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Sbagliamo dicendo "non mi oso,,?

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 13 aprile 1973
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column2-6

Alcuni grammatici riprovano quest'uso, come forma dialettale e malvezzo dei piemontesi - Ma i classici insegnano a utilizzare con spregiudicatezza le particelle "accompagnaverbi" - Le molte insidie dell'intransitivo e del riflessivo

Che Verbo sia antonomasia di Parola (a quell'intemerata, non rispose verbo), ci è guida a intendere limportanza di questa parte del discorso. Posto che lufficio del verbo è di denotare l’azione considerata nel tempo, lazione ha sempre un «soggetto»; lo ha sempre, perché anche quando diciamo piove, ci sta fitto nellinconscio il soggetto che fa lazione del piovere: il tempo, il cielo, Giove o altro soprassensibile.

Viceversa lazione espressa dal verbo può ricevere o non ricevere termine diretto («oggetto») secondo che per natura è tale da poter passare in una persona o cosa diversa dal soggetto, ovvero da dover restare nel soggetto stesso. Della prima qualità sono Amo e Leggo, i quali possono rispondere alla domanda «chi? che cosa?»: chi ami? la Laurina; che cosa leggi? il Petrarca; della seconda Vivo e Vado, che anchessi rispondono a una domanda, ma daltro tipo, cominciante da una preposizione: a che cosa, in che luogo, con che cosa, perché e sim.; e la risposta così obliquata (vivo col poco, vado dalla zia) costituisce il termine indiretto o «complemento». I primi si chiamano verbi transitivi (o passativi: la vecchia terminologia aveva del buono); i secondi intransitivi.

Non inganni che molte volte lintransitivo sembra avere un oggetto: salire le scale, vivere una vitaccia, correre la staffetta ecc., perché codesto oggetto che non riceve lazione del soggetto, che non istà in opposizione con esso, ma a guisa di complemento serve solo a spiegare meglio lazione stessa, è un oggetto falso, o come dicono i Maghi Merlini della grammatica, «apparente». A che cosa serve il saper distinguere gli «oggetti» reali dagli apparenti? Praticamente a nulla (lavo il bicchiere, bevo un bicchiere); ma anche nelle cose di lingua non si vive di solo pane, e glinvisibilia vi hanno un loro fascino.

Gli equivoci

Rinfrescate così le prime idee, e lasciando degli intransitivi, dove l'azione rimane nel soggetto (io fremo!), è appena il caso di rammentare che il verbo transitivo sta in tre forme: attiva (io batto il cane), riflessiva (io mi batto), passiva (io sono battuto). Ora la prima e la ter-za forma non danno luogo a difficoltà, ma la seconda ; e la ragione è che i riflessivi non son tutti compagni, ma ve n'ha di certi, di meno certi, di ambigui e illusori (riflessivi, ancor essi, «apparenti»). In io mi lodo è un massimo di certezza: io lodo me: qui il pronome personale è vero oggetto del verbo; ma in io mi spavento, non vorrò già dare a intendere che io mi metto paura a bella posta, ma piuttosto che resto spaventato: qui il pronome è un che di perplesso tra soggetto e oggetto. Infine io mi lavo è una schietta costruzione riflessiva (io lavo me), ma volendovi aggiungere, verbigrazia, le mani, essa rovinerebbe dalle fondamenta, il mi non avendovi più valore di oggetto ma di complemento di termine o meglio d'interesse (io lavo le mani a me).

A complicare, sopravviene la famiglia dei riflessivi « assoluti », ossia di quei molti intransitivi di forma riflessiva che non possono separarsi dalla particella pronominale, o che, separandosene, varierebbero affatto significato (abboccarsi-abboccare, apporsi-apporre), e che nondimeno, nell'uso elegante dei classici, talvolta se ne separano (Innamorare per innamorarsi), o anche lasciano la particella per prendere valore, come dicono, «fattitivo», significando il metter altri in quello stato che il verbo accenna: se vuoi adirare lo zio, toccalo sulla D. C. Il riflessivo assoluto con valore fattitivo, di cui pochissimi in Italia hanno notizia, ricorre nell'espressione usuale: questa cosa mi meraviglia; la quale spiegatamente viene a dire: questa cosa mi fa meravigliare.

Dante diceva

Scritturi rapidi (ma rapidi con legge) sdegnano certe for-me riflessive o pseudoriflessive di cui l'Uso si riempie la bocca: mi sono sbagliato (ho sbagliato), mi sono inciampato (ho inciampato), il ferro si arrugginisce (arrugginisce) e così via. Se non tutte, alcune di queste forme si possono difendere come intensive (si bisticcia con la moglie), invocando l'uso antico e bellissimo delle particelle accompagnaverbi (mi ti si ecc.), quali appunto si uniscono tanto ai verbi transitivi quanto agl'intransitivi, non per altro che per riferire più strettamente il valore di quei verbi al loro proprio soggetto, quasi come se vi fosse un dativo di comodo o d'interesse.

Se Dante tantissime volte («io mi son un», «fu' mi», « fusi », « s'è beata », « si gode » ), se altrettante il Boccaccio («si credeva», «si dimoravano », « deh, aspettati un poco », « voi non sapete ciò che vi dite»), e dietro al loro esempio altri molti, usarono con tanta efficacia questo pleonasmo, perché non dovremmo dire noi come ti sei invecchiato! e persino il riprovatissimo, perché dialettale, non mi oso, dove la particella etica (a intenderla cosi) tanto aggiunge di trepidazione?

Anche nella lingua bisogna tendere all'ottimo; e l'ottimo d'espressività lo porgeva appunto quest'uso intensivo del verbo, significante il concentrarsi dell'azione nel soggetto; il quale oggi appena si fa sentire, ma sempre col piaccicotto dell'avverbiale ne, in andarsene venirsene star-sene e più di rado partirsene. Una volta il buon padre di famiglia si partiva di casa, perché costì era il suo cuore, e la riflessiva pleonastica segnava lo strappo. Ma oggi semplicemente parte senza ripieno, o esce o va via come qualunque altro.

Leo Pestelli


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