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Ha troppi sensi la parolina “da”

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 12 agosto 1976

Lo scambio delle proposizioni Da-Di a significare il complemento di moto da luogo intriga e confonde quanti sono naturalmente nemici delle oscillazioni. Vengo da lontano o di lontano? Esco da casa o di casa? Alla buon’ora si può dire in entrambi i modi, ma con qualche lieve differenza di proprietà.

A voler considerare sottilmente le cose, la preposizione Da (corrispondete al latino ab) indica propriamente la relazione di allontanamento dall’esterno di qualche cosa: la preposizione Di (corrispondente a ex o e) segna piuttosto il partire dall’interno d’un luogo, ossia l’uscirne fuori. I nostri antichi scrittori (prendiamo per tutti il Boccaccio) osservavano fedelmente questa differenza anche con la preposizione articolata del: «levata del parto», «partirsi dell’isola», «la Giannetta uscì della camera»; e per contro: «credendo lui esser tornato dal bosco», «tanto dal muro si scostano ecc.».

Nell’uso moderno si adopera con più finezza di, quando mancano gli articoli, specialmente se il verbo sia di tal natura da significare chiaramente il moto dall’interno d’un luogo (per eccellenza, Uscire): si adopera regolarmente da e non di, quando vi sono gli articoli. Quindi: partir di casa, uscir di prigione, cavar di bocca, toglier di mano ecc.; e viceversa: uscir dalla prigione, muoversi da una camera, togliere dalle mani, e coll’infinito, tornar da cenare.

Coi nomi propri di città o paesi si preferisce da quando si ha riguardo al termine dove si va: da Roma andai a Milano; si preferisce di quando si ha riguardo al termine onde si esce: vengo di Firenze, esco di Siena. Coi nomi di provincia o nazione si adopera sempre di o dal; vengo d’Inghilterra, parto di Toscana o dalla Toscana (non si potrebbe però dire «partì di Lazio», ma solo «dal Lazio» o «uscì di Belgio», ma solo «dal Belgio»). Nelle date delle lettere e dei documenti è più classico il di: di Roma, di Milano, di Varlungo.

Dinanzi agli avverbi di luogo e alle loro particelle tornerebbe duro e spiacevole l’uso del da: non ti muover da qui, esci da costì; specialmente quando null’altro segue a tali particelle o avverbi locali. Quando per altro è accennato anche l’altro termine del luogo, allora si usa tanto l’una quanto l’altra: da qui a e di qui a ; da qui a Roma, di qui a Roma. Ai non toscani è cosa difficile sentire dove tali scambi si possano fare, e bisogna aiutarsi con la lettura dei buoni libri e dei buoni lessici.

È poi da ricordare che la preposizione Da è polivalente, cioè regge parecchi complementi, e che contrariamente alla sua natura che è di esprimere il senso della separazione, dell’allontanamento, del distacco, può assumere valore di Presso (fr. chez), indicante, sempre con nomi di persona, tanto lo stato in luogo: abitare dalla nonna, lavoro da un notaio, sto da mio fratello; quanto il moto a luogo: vado dal barbiere, corro dal medico, recarsi dalla sarta.

Anche negli antichi si trova il Da come preposizione del moto a luogo in concorrenza con A («io vi menerò da lei», «andatosene al signore», Boccaccio); e perché non sia mai detto che usassero l’una e l’altra particella indifferentemente, in questi costrutti, nota un sottile grammatico, laddove A è l’ad latino, Da (dal lat. de, che vale anche intorno o, come diremmo noi, giù di , in quelle parti) non denota propriamente la persona, ma il luogo dove la persona è od abita: «Renzo rientrò dalle donne» (Manzoni). Si va all’amante per linea retta, quando non si ha altro per il capo che lei; si va dall’amante per coglierla in tutte le sue adiacenze, nel suo nido d’amore. Ma questa sfumatissima differenza di significato si qui per ricreazione storica: i moderni non ne fanno più alcun conto. Importa assai a chi corre dal dentista col fuoco in bocca, del suo «chez lui»!

Leo Pestelli


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