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Quando si parla di “bustarelle”

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 13 marzo 1976
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column4-7

Non da oggi soltanto (ché la corruzione è di sempre), ma specialmente in questi giorni la fortuna della parola bustarella è senza eguale («lo scandalo delle bustarelle»). Diciamone qualcosa. Sua nazione è tra quei provincialismi meridionali al pari di pacchiano, paglietta e qualche altro così profondamente radicatisi nella lingua comune da essersi immedesimati con quella. E il suo valore, grammaticalmente considerato, è di nome diminutivo (piccola busta), perduto anch’esso nell’accezione trionfante, che vi sente invece il valore di un diminutivo positivato o positivo senza più (le bustarelle sono per lo più grosse), denotante «somma offerta di nascosto a chi sia in grado di agevolare la spedizione di pratica e sim.

È parola di vergogna, resa eufemisticamente. Perché l’imperatore Vespasiano aveva voglia di dire, del denaro, che «non olet», non puzza: non sempre è così, talvolta si preferisce girare intorno al vocabolo, tacerlo, «pur com’uom fa dell’orribili cose» (Dante). E il dire che «il Tale ha preso la bustarella» («ha preso il boccone», direbbe il Toscano), è appunto un giro per evitare il cociore principale. Si fa lo sforzo di mettere il denaro in una busta; e in grazia alla figura di Metonimia, il contenente dissimula il contenuto.

Allo stesso modo, a chi fosse sembrata troppo cruda la voce mancia (che viceversa è nobile e cavalleresca: dal francese manche; e gli etimologisti spiegano che le dame del medio evo solevano donare le loro maniche ai cavalieri nei tornei), soccorrevano gli ormai desueti paraguanto, palmario e beveraggio. Appunto mancia, che anche Dante usò in senso buono (e questo dovrebbe bastare!), è il palo di confine tra i vocaboli indicanti compensi dati volta per volta per singole prestazioni e il semplice donativo: una gran famiglia di voci che il Migliorini illustrò da par suo.

Di dal palo, la prosopopea moderna si è fatta sentire. È appena semivivo l’ecclesiastico prebenda, dal latino praebere, «somministrare» (onde il Foscolo, che la sapeva lunga, usa prebenda anche per vivanda); ma dell’insegnante che presta la sua opera a scolari non suoi non si dice più propina (propriamente, mancia da servire al bere, anzi al brindare), del medico cartuccia, del curiale sportula: queste e simili anticaglie sono confluite, «dignitatis causa», nella parola generale onorario (danaro dato a titolo d’onore), quale si applica indifferentemente a medici, avvocati e professionisti in genere. In quanto all’anche più tronfio, che pure s’usa, emolumento, chi sa d’etimologia scopre che «era originariamente in latino una parola molto modesta, non indicando altro che il prezzo dato al mugnaio per la molitura (e- mol -umento)»: come dire un sinonimo di molenda. Quanti gradi godono di emolumenti, che non sanno d’infarinarsi!

Di qua dal palo, e molto dopo tangente, la nostra bustarella occupa l’ultimo luogo, come quella che ha senso di cosa occulta e francamente disonesta. Buona è invece la formazione della parola (il tema busta + il suffisso rella), foggiata sull’innanzi di vecchiarella e taccarella: sebbene non manchi di farsi sentire, specie in tv, la variante busterella. Lo stesso Vecchiarella, così come l’ha consacrato il Petrarca («La stanca vecchiarella pellegrina», «Levata era a filar la vecchiarella»), applicato all’uomo diventa presso lo stesso poeta Vecchierello («Movesi il vecchierel canuto e bianco»): e vecchierella trovasi nel Boccaccio e nel Cavalca. E tutti quanti poi oscilliamo nel dire quando acquarello e quando acquerello; il primo dei quali come più antiquato e rispettoso del tema, parrebbe dover essere in grazia dei puristi; e invece no, lo hanno in uggia.

Ammonì in contrario il Tommaseo, ma senza fortuna: «Il vinello sarebbe da dire sempre acquerello, la pittura acquarello, acciocché il suono stesso dia la distinzione, e coll’ambiguità tolgansi le varietà superflue, delle quali la nostra lingua soprabbonda, e fa il dire di tanti essere acquerello.»

Ma come si voglia scrivere e dire, il positivo bustarella o busterella è forse la parola che in oggi più consuma il piombo dei giornali; il che non è buon segno rispetto all’auspicata moralizzazione della vita pubblica. Rientrerà essa mai nell’alveo dei veri diminutivi («Mi scusi la bustarella, ma non ne avevo altre»)?

Leo Pestelli


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