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Le parole di tutti

Language columnIl dire e il fare
AuthorTullio De Mauro
Date 3 settembre 1976

APPARSI casualmente a breve distanza l’uno dall’altro, due diversi articoli ripropongono la questione del nostro stile corrente collettivo, di quello dei nostri anni e di quello degli anni fascisti.

Mario Isnenghi, è da molto tempo attento osservatore del linguaggio della comunicazione di massa e promotore di ottimi studi su questo tema e sul linguaggio del fascismo. Egli discute e critica nella «Repubblica» del 28 agosto, il volumetto di Giovanni Lazzari sulle parole del fascismo. Insoddisfatto del lavoro di Lazzari, Isnenghi afferma che andrebbero messe in luce, meglio di quanto non ha fatto Lazzari, le origini diverse ed il carattere eterogeneo del vocabolario e delle parole e idee-chiave degli scrittori d’età e di ispirazione fascista. Ma non resiste poi alla tentazione di indicare certe determinate caratteristiche di stile (le frasi lineari, la dominanza dell’indicativo) come caratteristiche «fasciste».

Cinque giorni prima un altro osservatore di eccezione, lo scrittore Goffredo Parise, ha tracciato nel «Corriere della Sera» lo schizzo dei connotati di quella che egli considera come la prosa della «Nuova Cultura», che, a suo dire, sarebbe la cultura nata dalla commistione di cattolicesimo e marxismo con la «cultura dei consumi», scrive Parise :

«Non soltanto ogni cultura, ma ogni segmento di questa o quella cultura () è contrassegnato da uno stile verbale che determina la vitalità (o la decadenza), in ogni caso l’identità di questa o quella cultura. Così lo stile verbale è elemento essenziale della storia degli uomini, e della storiografia, non meno delle loro azioni. La Nuova Cultura, quella fenomenologica nata dal Nuovo Potere in Italia che noi stiamo vivendo, non ha nessuna identità, cioè nessuno stile, come non hanno nessuna identità stile i consumi che la Nuova Cultura produce (). Così è, fatalmente. Così non è per () Ugo La Malfa (). La sua prosa è () una prosa antifascista».

E qui Parise cerca di definire i caratteri della «prosa antifascista»: «prosa individuale, essenziale, povera, una prosa che nasce direttamente dalla elaborazione di una sola mente e dalle idee che in quella sola mente si sviluppano e si esprimono per mezzo di un meccanismo linguistico autonomo. Questo tipo di prosa, realistica e mai demagogica, è la prosa antifascista».

Quel che Parise dice non è senza rilievo per chi voglia intendere le idealità stilistiche di questo nostro amabile scrittore veneto romano. Ma ha poco riscontro nella realtà.

Parise (e in parte anche Isnenghi) paiono convinti che sia possibile e relativamente semplice abbozzare una caratterizzazione unitaria del comune modo di parlare d’un’epoca intera. Anche Pier Paolo Pasolini pensava allo stesso modo e schiere di scrittori e giornalisti hanno a lungo discusso sui fantasmi che egli evocava e metteva in circolo, come il neoitaliano o l’italiano neocapitalistico e simili.

In verità è molto difficile tentare di caratterizzare unitariamente lo stile verbale perfino d’un’epoca come quella fascista, in cui dalla fine degli anni venti in poi funzionò con efficacia crescente una macchina per la produzione ed il mantenimento del consenso. Era un’organizzazione largamente fondata sulla pubblicazione di veline imposta a tutta la stampa dunque sulla diffusione quotidiana di modelli unitari di prosa. Tuttavia, a parte l’ossessiva ripetizione di slogan mussoliniani (le «parole a corso forzoso», furono dette) l’escursione e la varietà stilistica degli scrittori d’epoca e ispirazione fasciste furono grandissime.

Del resto, lo stesso Mussolini, come ha mostrato con delicata e sicura analisi molti anni fa Maria Teresa Gentile, aveva radici stilistiche e linguistico-culturali eterogenee. In conseguenza di ciò e per il bisogno di far presa sui diversi uditori e interlocutori, discorsi e scritti dello stesso Mussolini non ebbero una fisionomia stilistica unica o unitaria.

Ancora maggiore, ovviamente, era la differenza tra il modo di scrivere dei De Stefani o Volpe o Bottai o Pagliaro o Betti (poiché vi fu un fascismo colto, e non per vile convenienza), le sguaiataggini dei gerarchi, le prose imposte da Minculpop.

Nessuno stupore, allora, che sia ben difficile trovare una unità stilistica nei nostri anni. Sotto i nostri occhi e dentro la nostra società è avvenuta nei venti anni trascorsi una rivoluzione linguistica che in Italia ha un precedente soltanto duemila anni fa. Popolazioni che vent’anni fa per la maggior parte (oltre l’ottanta per cento) erano divise idiomaticamente, in quanto legate all’uso di idiomi dialettali diversi a seconda delle regioni (e in misura diversa a seconda delle classi di istruzione), si sono appropriate del grosso duno stesso idioma, l’italiano. Il processo, non ancora concluso, volge ormai al suo termine, non è lontano l’anno in cui non vi saranno più cittadini italiani incapaci di intere l’italiano. E nemmeno è lontano l’anno (più tardo) in cui non vi saranno più cittadini italiani incapaci di parlare e scrivere parole e frasi italiane.

Tuttavia, sarebbe errato trascurare che, come duemila anni fa, ai tempi della latinizzazione linguistica della Penisola, così oggi la unificazione linguistica delle popolazioni è avvenuta in maniera non preordinata e pianificata, è avvenuta con ritmi, modi e conseguenze assai diverse a seconda delle regioni e delle classi sociali. La società italiana si è unificata linguisticamente camminando dalla radicale diversità dei dialetti verso la relativa unità linguistica sotto il segno della eterogeneità delle parlate regionali.

A questo dato di ordine geografico-linguistico si assomma un dato di ordine socio-culturale. La bassa scolarità pro capite della popolazione italiana (cinque anni di scuola a testa, la media più bassa nei paesi del MEC), la bassa percentuale di lettori di quotidiani, l’assenza di una alta e complessa tradizione scientifico-culturale di «élite» creano fratture profonde tra l’una e l’altra fascia sociale. Fratture che sono conseguenza e causa di una diversità profonda dell’estensione e della qualità degli strumenti linguistici di cui si dispone nei diversi strati socioculturali.

L’eterogeneità è, così, la inevitabile sigla dell’attuale situazione linguistica della società italiana. Il consumismo, o il compromesso storico non è davvero causa di ciò, di una situazione che ha radici storiche millenarie.

Caso mai, a voler per forza trovare dei rapporti, ci si può chiedere se una politica di compromesso e mediazione non possa essere conseguenza non irragionevole di una società che ben poco ha di unitario e omogeneo e che soltanto ora va tutta quanta imparando, sia pure in modi e forme assai diverse, la stessa lingua (cioè un buon nucleo di stesse parole e stesse regole di uso delle parole).


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