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Parliamo di tasse

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 17 settembre 1974
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column4-6

Sia di conforto al contribuente una miglior conoscenza della terminologia fiscale, che oggi come ieri, nell'uso comune e anche nel giornalistico, lascia a desiderare. Soprattutto si tende a fare una zuppa di Imposta e Tassa.

Imposta, secondo una bella definizione, è «l'obbligazione che si impone sulle rendite private per formare una rendita pubblica, destinata alle spese necessarie (o che tali sia in credute, o sia in fatte credere, postilla maliziosamente il Tommaseo), necessarie alla sicurezza o prosperità dello Stato». Così alla grossa, l'imposta (da pronunziare con o stretto, come stretto è doloroso e l'atto del pagarla) differisce da tassa in ciò: che con la prima si provvede ai servizi pubblici d'ordine generale, quali la difesa del nemico esterno o dalla delinquenza, senza che vi sia, per corrispettivo specifico, godimento immediato di un servizio da parte del cittadino; laddove nella seconda questo godimento (meno male) c'è.

Sono squisitamente tasse le scolastiche, le giudiziarie, le postali: il servizio postale utile a tutti e lo Stato vi provvede (oggi malino) essenzialmente con le imposte; ma chi ha interesse a spedire una lettera deve acquistare un francobollo, che è appunto, benché pochi ci pensino, una tassa. Sono invece squisitamente imposte quella di famiglia o focatico, e quella sul reddito. Va però detto che il confine tra i due concetti non è sempre sicuro; così esso ondeggia nel caso di successioni, trasferimenti e di quei servizi riguardo i quali cè richiesta da parte dell'interessato.

Certo è che l'imposta soverchia nel fatto; la tassa, nel linguaggio. Anzi si nota la tendenza a fare di Tassa un nome generico, comprensivo di tutti i carichi fiscali: secondo si legge in quel mostrum, recentemente uscito dalla caverna dei composti, che è il nuovo esentasse. Ma in questo campo l'italiano ha già un bellissimo termine che abbraccia ogni peso che lo Stato addossa ai cittadini: Gravezza (le gravezze). Chi rifletta alla sinonimia gravità-gravezza, e come la prima sia la proprietà in genere ed ogni corpo, dove la seconda è gravità sentita o sensibile come molesta, converrà che il vocabolo fa perfettamente al caso. Ma per imposte specialmente nuove e gravi, inaspettate, che balzano alla gola (altrimenti dette e «decreti-catenaccio»), il termine comprensivo che si fa preferire è il vecchio, etimologico Balzelli. E se l'amore del tecnicismo non ci accecasse, dai Classici ci verrebbe anche un verbo che, usato assolutamente, dipinge la vessazione in senso fiscale: Maneggiare. Lo usa spesso il grave Guicciardini: «quelli che sono ricchi non sono usi a essere maneggiati per aiutare la patria come si faceva anticamente».

Più lettori di questo giornale ci hanno scritto a proposito di «Sgrò» (nome proprio) così accentato; che veramente mette a disagio. Son Dunque le leggi grammaticali «così rotte»? Non era buona scienza quella secondo la quale le voci monosillabi che non vogliono il segno dell'accento, o lo vogliono soltanto per distinzione da altre che hanno uguale scrittura ma significato diverso: è (verbo), (verbo), (pronome), e (avverbi), (affermazione), perché non vadano confusi con e (cong), da (preposizione), se (cong.), e la (articoli), si (particella riflessiva) ecc.? 

Ma il casato Sgro non concorre con nulla e non si può pronunciare altro che tronco. Non è il caso di accettarlo di apostrofo farlo come si fa con piè o fe', a segnare l'apocope o perdita della sillaba finale (piede, fede). Anche rispetto all'occhio, salvo che non ci sian sotto misteri onomastici, non chiede il pruno dell'accento grafico, che viceversa e di rigore coi monosillabi uscenti in dittongo, perché, senza accento, potrebbero fare di due sillabe: già può più giù ciò. 

Esempi come questi, specie se ti percossi nella scuola, sono pericolosissimi di farvi alzare la cresta a quanti, già persuasi di non lo fare, sollevano scrivere quì e quà col segno dell'accento. A nostro avviso sarebbe il caso, se mai, di tirare la fune dal capo opposto, cioè di sconsigliare il segno dell'accento su e (voci di Dare e Fare), messo per la fisima pedantesca di non confondere con do e fa, note musicali.

Leo Pestelli


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