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L'uccisione del piemontese

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 03 ottobre 1974
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column2-5

Come difendere i dialetti nella comunicazione moderna? - Parole dell'intimità e della poesia

Un gruppo di componenti la «compagnia» de «Ij Brandè» - ardente cenacolo di piemontesismo che non importa segnalare al lettore - ci ha scritto a proposito dell'articolo di Aida Ribero pubblicato in questo giornale il 17 settembre scorso, dal titolo «Parlare in dialetto: un bene o un male?». È troppo giusto che i nostri amici de «Ij Brandè», fatte salve le argomentazioni dell articolista, dissentano da lei sul terreno metodologico, sembrando loro che un soggetto di tanta importanza quale la sopravvivenza dei dialetti dinanzi alla lingua unificata, non possa essere trattato come una questione di mera opportunità, rispetto agli Scolari e alle loro famiglie di nativi o d'immigrati; ma soprattutto li abbia punti il tono dubitativo (un bene? un male?) che il titolo esprime.

Bilancia sospesa

Dove la Ribero tiene la bilancia sospesa, mettendo su un piatto, a favore della recessione dei dialetti, la più facile comunicazione e quindi comprensione fra gruppi di svariata provenienza, e sull'altro, contro di essa, il disperdersi di un prezioso patrimonio storico-culturale, il venir meno di un modo di esprimersi, e prima ancora di sentire di pensare, più spontaneo e naturale («Oh, cantava in prosa il Gozzano, il mio dolce dialetto così vivo, fra tante cose morte, adorato più di qualunque parlare... il mio dolce parlare torinese, l'unico nel quale penso è l'unico che mi giunga al cuore suscitando fischietto il riso e il pianto», essi dialettismi la fanno traboccare tutta da questa parte, non dubitando che la sparizione degli idiomi regionali e nel caso specifico dell'idioma anzi della «lingua» piemontese, cui riconoscono la stessa dignità del provenzale, del basco, del catalano, del pretone e del risone, non sia un vero e proprio «genocidio» in atto, non meno atroce, perché incruento, dei genocidi politici e razziali.

In teoria le ragioni sono tutte dalla loro parte. Perché dialetto in lingua sono interdipendenti, e la disapplicazione al dialetto comporta inevitabilmente la disapplicazione alla lingua. Chi non sente la bellezza del piemontese cisè (incrocio di isè, Incitare, di base onomatopeica, con cis, variante alleggerita di cist, voce con cui si incitano i buoi), chi non la sente soprattutto nella gelosia o sulla poltrona del dentista, non sentirà nemmeno il dantesco «frugare»; chi è sordo a ciospa e a cianporgna, connessi coi provenzali eschopo (botteghino) e champorgno (zampogna), usati figuratamente per donna vile, pedina, cirimbraccola, muliercula e peggio, è morto all'etimologia. Della repressione degli eletti, intesi come connotazioni riduttive e fattori di «emarginazione» sociale, non si giova la lingua italiana, che anzi i dialetti conducono a riverire e a comprendere dal sotto in su, nella posizione energetica d'un Alfieri o d'un Faldella, ma giova un «tertium quid», che è una barbarie linguistica in cui più non si riconoscono lingua dialetti.

Ma purtroppo «a parte adversa» sta inarrestabile forza delle cose. Quasi a un punto con la lettera degli amici de «Ij Brandè» ci è giunto l'oculatissimo «prontuario dei termini politici economici sociali in uso in Italia», compilato da Alessandro Ferrau per l'editore Zingarelli, prontuario aperto e incrementabile se altro mai, e vero cafarnao di parole e modi guida uno più orripilante dell'altro, da attivazionale, inculturazione, connotazione segnica, politologa, azienda decotta, a assemblaggio, livello gestionale, debugging, consiliarismo, cambio traiettizio, parcellizzazione del Lavoro, ammellisti e così via per 150 pagine, troppi dei quali, specialmente i figurati, tolti dalla lingua comune (linea dura e linea morbida, falchi e colombe, braccio di ferro, livello di guardia ecc.) vi ritornano con nuova prosopopea. 

Ridotta alla nostra vita in termini che è un'espressione come «riciclare i petrodollari» va per i giornali ed è quindi presumibilmente compresa e accetta, non si vede come si potrebbe salvare Nelle famiglie stesse, dove hanno luogo radio e televisione, l’«intimità» del piemontese. Del piemontese soltanto? O non è anche il toscano un dialetto, preminente sugli altri, ma dialetto, che dal più al meno si trova nelle stesse angustie degli altri? Un redattore del Telegiornale può ben parlarci di «riciclaggio», ma non sarebbe strano è quasi scandaloso che una presentatrice dicesse «mettersi di buzzo buono»?

Il vero conflitto

La deplorazione dei piemontesisti è larga, ma non abbastanza. A guardar bene il conflitto non è tra dialetti e lingua unificata (a scapaccione), ma, più drammaticamente, tra Idiotismo e Barbarismo. Dice la parola che idiotismo (dal greco idiòs, 'particolare, proprio') val quanto «parlare da privato». Si domanda quale altro parlare, che non sia da privato, possa mai essere un vero parlare punto e se l'abbassamento dell'idiotismo non significhi che una lingua va perdendo di sapore di colore di espressività; o più brevemente che essa si avvia a non essere più una lingua storicamente determinata.

A difendere la sopravvivenza delle parlate regionali e del piemontese in particolare, poco si può fare. Ci vuole più cultura che non ci sia, per rendersi capace che l'uso del dialetto, almeno nella vita privata, non è una caratteristica avvilitiva ma al contrario aristocratica. Forse sognava la Ribero quando disse che in molte botteghe del centro di Torino si sente risuonare «Cerea madamin, c'am disa»; ma sogna va bene intendendo il dialetto come tessera di riconoscimento tra persone privilegiate. Altrettanto piamente s'augurava che la scuola, dove il dialetto è più sentito come una specie d'inferiorità, s'adoperasse invece a farlo coesistere con la lingua.

Il vero provvedimento da prendere non può essere che estetico. Come linguaggio di comunicazione moderna, c'è poco da illudersi: il piemontese sembra avviato a diventare una rimembranza. Ma appunto la Rimembranza è un elemento essenziale della poesia. Volendo ricordare con Leopardi «che nessuna lingua non applicata alla letteratura è stata mai formata stabilita e molto meno perfetta», e al tempo stesso che appunto questo più o meno scarso consolidamento letterario è l'unica differenza sostanziale che passi tra il dialetto e la lingua, giova dunque, a non lasciare morire del tutto il piemontese, salire il Parnaso e costì lavorare: cosa del resto che gli amici de «Ij Brandé» hanno fatto e fanno, spesso con buoni risultati. 

Si capisce che i poeti non sorgono a comando, per bisogno che ce ne sia; ma la pietas del sermone nativo può far molto. Sulla parità dei risultati in paragone con quelli della lingua, non c'è da dubitare punto croce non è stato invano: in un piccolo villaggio della Papuasia dove ogni abitante intende bene l'altro, può darsi poesia e anche poesia grande. Non sarà lo stesso per un linguaggio così lontano, nobile, stratificato di tanti influssi occidentali, come il nostro piemontese?

Leo Pestelli


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