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Uno prevale sui molti?

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 31 dicembre 1975

Mille e una notte è di rigore, ma si può dire ventuno fanciulle

Non ha la grammatica un capitolo spinoso di quello che attiene alle concordanze. Prendiamo la questioncella sempre aperta del «ventun anni» o «ventun anno». C’è una vecchia regola per la quale il nome che segue un numero cardinale terminante con uno (ventuno trentuno ecc.) si concorda non con tutto il numero ma soltanto con quell’uno e perciò rimane singolare: trentuna seggiola, ventuno anno, quarantun ferito (ma per converso, se il nome procede il numero: trentuna seggiola, ventuno anno, quarantun ferito (ma per converso, se il nome precede il numero: seggiole trentuno, anni ventuno ecc.).

Si può osservare col linguista Leone che l’uso che assegna all’uno il genere del sostantivo (ventuna fanciulla), ha fondamento storico, perché in latino unus, anche se premesso alla decina e quindi lontano dal sostantivo (una et vigenti puellae) segue il genere di questo. D’altra parte, perché «ventuno» indica pluralità, non può esser respinta la forma plurale del sostantivo seguente (ventuno fanciulle), che è poi la sola ammessa quando il sostantivo è accompagnato dall’articolo (le ventuno fanciulle), che è poi la sola ammessa quando il sostantivo è accompagnato dall’articolo (le ventuno fanciulle che mi hai decantato). Del resto anche in latino se unus si fonde con la decina, si ha un plurale indeclinabile (undeviginti puellae).

Parrebbe potersi concludere che se l’uno appare o è sentito come elemento distinto, la concordanza diventa necessaria (venti e un anno, le mille e una notte), dove le composizioni ventuno trentuno ecc. si hanno da ritenere indeclinabili. Se non che nulla vieta all’orecchio di sentire, dentro la composizione, il ventuno come un vent’uno, cioè con uno come elemento distinto. Per modo che, in somma delle somme, si possono usare le due forme senza sbagliare. I moderni sono per lasciare sempre il numero che termina con uno, invariato, volgendo il nome che segue, come vuole la logica al plurale; ventuno invitati, trentuno giorni. Ed estendono tale tolleranza (che ci pare men giusto) anche al troncamento di uno in un, il quale ha ragion d’essere solo davanti a sostantivo maschile singolare. Diciamo pure ventun seggi, trentuno errori, ma volendo troncare, diciamo ventun seggio, trentun errore, evitando le scappatole ventun seggi, trentun errori e, peggio che mai, le mille e un notti.

La concordanza dell’aggettivo col sostantivo parrebbe liquida, ma non è. L’aggiunto determina il sostantivo e deve concordare con esso nel modo che si fa col predicato. Se i sostantivi con cui deve accordarsi, essendo più d’uno differiscono tra loro per numero o genere o per ambedue, si seguono anche qui le stesse regole, se non che in questo caso (ecco la perturbazione!), il sostantivo più vicino quando si tratti di cose inanimate spesso norma all’aggettivo: «Considerate le maniere e i costumi di molti» (Boccaccio); «Gli alberi e le altre piante educate e disposte in ordine» (Leopardi); «Il resto (è) campi e vi vigne sparse di terre, di ville, di casali» (Manzoni).

Steccano quei regolisti consequenziari che scrivono «errori e manchevolezze gravi e pericolosi», sfuggendo all’attrazione del vocabolo viciniore (manchevolezze); attrazione che anche si esercita nella concordanza del predicato nominale con più soggetti di genere differente; dove è bensì vero che il più delle volte si la prevalenza al maschile (il conte e la contessa eran rimasti soli); ma quando i due soggetti significassero cose affini tra loro, il predicato può bene accordarsi col più vicino: «Pochissimi eran coloro a quali i pietosi pianti e l’amare fossero concedute» (Boccaccio).

Anche nel semplicissimo fatto di rispondere a chi ci chiede l’ora, il demone della concordanza ci angustia. Spesso si sente la forma aggettivale concordata le dieci e mezza, spiegata per ellissi così: le ore dieci e mezza (ora), la quale parrebbe la più logica. Ma importa assai alla Grammatica della Logica! Le dieci e mezza, con quel suo stare a cavillare sulla «mezza ora», si oppone alla tradizione che vuole che per indicare dopo una quantità intera una metà della quantità stessa, si adoperi l’aggettivo mezzo in senso neutro e senz’articolo: un anno e mezzo, un’ora e mezzo, due mele e mezzo. Le grammatiche sono esplicite: distinguono tra mezzo aggettivo (il quale è giusto si accordi in numero e genere col nome cui è riferito: mezzaluna, mezzi sigari, mezze maniche), e quel mezzo di cui parliamo, che una volta posposto a numero cardinale e ad esso unito mediante la congiunzione e, assume valore di frazione e funzione grammaticale di sostantivo.

Insomma si deve dire otto e mezzo, e non mezza, perché quel che veramente intendiamo dire nel profondo della nostra coscienza grammaticale (tuttoché inesplorata dai più) e otto e mezzo ovverossia otto e una metà. Per questo, a testare il polso al parlante, basta siffatta inezia: di chiedergli, alle mezze ore, che ora abbiamo. La roture linguistica cade nel tranello dell’aggettivo concordato a «ora» (le quattro e mezza); l’élite no, sta salda al sostantivo (o aggettivo neutro) mezzo.

Leo Pestelli


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