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Cesare sposa un soprano

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 25 novembre 1975

Così semplice; meno quando si tratta di definire al femminile altre dignità, professioni, servizi

La questione circa il modo di formare il femminile da sostantivi indicanti dignità professione esercizio, sino a non molto tempo fa riservati per diritto o consuetudine, al sesso mascolino, è tuttavia incresciosamente aperta: il mondo cammina in direzione favorevole alla Donna, ma la lingua italiana, per questo rispetto, tira indietro. Lascia stare il gerarchico «la capa», ma come scherzo.

Crescendo il contenzioso, avremo sempre più a fare con donne in toga; e ancora non sapremo, con nostra vergogna, come chiamarle esattamente. Posto che Avvocato è nome mobile maschile di II classe con desinenza -o, il femminile in -a parrebbe irrecusabile. Ma la tradizione lessicale italiana, che ha molto del pio, mette innanzi, che Avvocata è attributo esclusivo della Vergine Maria. Dunque, avvocatessa.

La terminazione essa è molto cara ai Toscani, che la gradiscono anche in filosofessa (preferito a filosofa, che vi somiglia a «donna saputa»): tutt’al contrario che nel Meridione, dove filosofa è in tono serio e viceversa filosofessa, a cagione degli ultimi suoni, ha del risibile. Una grammatica di tipo toscaneggiante prescriverà capitanessa, in luogo di capitana che è da lasciare alla nave; canonichessa (suora non prebenda) in luogo di canonica, che è la casa parrocchiale; esattoressa provviditoressa procuratoressa invece che esattrice provveditrice procuratrice, che avrebbero senso più generico in quanto «nomina agentis».

Sono distinzioni e cautele che oggi non reggono più. Oggi non ci entra che ministra abbia solo del traslato (la morte è spesso ministra della giustizia di Dio) e che la donna ministra debba invece dirsi ministressa. Lasciando che ogni ambiente linguistico ha una sua suscettibilità in fatto di desinenza, il suffisso essa muta di tono secondo la parola cui s’affigge: è liquido, accettato da tutti in poetessa dottoressa professoressa studentessa ecc., e ancora, sforzando un po’, in sindachessa papessa medichessa (medica è della poesia): ma intacca nello strano e ha più sempre della canzonatura in gigantessa eroessa tragediessa maestressa insegnantessa (Pasquali) e simili.

Oltre a questo, la nostra lingua, celiante come nessuna, ha dato spazio e nome anche al personaggio della moglie di colui che esercita la professione o detiene in dignità (prefettessa, doganessa), il che non ha fatto che complicare di equivoci uno stato di cose già abbastanza complicato. Si rammenteranno le logomachie semantiche sul gruppo Ambasciatore-Ambasciatrice-Ambasciatora-Ambasciatoressa, accese dall’avvento in petto e persona di un ambasciatore in gonna, la signora Clara Luce. E come, compresi di confusione, si giungesse a scrivere, con temeraria «constructio ad intelligentiam», che «l’ambasciatore vestiva un abito scollato».

Soluzione da gente seria è quella di lasciare inalterato il nome e di ricorrere, per la dichiarazione del sesso, a una locuzione accessoria. «La parola è all’avvocato, signorina Tal dei Tali»: «Qui giace Clorinda Lippi, sindaco di Torrefranca». È una via cerimoniosa ma lunga e incomoda, e che può portare, per impazienza, alle sgrammaticature di tipo televisivo o epistolare signora notaio, signorina architetto, cara avvocato, con l’urto frontale dei generi.

Oh perché (sospirano le femministe che vorrebbero tutto) questi benedetti nomi di professione non partecipano della natura univoca di Soprano, maschile quanto alla grammatica, ma femminile quanto al senso? Bello poter dire, senz’ambiguità, «Cesare sposa un soprano». I grammatici moderni hanno sgombrato da questo campo molte difficoltà. Per nomi in -e, dai pochi in fuori che buttano in -essa, consigliano un femminile invariato: la preside, la giudice, la vigile urbana. Sull’innanzi morfologico di Infermiera Magliaia Moretta, caldeggiano ingegnera notaia architetta. E per venire a noi, assimilano il caso di Avvocato a quelli di Deputato e Soldato; participi passati, di origine latina, di deputare soldare advocare; dei quali tutti si può fare tranquillamente il femminile deputata soldata avvocata; rimossa, circa l’ultimo, la pregiudiziale mistica della Madonna, unica e vera Avvocata; anche perché la sua funzione di peroratrice delle nostre cause appresso Dio, collima tecnicamente con quella delle avvocate terrene, e, nonché repugnanza, v’è affinità di idea e quasi un rapporto tra protettrice o patrona (meglio che patronessa) e protette.

Leo Pestelli


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