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Portiamo l’ombrello

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 17 agosto 1976
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column5-7

Ombrello paracqua parapioggia? La questione, che mise già a rumore il campo dei puristi, una vera «ombrellomachia» che lasciò il terreno sparso di stecche e le cose come stavano, oggi non si dibatte più; e i due sinonimi, già tacciati di dialettismo (e il secondo, un calco del francese parapluie) sono lasciati vivere in pace, specie nell’Italia del nord dove tendono a prevalere.

Va però ribadito che l’italianissima voce Ombrello, miracolosamente sopravvissuta, insieme coll’oggetto che rappresenta, alla rivoluzione tecnologica, è da preferire alle altre; e ciò nonostante la sua nota viziatura etimologica, da che s’accese quella vecchia disputa. Posto che Ombrello, dal latino tardo umbrella, rifacimento del lat. classico umbella. Ombrellino, deriva da umbra, Ombra, è sempre parso e pare a tutti gli antiombrellisti, che sia incongruo designare quell’arnese che serve precipuamente a ripararci dalla pioggia o dalla neve, con una voce connessa a ombra: connessione la quale fa che, preso alla lettera, Ombrello sia propriamente l’arnese che serve a ripararci dal sole.

Avesse avuto ragione il Fanfani, uno dei fautori dell’Ombrello, quando nel vivo della polemica, saltò su a sostenere che non umbra, ma il greco ombros, che vale imber, pioggia era l’etimo vero, le cose si sarebbero accomodate; ma la sua fu un’alzata d’ingegno solitaria che non trovò credito, e a tutt’oggi l’etimologia accertata resta l’altra, da Ombra. Contro tal voce che per via del tema intacca nell’equivoco, è innegabile che Paracqua Parapioggia Parapiova, tuttoché rimediati e provinciali, hanno il vantaggio di portare con la loro univoca spiegazione. Nostre indagini svolte a Torino ci accertano che Ombrello è in calo rispetto a Paracqua, specie fra le signore che amano parlare positivo dove ci si vede dentro.

Ora bisogna badare alle etimologie, ma non al punto di rendersene schiavi. Nella definizione dell’Ombrello diè il Carena (una delle più belle che si conoscono): «quell’arnese da potersi allargare in forma di cupoletta, per lo più di seta, rafforzata con stecche, e portatile in mano con una mazza fermata nel centro: ad uso di ripararsi dal sole, la pioggia, la neve»; erano già elementi per un compromesso semantico: ad uso di ripararsi il sole, la pioggia, la neve, dove è accennata la molteplicità degli usi. Variando il cielo sopra di noi, sotto un medesimo ombrello possiamo ripararci da tutto quel che ci pare.

Fatto è che i Toscani non si lasciarono strappare l’ombrello, ma lo diminuirono in Ombrellino, ora con un valore vezzeggiativo di Ombrello, come carino e sim., ora con valore di diminutivo positivato, accompagnato con altre voci che indichino l’uso a cui serve: ombrellino da sole, ombrellino della comunione. Ma per brevità, anche Ombrellino soltanto stette a significare, quando non troppo grande, l’ombrello da sole o parasole.

Portata la lite in Cassazione, cioè al giudizio del Tommaseo, è incredibile come Paracqua e Parapioggia dovessero abbassare la cresta. L’inconsiderazione di queste voci consiste in ciò: che Parere non è Riparare. Parare un colpo è opporgli tal corpo o tal forza, che non colga l’oggetto; riparare, oltreché ha usi più generali, denota un più pieno servizio che parare. Si può in una mischia parare un colpo, non però ripararsi dalla mischia. E con dolcezza inusitata in lui, concludeva quel portentoso scrutinatore di vocaboli: «parapioggia e paracqua non sono da battere col povero Ombrello, sebbene a riparare dalla pioggia non ci voglia ombra. Ma appunto perché quest’arnese ripara e non para, attenghiamoci al nome vecchio, contenendo anche il nuovo una piccola improprietà (il parare per riparare), e avendo forma straniera; tanto più che l’ombrello, nonché l’ombrellino, può non solo difenderci dalla pioggia, ma anche dal sole». Si può insomma parare coll’ombrello una buccia di cocomero; ma l’acqua, specie l’acqua consolata che lo inzuppa, la si ripara.

Non furono invece mai oggetto di contestazione i derivati ombrellaio (chi li fa e li vende), ombrellata (colpo dato coll’ombrello chiuso; e anche aperto, se per caso colla punta d’una stecca si urti in un occhio o dovecchessia), posambrelli (l’arnese su cui si fanno sgocciolare, detto men bene portaombrelli) e ombrelliere (chi per ufficio regge l’ombrello a grandi personaggi), voce oggi disusata, ma che potrebbe ripigliare per quegli umili lavoratori del braccio, poco e mal tutelati anche linguisticamente, che dinanzi ai ritrovi eleganti e nei parcheggi riparano l’acqua alla clientela; professionisti dell’Ombrello cui è dedicata questa nota in difesa d’una parola inalienabile dal nostro patrimonio linguistico.

Leo Pestelli


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