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Con le sdrucciole alla tv

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 10 maggio 1974
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column5-7

Povera TV virgola che non può proferire accento senza che, tra le miglia di d'orecchie che l'ascoltano, non ve ne siano di aguzze assai, che non perdonano alle scorrezioni di pronunzia. Non sono molte settimane che una graziosa annunciatrice lasciò andare un emòt-tisi sdrucciolo: onde parecchie letteracce sul nostro tavolino. Ella fece così un contraltare fonetico a quella sua collega di prima che dovendo sunteggiare il melodramma Rigoletto aveva nominato il «vecchio Maledivàmi»; scambiando per un patronimico dalla pronuncia piana, la forma enclitica sdrucciola della terza singolare dell’imperfetto di Maledire («quel vecchio maledìvami»).

Ma le piane in luogo delle sdrucciole costituiscono un caso piuttosto raro; e la tendenza generale, della quale la tv è specchio fedele nonostante le cautele ortopediche di cui si circonda, è di considerare la sdrucciola come la pronunzia regina (Sé-strier, in-cavo, guà-ina e, volendolo citare una volta di più, il famigerato bàu-le); tendenza che può menare pericolosamente lontano: perché dopo le sdrucciole, come ognun sa, vengono le bisdrucciole (svèn-tolano, sé-parano, cà-pitano), e dopo ancora, meno note, le trisdrucciole (svèn-tomamelo, comù-nicamelo), e finalmente (perché oltre, la lingua non può andare), esplorate da grammatici che non dormono, mettono i denti le quadrisdrucciole, aventi cioè l’accento sulla sestultima; parole rarissime (il Gabrielli cita fàb-bricamicelo), e che nondimeno, chi sappia maneggiare le particelle, può accadere di dover dire.

Ci deve essere una ragione in questa preferenza per l’accento anticipato; e lasciando dell’imitazione da idiomi stranieri, sarà forse la frettolosità del secolo. Le parole polisillabe restano quelle che sono, ma pronunciate sdrucciole o bisdrucciole, riescono meno lunghe, e piuttosto che scivolare, schizzano dalle labbra. La moglie che sottovà-luta il marito, non direbbe (come è da dire) che lo sottovalùta, sembrandole, se così dicesse, di perdere un punto di petulanza

Essa erra; ma secondo il suo indotto modo di vedere, non ha il torto. Come dal canto suo non avrebbe torto il marito che subodorando qualcosa che non va, dicesse, conforme all’uso più comune, subò-doro: è troppo teso, troppo ansioso da accettare la pronunzia corretta subodò-ro, che in effetto piglia più tempo.

Fatto è che le forme sdrucciole si moltiplicano paurosamente; e insieme con è-dule (giustamente riprovato dal Migliorini) e con il vecchio è-dile, si sente mì-crobo, ìr-rito, còm-pilo, sé-paro, à-dulo, ìn-timo, sclè-rosi ecc. di fronte alle forme corrette e piane micròbio, irrìto, compìlo, sepàro, adùlo, intìmo, scleròsi.

V’è come un’incredibile tenerezza nella coscienza popolare per landamento dattilico del discorso, per il cursus veloce: sebbene poi, perché non si dica che nell’Uso vi sia mai nulla di stabile, con certi grecismi in -ia che si godrebbero della pronunzia greca proparossitona, si faccia il contrario, che le forme piane armonìa didascalìa psichiatrìa alchimìa e simili regnano incontrastate.

Ma il vizio degli sdruccioli, con le scusanti che merita, richiama a mente la storiella di quello scolare che interrogato durante un’ispezione di espresse così «Oh che bel védere / di primavera / in su la sera / spùntare il »; al che l’Ispettore: «State pur sédere / state pur sédere / basta così» Erra meno chi tiene sempre presente che la lingua italiana, una lingua che non scappa ma si posa, ha per fondamento la parola piana.

Leo Pestelli


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