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Interiezioni fuorilegge

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 14 settembre 1973

Espressioni istintive di qualche affetto o sensazione, le interiezioni costituiscono un parlare eslege, sottratto ai rigori della grammatica. Non si può determinare quante siano, a quale sentimento corrisponde ciascuna di esse, come si abbiano a pronunziare e a scrivere: e quest’ultimo capo sia con pace di quel lettore che accagiona i fumetti (dove spesseggiano gli hai! gli hac! ecc.) di aver mutato posto alla lettera h nelle interiezioni, facendola iniziale di parola.

Suoni diversi

È vero che l’uso interiettivo tradizionale suole posporre nella scrittura l’h alla vocale, a simboleggiare il fiato sospeso dopo la vocale stessa: ond’è che oh! ahi! ah! suonano in tutt’altro modo che ho hai ha, voci del verbo Avere. Pure, l’h anteposta alla vocale accenna a un leggero suono, ben differente da quello dell’h posposta, un suono aspirato e non esalato come l’altro; il quale può venire in taglio per certe esclamazioni secche e a esprimere la stessa risata, quando non sia cordiale (ah! ah! ah!), ma sussultoria e un po’ maligna (ha! ha! ha!). E molto prima dei fumetti, Dante aveva posto un hui!, quale interectio dolentis: «Alto sospir che duol strinse in hui!, Mise fuor prima» (Purg. XVI, 64), e Boccaccio un hi! e lAlberti un hen!

Se il lettore non si fosse fermato alla prima insegna, ma avesse consultato i patres della lessicografia italiana (Crusca, Tommaseo-Bellini, Petrocchi ecc.), vi avrebbe trovato che hac! e huc!, in questa forma, è il suono proprio della tosse (la tosse che stacca e risolve); che ha! mal si sostituirebbe con ah! (corrispondente a un altro contenuto psichico: ah! che bella donna!) nei casi d’interrogazione mista di risentimento e di burla: ha! credeva di burlar me, costui?; fatta più provocante da un lieve suono nasale in fondo che la muta in han! (o anche haaan!): non è vero, han?; che he, ha differenza di eh (interrogante con risentimento o senza), esprime rassegnazione o dubbio, perché no?, non dico di no e sim.: he! sarà così; e finalmente hi è il proprio di chi numera o sente numerare molti oggetti, e se ne mostra, o finge, meravigliato o stanco, o che accenna a un certo modo di ridere iperacuto (hi! hi! hi!), laddove per il Ciregliese ih e iihh!, che pure prevalgono nell’uso, sarebbero soltanto i gridi lunghi con che si spingono le bestie da soma o da barroccio.

Avrebbe dunque errato il Manzoni, facendo dire a don Abbondio (Pr. Sp. C. VIII): «Ih! Com’è diventato sospettoso il mondo»?, avrebbe dovuto dire «Hi!»? Non ci spingiamo tanto. Basti che l’uso esclamativo di h in posizione forte, non è quella mostruosità moderna che il lettore sembra credere, ma ha una sua ragione ed è corroborata da fior d’esempi, tra i quali dimenticammo di citare hem (dolore turbamento disagio), anche ripetuto più volte (hem hem hem), ham (stupore perplessità sdegno), hai (dolore e anche meraviglia commozione gioia), hèi (per attirare l’attenzione o per esprimere ironicamente meraviglia): non essendoci che hoi, che per non comportare differenza da ohi (dolore vivo o simulato), possa dirsi veramente superfluo.

Chi bada alla lingua dei giovani, avrà forse notato che ahi!, la forma regina delle interiezioni di dolore, volentieri suona ahio (o aio), giusta il genio dell’Epitesi (andòe per andò), che opera, senza loro saputa, in quegli innocenti sfregiatori dell’idioma.

Insomma, pure ammettendo che a scanso di brighe sia meglio seguire l’Uso che pone l’h dopo la vocale, l’ortografia delle esclamazioni, chi volesse fondarla su un severo esame dei suoni, non è da lasciare all’arbitrio dello scrivente, ma vuole considerarsi caso per caso.

L’Amerikano

Per restare in ortografia: fra tante cose che cambiano l’alfabeto resiste. Riformisti che propongono l’abolizione dell’H, la cui inutilità è proverbiale (non vale un acca) e che ci è rimasta soltanto «per la dottrina degli occhi», o quella della Q, una mezza lettera che rileva soltanto nel nesso qu, ne spuntano ogni momento; ma nessuno di loro ha fortuna, , crediamo, l’avrà mai: pigrizia e affezione assicurano l’integrità del nostro alfabeto.

Di più: una lettera greca quale la K, non necessaria ai Latini nonché a noi, rotti i confini tradizionali (le abbreviature kg. kl. km., il simbolo del potassio, e alcuni nomi stranieri non assimilati: kaiser kursaal e pochi altri), non si è forse arrogato l’ufficio della c gutturale nel titolo del film «L’Amerikano»? A proposito del quale un altro lettore, che conosce l’efficacia del cinema sul costume anche linguistico e che già vede spuntare all’orizzonte Katerina kranio kokkio e Bellokko, ci scrive inquietissimo.

Ma anche qui la storia del linguaggio è buon medico. Verissimo che l’italiano non abbisogna della lettera K, ma non ch’essa sia sempre stata estranea al nostro uso scritto. Documenti fiorentini di prima di Dante spesseggiano di ke ki kalènde kavaliere; e dalle illustrazioni linguistiche fatte dal Parodi a un libro di banchieri fiorentini scritto nel 1211, togliamo ancora kapitate kalkagnio Iakopo bankiere kapitanio e kastagniaci. Posti gli esempi kapitale e bankiere: o c’inganniamo o in «L’Amerikano» è l’intenzione grafica di dar vita a una parola violenta dove il k, che non per nulla piaceva tanto all’Aretino, faccia per così dire ufficio di un c duro che mostra i denti.

Del resto nella conformazione della K specie maiuscola è qualcosa che soddisfa al sentimento tecno-meccanico del nostro tempo. E ciascuno avrà notato, nella sigla del «Rischiatutto» (e quasi si vorrebbe dire «Riskiatutto»), il valore emblematico di quel K che con le ganasce aperte persegue e incalza, kafkianamente, l’omino del naso dentellato.

Leo Pestelli


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