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Parlando di week-end

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 05 febbraio 1975
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column5-7

Per tutti i diavoli, come si parla male! Sembra essersi smarrito il concetto di «prosa di conversazione» dal tono sciolto spontaneo naturale, e tuttavia corretta: stirature e sciatterie intervengono a guastarla. Ecco un italiano medio, sentito una di queste sere sul video, mettersi a parlare di «esperienza a livello personale». La maledetta zeppa «a livello» si ficca ormai dappertutto, divaricando nel nostro caso il nesso esperienza personale che fino a non molto tempo fa pareva, come infatti è, competentemente espressivo. Dall’altra parte, in un film giudiziario, un giudice dice a un altro che fruga negli archivi: «È inutile che cerca»; e ancora in tivù (Telegiornale) si è sentito: «Sembra che il malinteso versa su ecc.». Il Congiuntivo, con le sue infinite bellissime proprietà di modo socchiuso, fugge a rotta di collo dalla vista degl’italiani, che appena ne ritengono qualche inutile brandello sotto forma di «congiuntivo improprio» («Arboricolo si dice di animale o di pianta che viva o cresca sugli alberi»).

Ma basta di ciò. Un lettore, che giudica assai felice ladattamenteo «fine settimana» per l’inglese week-end, si scaglia contro «il fine settimana» («Sono andati a fare il fine settimana sulle Dolomiti»), ritenendo assurdo che alla combinazione di due nomi entrambi femminili, si dia il genere mascolino. Dunque, «la fine settimana». Veramente, posto che la parola Fine appartiene in italiano ai due generi (la fine, il fine), «il fine settimana» non sarebbe poi un erroraccio: pure, a norma d’uso (prevale infatti la forma femminile), il lettore ha ragione ma il male non è .

L’usanza anglosassone di vacare dalle faccende del mezzogiorno di sabato alla sera della domenica, ebbe da noi un primo riflesso linguistico nel «sabato inglese» e nella variante d’opportunità «sabato fascista», che riguardati grammaticalmente (sostantivo con aggettivo) non meritano censure. Dileguate poi le fisime puristiche, loriginario week-end si porse irresistibile ai cultori dell’esotismo che lo adottarono tal quale. Chi sa: nei primi tempi week-end avrà fatto l’effetto che ora fa guidelines (Direttive indicazioni): ci sarà voluta una glossa. Ma divenuto in breve tempo popolarissimo e vie più esteso nel significato (il venerdì sera, tutto il sabato, tutta la domenica e magari un tocco del lunedì: un quissimile di «ponte»), non avrebbe avuto bisogno, a rigore, d’essere adattato, ognuno sentendolo come parola quasi nostra (al pari di whisky e gangster), da potercisi destreggiare intorno, a piacere, coll’articolo: il week-end, l’week-end (conforme alla pronunzia dell’inglese week, «settimana»).

L’adattamento invece si fece e non fu bello; è il caso di dire che «peggio el tacon del buso». Perché, che altro è «fine settimana» - forma supinamente ricalcata sullinglese e affogata in se stessa (sostantivo con sostantivo) se non uno degli infiniti giustapposti (listino prezzi, parco bimbi, zona retrocessione, visita lampo ecc.) che paralizzandone le articolazioni ledono l’italiano molto più che non facciano i forestierismi nudi e crudi? Il metterci la stanghetta fa anche peggio; quella forma, sia che la si senta femminile o maschile, non è punto italiana e va sciolta così: «la fine della settimana» o se pare troppo lungo, «vacanza settimanale» o «riposo settimanale», che sono il meglio di tutto. Ad ogni modo, o carne o pesce. È men male farla da barbari affatto e dire week-end, che non da semibarbari («la o il fine settimana»).

Leo Pestelli


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