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Le parole “proibite”

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 07 gennaio 1976
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column3-5

Le parole che ai verd’anni si vanno prime a cercare nei lessici, hanno perduto del loro sapore proibito, da poi che nei libri, nei film soprattutto e (già ne appare qualche segno) in talune sezioni privilegiate del giornale, risuonano alte e sicure. «Sicure», veramente, non troppo. E la questione è tutta qui: quelle parole, come i sagrati dei barrocciai, deflagrano, sono piuttosto azioni (azioni di spinta) che parole: troppo raramente (salve le debite eccezioni) ricevono giustificazione dal contesto, attingono dignità di «espressione». Sicché il disagio in cui mettono molti di quelli che le ascoltano, appartiene sebbene loro non paia piuttosto all’ordine linguistico-stilistico che non al morale: posto che le parole, prese staccatamente una per una, si salvano tutte, pur potendosi distinguerle in alte nobili basse triviali ecc.

Consideriamone alcune delle più usitate specialmente sullo schermo. La prima, la parola di Cambronne, non pure liquida ma salottiera in Francia, si onora di discendenza latina, e non mica d’un latino corrotto ma di quel d’Orazio (con l’aggiunto merdaceus). Essa ricorre due volte in Dante ma solo nell’Inferno, e sempre, si badi, nel suo significato proprio di «escremento», giusta il principio, dantesco per eccellenza, di «chiamare la gatta gatta». Che il suo tema sia smerd, «infastidire», secondo opina l’etimologista Zimbaldi, non sarebbe senza significato.

Alla seconda di queste parole, la più frequente e molesta di tutte, ormai traboccata nel linguaggio-bene, ci venga essa dall’antico alto tedesco strunzan, «tagliare» ovvero dal latino barbaro struntius, con probabile influsso longobardico, solevano gli antichi nostri accoppiare (e preferire) la variante Stronzolo che rende meglio idea di frammento; e in questa forma, e sempre, anche qui, nell’accezione propria, l’usarlo, della sua celestialità di scrittore («Vi reano ancora molti e molti come cacherelli, o stronzoletti gialli»). Le più volte l’ingegnosità verbale esercitatesi su parole basse, ne alza il fetore: non così nel caso del Nieri, che coniò i satirici grammatica-stronzolo e grammaticastronzoletto.

Il vocabolo di cui per due volte non ebbe paura Dante, e che anni sono si soleva eufemizzare in «respectueuse» ovvero ristringere alla lettera iniziale seguita da puntolini in verità poco grammaticali, derivato dal francese putaine, caso obliquo dell’antico pute, che continua il latino volgare putta (Meretrice), anch’esso, scagliato ogni riguardo, si pronunzia ormai ore rotundo, e più volentieri, nei film, per albagia femministica, dalle donne che dagli uomini. Le orecchie cominciano a esserne foderate, tanto che ci fanno sempre meno caso.

Infine un’altra voce che non arrossisce più di è quella che denota la verga virile in forma così triviale che il Petrocchi l’accenna appena per dovere alfabetico, che il Tommaseo-Bellini sfiora, e della quale tacciono il Palazzi, il Migliorini e il Garzanti; laddove lo Zingarelli, che ricorda le varianti cacchio e cavolo e l’uso interiettivo per capperi!, accomunati nella radice, e più il Battaglia, con ricchezza di esempi, vi si distendono alquanto. Intriga l’origine, che forse è Cazza, recipiente di forma quadrata o tonda, per lo più di ferro, con manico di ferro per fondervi i metalli.

L’offesa procurata dall’uso moderno e sistematico di queste parole, che ogni autore s’illude di sentire come individue e sono invece comuni, è d’inespressività o di stonature (che è lo stesso); viene tutta dal balzo ch’esse fanno dal proprio, dove stanno benissimo, al figurato (insulto o imprecazione); che è il reame proprio del parlare poetico.

La radice di questa schifiltà dell’italiano per le parolacce è la sua origine illustre, eminentemente letteraria, di lingua «andata a scuola» (Schiaffini). Ed è vero che Dante, sforzando la lingua a tutto il dicibile, non ebbe paura di nessuna parola; ma è anche vera l’illuminante osservazione del Contini; che pur sentendoci noi moderni più solidali col temperamento linguistico di Dante, la vigente tradizione più si richiama all’iniziativa del Petrarca, «e sarà per definizione un’iniziativa linguistica di tonalità media e di escursione modesta». Nessun romanziere, nessun regista, nessun pubblico ci avrà mai pensato (e se ne vedono gli effetti), ma sempre che parliamo in quel certo modo la ombra di messer Francesco si convelle e con essa tutta la lingua italiana.

Leo Pestelli


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