Text view

Le insidiose particelle

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 26 giugno 1973

Non è la stessa cosa, per una donna innamorata, dire voglio lui o lo voglio

Non è lo stesso che una ragazza da marito dichiari ai parenti: voglio lui; oppure: lo voglio. La prima maniera, così distesa, ci rappresenta una innamorata (di un lui Mario, Antonio ecc.); la seconda, contratta sul voglio, dipinge più che altro una caparbia.

Naviga bene nel pelago delle particelle pronominali chi tenga ben distinte le forme accentate o assolute (me te lui lei noi voi loro) dalle enclitiche o congiuntive mi ti si gli ci vi ecc.), usando di preferenza le prime quando l’attenzione voglia posarsi sulla persona rappresentata dal pronome, le seconde quando, più che la persona, ci prema rilevare il verbo, ossia l’azione cui la persona stessa è soggetta e come «congiunta».

L’uso delle pronominali atone congiuntive importa un problema di collocazione. La regola è che esse particelle si prepongono all’indicativo, al congiuntivo e al condizionale; si pospongono all’imperativo, all’infinito, al gerundio e al participio. Troppo semplice da essere vero. E infatti, quando imperativo infinito e gerundio (ma specialmente il primo) siano immediatamente preceduti da una negativa (non, ), allora l’uso buono, convalidato da secoli di tradizione facenti capo al Vangelo (Noli me tangere), è di anteporre la particella: non mi toccare.

Noi non meneremo mai buono l’imperativo negativo del tipo «non lasciarmi», caro ai parolieri, ai faciloni e ai duri d’orecchio; il quale, oltreché cascante all’ultimo e poco imperatorio, è anche ambiguo: giacché, dove non mi svegliare esprime inequivocabilmente il comando, non svegliarmi! può anche voler dire deplorazione (infinito ammirativo) da parte di chi ha dormito troppo.

La propensione dei classici per le forme atone anticipate («non vi stando», «non vi essendo»; e fin nell’imperativo positivo: «mi perdona») era conseguenza di quell’amore all’armonia, allo scrivere bene bilanciato su ritmi piani, che noi abbiamo perduto; noi che non sentiamo alcuna differenza tra «non te lo voglio dire» e «non voglio dirtelo»; noi che ammaliati dagli sdruccioli, anche pronunziamo (in tv) guàina per accompagnatura al famigerato bàule. Ma al tempo stesso gli antichi abusavano dell’enclisi come non facciamo noi; e questo perché avevano per canone che non si dovesse mai iniziare un periodo con una particella atona: donde i Rùppemi, i Gridòmmi, i Faròllo e Diròttelo e Dicèvamelo e sim., che noi abbiamo in conto di caricature alfieriane; sebbene poi, spronati dall’economia, ce ne gioviamo con tutta serietà negli Affitesi Vendesi Offresi ecc. dello stile telegrafico-commerciale.

Alla congiuntiva Gli si richiama l’inesausta querelle se possa stare per Le (femminile) e Loro (plurale). Gli per Le ha fior d’esempi, e anche sotto il riguardo etimologico (venendo dai lat. illi, comune ai tre generi) ha buone ragioni per sostenersi. Ma posto che la forma Le è altrettanto congiuntiva che l’altra, e che toglie l’equivoco, e che la gente civile, anche parlando, la usa, e che infine la scuola ne è gelosissima, si può tranquillamente raccomandarla come la sola corretta.

Viceversa l’altro scambio (Gli-Loro) è da difendere a visiera alzata, in quanto Loro (nel senso di «a loro») non è particella congiuntiva, ma una forma assoluta e pesante, che in certi casi, trovandosi vicina a un altro loro, torna addirittura insopportabile.

Da notare che Gli, combinandosi con le oggettive lo la li ecc., diventa Glie, dando luogo alle composizioni, unite o disgiunte, glielo-glie lo, gliela-glie la ecc., così riferite a un maschile sing. e pl. come a un femminile sing. e pl. Allo stesso accidente morfologico vanno soggetti mi ti si ci vi, che al tocco della nuova particella si mutano in me te se ce ve: sicché di contro a mi fa, ti scrisse, si accampa me lo fa, te lo scrisse. La lingua per se stessa mossa fa quest’operazione: vi vuole invece perizia grammaticale per superare uno scoglio che l’Ugolini prima e poi il Gabrielli hanno avvistato con raro acume di nauti. Come si comportano quelle pronominali davanti ai nessi «se ne» e «ce ne»? si dirà (che pare ostico) «mi se ne», «ti ce ne» ecc.? No, tutto si piega alla legge della e finale: me se ne, te se ne, ve ce ne, glie ce ne. Onde diremo, sul filo dello scioglilingua, «te se ne è scritto» (verbigrazia, della morte della zia), «glie se ne compra un paio la settimana» (di calzerotti): «te ce ne vuole un’altra» (di lezione), «non ve ce ne fate mettere» (di pepe) e via discorrendo. Il Fucini si rivoltò («Per ogni maglia ripresa, gli se ne strappava due»), ma ebbe torto: la dura lex è quella.

Però: mais que diable allait-il faire das cette galère? Chi ci obbliga a codeste infilzate di particelle che rasentano l’enimma? Lo stesso grammatico che ci ha pilotato così bene, ci consiglia poi di tenere altro viaggio, girando la frase, mutando costrutto. Ma questo sia detto senza pregiudizio delle Particelle in , vanto precipuo della nostra lingua (come della greca), le quali in piccolo spazio, chi le sappia maneggiare, riescono così spiritose ed espressive.

Leo Pestelli


Download XMLDownload textParagraph viewSentence view