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Una moglie in disordine

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 12 marzo 1974
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column4-7

Posto che la lingua italiana va oggi come va, e non si lascia ripigliare negli spropositi più gravi, vediamo se la muove l’invidioso ricordo dell’età dell’oro del nostro idioma, quando semplici stonature del dire (oggi sommerse nel frastuono degli errori) avevano il potere di riscuotere le orecchie.

È mai possibile che nei frequenti modi «avere il cuore, lo stomaco, i capelli ecc. in disordine» ci sia qualcosa che non torna? ; e la magagna sta nell’uso assai più francese che italiano (en désordre) che vi è fatto della maniera avverbiale «in disordine». Questa è ben lecita nella nostra lingua appunto quando sia presa in forza di avverbio, come nella locuzione fuggire in disordine, cioè Disordinatamente, confusamente, come sogliono fare gli eserciti vinti, i ladri colti sul fatto e sim.; ma non è più lecita quando sia usata con valore di aggiunto (capelli, vesti, carte in disordine, per Vesti, carte scomposte, disordinate) ovvero di predicato (essere, trovarsi in disordine, per Essere disordinato ecc.).

Falsità sintattica

Secondo quest’antica differenza, la moglie avrebbe dovuto dire, predicativamente, all’amante che bussava prima del tempo: «sono disordinata»; mentre poi sarebbe fuggita, avverbialmente, in disordine, al sopraggiungere del marito; e sebbene poche o punte la osservassero, il meraviglioso è ch’essa fosse sentita e inculcata dai pratici della lingua. E poiché i ricordi grammaticali, quantunque trasandati, sono indelebili, il lettore non dirà più così spensieratamente come prima: ho il fegato in disordine, avvertendo in questa maniera non so che ombra di falsità sintattica.

Hanno dello sconveniente anche i modi abbreviati no al divorzio, no al panico, che pure stanno così bene nei titoli dei giornali. In verità, piuttosto che frasi, sono cartelloni inalberati nelle strette del momento; se ne troverebbero esempi nella lingua classica. Analizziamo il secondo, che si presta a due osservazioni, l’una lessicale e l’altra ortografica.

Pànico, mentre durò la cura delle parole e delle loro derivazioni, fu sempre e soltanto aggiunto di Timore, terrore e sim., e importava quella subita costernazione che non può o pare non potersi avviare con la riflessione. Dal greco panikòs, attraverso il lat. panicus, la presenza del vocabolo del dio Pan gli garantiva un senso d’inesplicabile angoscia, quale gli antichi appunto attribuivano alla presenza, nella natura, di quel dio agreste. Di fitto meriggio, nel più ameno giardino, l’innamorato era padronissimo di sentirsi invadere dal timor pànico, sull’innanzi degli antichi eserciti che per nulla (appunto il terror pànico) inspiegabilmente si ponevano in fuga.

Dal cattivo esempio francese, caldeggiato dagli estetizzanti del primo Novecento, venne che tale aggiunto indebitamente saltasse nella sterminata famiglia degli aggettivi sostantivati: onde si regge ormai da solo; non soltanto, ma che spogliato della sua misteriosità, Itone il dio, sia preso per Costernazione, spavento e simili a effetti determinati da una cagione manifesta, quali terremoti, bombardamenti, epidemie, tracolli di Borsa, cattive notizie, minacce e anche cose di minor momento. Diciamo tutto: non è il timor pànico, scempiato in pànico, diventato quasi sinonimo del basso onomatopeico fifa?

Occorre l’accento

Ora è vero che l’etimologia non può nulla contro l’evoluzione della lingua. Ci dovrebbe invece potere l’ortografia. No al panico, così scritto senz’avvedimenti grafici, da uno che fosse nuovo all’uso giornalistico potrebbe scambiarsi per opposizione all’importazione o al commercio della nota pianta delle graminacee (panico dal lat. panicum, deriv. di panus, «spiga del miglio»). Fuor di scherzo, che ne è della regola secondo la quale, a evitare confusioni, si dovrebbero accentare le parole sdrucciole? Si dirà che il farlo è in molti casi pedantesco; ma allora si specifichi in quali altri non lo sia. Vanno nudi di accento grafico nell’uso dei più nocciolo (la parte del frutto che contiene il seme), compito (lavoro di scuola), retina (membrana dell’occhio), ancora (arnese per ormeggiare), subito (avverbio) e molte altre parole che secondo la posa della voce mutano significato.

Stia pur bene che il senso della frase soccorre; ma allora perché dar sulle dita a chi scrive se stesso (anzi che stesso) o danno dal verbo Dare (anzi che dànno), forme anch’esse rischiarabili dal contesto? Vero è che in materia di accenti grafici regna un’allegra anarchia, seguitandosi a praticare, come diceva il Panzini, «un certo vecchio metodo, abbastanza curioso e arbitrario, per cui ciascuno mette l’accento a discrezione, cioè su quelle parole dove pare che esse sarebbero male intese se mancasse l’accento». Fu già augurato da molti che la grafia italiana, insidiata dall’uso dei dialetti e dall’ignoranza della grammatica, aumentasse il suo corredo di segnaccenti; ma l’augurio, come altri buoni, non ha attecchito, sicché assistiamo, ascoltando i dettati radiotelevisivi, a una vera baldoria di pronunzie.

Una volta fatto l’orecchio alle stonature, dalle piccole imperfezioni acquisito il senso delle grandi, non ci vorrà nulla a sentire l’incongruenza d’un modulo quale verticefiume. Lasciando del cattivo vezzo della giustapposizione, se è vertice come può esser fiume, e se è fiume come può esser vertice? L’abbiamo detto altre volte; sarebbe gala se il linguaggio politico, pur conservandosi astruso, fosse almeno asciutto. Per disgrazia esso è vago di fiori rettorici, e usa volentieri espressioni figurate, le quali generalmente sono tali (a monte del problema, varare le misure, ventaglio di reazioni ecc.) che invece di chiarire il concetto, come facevano negli uomini primitivi e come fanno ancora nei poeti, lo rendono più oscuro.

Leo Pestelli


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