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I trabocchetti del futuro

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 24 gennaio 1976
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column2-5

Accanto al principale, che è d'indicare azione che accadrà (domani partiremo), il Futuro semplice ha alcuni usi secondari che nell'ambito scolastico ci assicura una lettrice insegnante non sono presentati col dovuto risalto, e uno poi vi è affatto negletto. (Ma quante sono le cose di lingua che la Scuola accenna o non dice, rassegnando parte dell'ufficio suo alla «grammatica della ragione», generalmente infallibile anche appresso i più zucconi?).

Tutti, senza che ce lo insegnino, disviluppiamo dal futuro semplice dell'indicativo un valore di imperativo: prenderai un buon bastone, e giù; affronterai il direttore e gli dirai il fatto suo: imperativo di sbieco che secondo alcuni ha suono mitigato, cioè esortativo, rispetto al vero imperativo, e secondo altri invece, appunto perché rovesciato nell'interminato avvenire, un accento d'ineluttabilità (quale sembra di sentire nel dettato del legislatore: Sarà proibito a chicchessia di fare brutture accanto ai monumenti: sarà proibito, come dire « nunc et semper»). Tale scambio si fa istintivamente quando la cosa che si comanda non deve essere eseguita all'istante ma fra qualche tempo, o abitualmente per l'avvenire (agiterai prima dell'uso).

Usuale è anche il futuro in luogo del presente, che si usa, specialmente nelle prime persone singolare e plurale, quando ci si vuole esprimere senz'arroganza, in tono di rispetto verso chi ci ascolta: le dirò che il suo ragionamento non mi persuade; ci permetteremo di farle osservare... Le azioni di Dire e Osservare le facciamo al presente; ma volgendole verbalmente al futuro, ne smussiamo la punta.

Ma il futuro più singolare e insieme difficile da spiegare (che è forse la ragione perché a scuola se ne tace o quasi) è quello che si usa per indicare con incertezza e dubbio (quasi con valore di Forse) un fatto presente: saranno le quattro. Questo futuro dubitativo dilaga nel linguaggio famigliare: Perché non è venuto? Sarà ammalato; Perché corrono? Avranno fretta. E olofrasticamente: Tua moglie è di buon umore. Sarà (cioè: può anche essere, ma ci credo poco). E non si tratta già di capestrerie moderne, ma di un uso antico, classico, che approda al Manzoni, do-vendo codesto futuro dubitativo tornare naturalissimo al sempre dubitoso non meno che restio don Abbondio: «Monsignore illustrissimo avrò torto» (posso avere, forse ho).

Tendano i nostri didattici l'orecchio e non sentiranno dir altro che sbaglierò, ma oggi piove; sarà un bel film, ma a me non è piaciuto; sarà un mese che non mi bacia; non avrai mica una pistola nella borsetta? questo pesce peserà un paio di chili eccetera. E vi vedranno comparire anche il futuro anteriore: non insisto, avrò preso un granchio. Ora ai fanciulli tali usi del futuro, denotanti incertezza supposizione approssimazione valutazione di quantità ecc. vanno spiegati; spiegati piuttosto nella loro effettualità che non nell'intima ragione; la quale è tale (al futuro, siccome ipotetico di per , si avviene ogni maniera d'ipotesi) che soltanto un filosofo della lingua potrebbe dichiararla a puntino.

A un altro e più bizzarro scambio di tempo, all'imperfetto dell'indicativo tolto per il presente o il futuro semplice, ci richiama un altro lettore; e qui ci sovviene che Luciano Satta, un linguista che non si lascia sfuggire nessun punto della lingua viva, anche questo ha felice-mente analizzato e battezzatolo «imperfetto infantile». Esso vige infatti fra i «tetti bassi» quando, giocando alle persone, improvvisano una specie di copione: Tu eri il medico, e io venivo da te e tu mi visitavi. E vige non dispiaccia al Satta che vorrebbe circoscriverlo ai fanciulli toscani anche al Nord, tra i più autentici gianduiotti. C'entrerà l'influenza del «c'era una volta». Sta il fatto che il fanciullo che dice così, potrà riuscire un broccolo; ma in quel punto è un piccolo aedo, che compie d'istinto la conversione del rem gerere nellhistoria rerum gestarum. E possiamo attestare che questa maniera s'attacca talvolta anche agli adulti, o per pratica che hanno coi ragazzi o per reminiscenza infantile. Quando la moglie non avrà forse ancora neppure abbozzata l'idea di far la spesa, il marito, sollevandosi sulle circostanze e contemplandole historice, domanda: Che cosa facevi oggi da mangiare? Un solecismo certo, ma che dipinge la pregnanza dell'imperfetto di gioco o di lontananza, applicato alle cose domestiche, così spesso urtate dall'odioso presente. «Dove andavi di bello, mia cara, stamattina?». Tenerlo prezioso un compagno che allattato dalla poesia della rimembranza, sproposita così!

Leo Pestelli


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