo (almeno nelle intenzioni): il 98.5 per cento cerca di servirsi dell’italiano.

I lavoratori dei corsi emiliani, dunque, mostrano di avere un legame ancora forte con il dialetto nativo: ma mostrano insieme di avere raggiunto una condizione in cui il dialetto (tranne che per una percentuale esigua) non è più una schiavitù, ma una scelta, dato che l’italiano è una via di comunicazione praticabile per il 98,5 per cento dei lavoratori.

L’uso esclusivo del dialetto ormai storicamente collegato all’ignoranza dell’italiano, è dunque battuto per i lavori e le lavoratrici italiane? Una risposta affermativa sarebbe errata. A metterci in guardia dall’errore stanno una considerazione e un dato.

Come già altrove abbiamo rimarcato, il 76,6 per cento della popolazione italiana, avendo solo la licenza elementare (44.4 per cento) o non avendo nemmeno questa (32.4), ha diritto d’accesso ai corsi per il conseguimento della licenza media. Senonché a tutt’oggi i corsi sono frequentati non (come dovrebbe essere) da decine di milioni, ma da decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori.

I corsi delle 150 ore

I corsi sono stati e sono certamente un’esperienza fondamentale nel rinnovamento della nostra scuola e cultura di massa. Ma sono ancora un’esperienza quantitativamente circoscritta. Li ha frequentati e li frequenta non la massa, ma solo un’avanguardia dell’esercito di lavoratrici e lavoratori senza licenza media o non scolarizzati.

Sarebbe grave ingenuità proiettare sull’intero esercito le condizioni d’uso dell’italiano e del dialetto cui è giunta l’avanguardia.

Che così stiano le cose, ci è detto da un breve e succoso saggio di Lorenzo Coveri (in corso di stampa in La ricerca dialettale). Coveri, che del resto ha collaborato attivamente anche al questionario emiliano, si rifà a un sondaggio svolta dalla Doxa nel 1974. Quando abbandoniamo le avanguardie e studiamo un campione della massa, la persistenza dell’uso esclusivo del dialetto si rivela ancora fortissima: secondo le elaborazioni di Coveri vi è ancora un 7 per centro di popolazione che non è in grado di intendere l’italiano: e secondo i dati grezzi Doxa l’uso attivo esclusivo del dialetto arriva al 28,9 per cento.

Se i corsi delle 150 ore fossero frequentati da un campione indifferenziato di popolazione italiana, e non da un’avanguardia, coloro che non riescono mai ad usare l’italiano sarebbero non l’1,5 per cento, ma il 30 per cento.

Come per ora sanno soltanto gli insegnati più attenti, il maestro o la maestra che in prima elementare (o, peggio ancora, nella scuola materna) comincia le sue lezioni tranquillo parlando l’italiano di scuola è l’incolpevole e ignaro carnefice di quasi il trenta per cento dei suoi alunni, che vengono da quel terzo di popolazione dove l’italiano non è mai stato e ancora non è di casa.

Modificare profondamente atteggiamenti e tecniche dell’insegnamento primario, e incidere altrettanto profondamente sulle condizioni linguistico-culturali extrascolastiche delle popolazioni sono i due obiettivi suggeriti dalle ricerche promosse dagli emiliani e dalla Doxa. Due obiettivi da discutere pacatamente nel convegno di fine giugno indetto dalla regione Lazio, perché anche nel Lazio la scuola da ostacolo si trasformi in strumento prezioso nella lotta per la crescita delle capacità culturali e critiche di massa.


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