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Gli aggettivi e la politica

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 11 giugno 1975

La famiglia delle parole in -ista stette già lungamente entro confini ragionevoli; ripartita, com’è ancora, in tre gruppi: mestiere, arte (ebanista pianista); dottrina partito setta (idealista comunista bonapartista); secolo (trecentista secentista). Rimasto il terzo tale e quale, il primo ha molto risentito del moltiplicarsi i mestieri; ma la sua espansione non è nulla rispetto a quella del secondo che risente del moltiplicarsi i partiti e le correnti di pensiero e, più in generale, della straordinaria disposizione dell’uomo d’oggi a pensare, sottilizzare e astrarre. (I più infatti di codesti -ista sono figliuoli dell’-ismo trionfante).

Il punto è se il suffisso -ista, che è proprio del sostantivo o dell’aggettivo sostantivato di persona, si possa dare all’aggettivo di cosa cui per regola compete -istico; se si possa tranquillamente dire «il pessimista ha pensieri pessimisti». Tranquillamente no, se, pur fra tante licenze (voci «possibiliste», «documento d’ispirazione neocapitalista e manageriale», «tesi pacifista»), vige ancora il ritegno di non dire «una seduta dentista», osservandosi in questo caso, come in quello di callista artista (nonostante i Francesi abbiano l’écriture artiste), la distinzione tra persona e le sue appartenenze.

Egoista invece usurpa più sempre le ragioni di egoistico; e quasi del tutto inflessibili sono ormai i moltissimi sostantivi in -ista che concernono movimenti politici, di pensiero e sim., fatti valere come aggettivi. La politica, che pur vive di distinzioni, non ama che le si facciano addosso a lei; e come ieri i fascisti (contro le cui pertinenza il Croce tenne duro a dir fascistico; e fu, insieme con «il Mussolini», un vivace contrassegno d’antifascismo verbale), così oggi comunisti, socialisti, maoisti e via dicendo, hanno per sofistiche, e anche per poco dignitose, le specificazioni aggettivali comunistico socialistico maoistico immobilistico.

Caritatevolmente un dotto venne loro incontro, distinguendo tra «aggettivi d’inerenza» e «aggettivi di relazione» (statua gigantea, di gigante; statua gigantesca, degna di gigante), e sentito quanto di politico fosse nell’etimo di Inerente (in e haerere: stare attaccato) stabilendo che comunista basista ecc. si potessero appunto far passare come «aggettivi d’inerenza». Non toglie che il puntiglio che nega lo scambio -ista -istico, passando dalla persona alla cosa, non sia un buon puntiglio, grammaticalmente ragionando. In taluni casi, come effetto del disuso, il suffisso -istico prende senso peggiorativo rispetto all’indifferente -ista: d’usare una tattica difensivista (nota di Satta) una squadra di calcio può esser lodata; ma nella tattica difensivistica comincia a esserci vizio.

Il senso della distinzione si è perso anche in un caso analogo, cui il compianto Migliorini dedicò una delle sue ultime schede. È quello di ebreo-ebraico; israelita-israelitico. Leggendo «una parola ebrea» o «un soldato ebraico» avvertiamo una sonatura, che non riguarda una differenza di contenuto (come tra ebreo e israelita o fra ebreo e giudeo), ma una differenza semplicemente grammaticale: ebreo e sostantivo (o sostantivo-aggettivo) e si riferisce a persone; ebraico è aggettivo e si riferisce a cose. Dunque «un filosofo ebreo», ma «una parola ebraica»; e del pari, «un filosofo israelita», ma «un asilo israelitico».

Domanda il linguista come in presenza d’una distinzione così chiara tra sostantivo di persona e aggettivo di cosa, possano darsi confusioni. «Il fatto è che nell’immensa maggioranza dei nomi etnici, questa distinzione non si è mai fatta o non si fa più». E sa di miracolo la puntigliosa esattezza con cui il Manzoni, nel suo «Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia», distingue il sostantivo-aggettivo di persona (re longobardo, dinastia longobarda) dall’aggettivo di cosa (regno longobardico, legge longobardica). Oggi scriveremmo senza un pensiero al mondo «regno longobardo», aiutati a ciò anche dall’analogia con lombardo, che avendo rifiutato lombardico, è rimasta forma univoca. Lo scrivere senza darsene pensiero può andar bene qualche volta, ma in genere conduce a gravi negligenze come le notate di sopra.

Leo Pestelli


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