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Spericolati abusi su una parola

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 15 giugno 1974

Quando il disinvolto impiego d’una desinenza può falsare o capovolgere il significato

Non è detto che chi parla la lingua del nostro tempo sia sempre inteso da tutti con facilità. Perché l'evoluzione linguistica non produce amputazioni ma sfilacciature; e in mezzo ai nuovi parlanti è sempre un certo numero di italianisti (ma spariranno, spariranno!) che hanno ancora nell'orecchio il vecchio italiano.

Poniamo uno di costoro davanti alla lettera di protesta che il 4 giugno u.s. la regista Liliana Cavani indirizzò a questo giornale, per aver pubblicamente ritoccato unimmagine pubblicitaria relativa al film Portiere di notte. Ma la scrivente non si esprimeva così: oggetto della sua protesta era di «aver volgarizzato la protagonista (del film) facendola apparire come una specie di allegra bagnina ecc.»

Confortato da secoli di tradizione lessicale, in forza della quale il verbo Volgarizzare importa, in prima accezione, Traslatare la scrittura di una lingua morta nel volgare nostro (onde i derivati Volgarizzazione Volgarizzamento Volgarizzatore), e in seconda, riferito a cose scientifiche o per difficili, Renderle accessibili anche alle menti delle persone non istruite (es: i francesi sono espertissimi nel volgarizzare le scienze), il nostro italianista non dovrà per capito nulla o tutt'al più si sarà illuso che «volgarizzato» stesse inelegantemente per «divulgato», è soltanto rileggendo più e più volte e aiutandosi con l'etimologia da vulgus, Volgo, avrà finalmente inteso che volgarizzare voleva dire, in questo caso, Involgarire. 

A tanto conduce la mal posta affezione per la desinenza -izzare, che quando non denota azione abituale, intesa e quindi frequentativa (profetizzare moralizzare generalizzare) , qui del resto meglio si provvede con -eggiare, è sempre da prendere con le molle, traendosene neologismi la più parte inutili e brutti (acutizzare sensibilizzare minimizzare) e talvolta anche equivoci (volgarizzare). 

Ma l'esempio più clamoroso di parola non pure cambiata ma capovolta nel significato è l'aggettivo participiale Spericolato, che l'italianista, sentendoci l's intensivo, dirà di Chi trova sempre e per tutto pericoli (un medico troppo spericolato), laddove l’italiano d’oggi, sentendoci l’s privativo intende e usa a rovescio come Chi non teme pericoli (un autista spericolato). Ugual sorte è toccata a Smaliziato, che quantunque ignoto e vecchi lessici, dovrebbe voler dire Senza malizia, e viceversa è oggi comunemente preso come sinonimo di Ammalizzito scaltrito e sim.

Diceva però Croce: «Come mai, in fatto di linguaggio, si può parlare di abuso, quando il cosiddetto abuso si converte in uso?» Dobbiamo dunque mettere nel torto quei pochi che dicono bene e nella ragione quei molti che dicono male. Anche nelle cose di lingua la distinzione tra pazzi e savi dipende dal modo come è orientato il catenaccio: se verso i primi o i secondi.

* Ha ragione un lettore: l'italiano liturgico troppo si è allontanato dal latino. Se nel modo proverbiale «non esser degno di sciogliergli i lacci delle scarpe», la parola di origine germanica Scarpa non alcun fastidio, moltissimo ne quando la si sente anacronisticamente trasportata nel Vangelo di Giovanni: «Egli è colui che verrà dopo di me, e che tuttavia fu prima di me, a cui io non sono degno di sciogliere i legacci delle scarpe». È una terribile calata di tono, un pugno nello stomaco. Tutti gli Evangelisti dicono nella volgata calceamenta, da potersi rendere con Calzari o Sandali ma non certo con scarpe allora di da venire. Tale insensibilità verso gli urti di parola nella Messa in italiano, si potrebbe anche lodare se fosse metodica. Viceversa essa è schizzinosisissima quando traduce il «Benedictus fructus ventris tui» dell'Ave Maria in «benedetto il frutto del seno tuo». Che cosha Ventre che non si possa dire? Giobbe dice addirittura vulva. Ecco in mal punto tornare la distinzione della vecchia rettorica tra parole basse e parole nobili. In mal punto: perché se non piace Ventre si dica Grembo, ma non Seno che è una leziosa in proprietà di lingua (il seno, comunemente inteso, alimenta, non genera). 

Leo Pestelli


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