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Credere nell’uomo?

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 03 gennaio 1974
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column2-5

Una delle più frequenti incertezze in coloro che maneggiano l’italiano, concerne la scelta della particella da appiccicare a certi verbi. I più si affidano all’orecchio; altri, che poi fanno lo stesso, invocano una regola; alcuni pochi, come il lettore che ci scrive, ci perdono il senno: interessarsi a o interessarsi di?

Lasciamo che questo neutro passivo, insieme con altre voci della famiglia di Interesse, non è, sotto il riguardo puristico, roba di prima scelta: consideriamo il suo reggimento. Ci si può interessare tanto con A quanto con Di; e la differenza, se c’è, consiste a parer nostro in questo: che A sembra indicare una maggior partecipazione. Un legale s’interessa delle monache (cioè dei loro plati); ma il nostro cinema s’interessa alle monache (alle monache, intus et in cute). Non confonde le cose, ma le rischiara, mostra cioè che la scelta della preposizione deve guidarsi su criteri stilistici, l’introduzione, presso gli antichi, d’una terza particella In: «amici che s’interessano nella mia perdita» (Magalotti).

All’incontro col verbo Comunicare, A è men forte di Con. Si comunicano al vicino di casa le notizie di Borsa; si comunicano coi famigliari i pensieri sull’avvenire.

Il verbo Credere ha un reggimento complesso, quale appariva bene nel «Credo» della Messa, quando si recitava in latino. Col quarto caso, senza preposizione, è non meno disusato che elegante, ed esprime il totale adeguarsi della mente alla cosa che si crede: credere la fede, credere Cristo povero crocifisso, credere la bugia; laddove credere a è più rimesso, tanto che l’amante crede, salvo poi a pentirsene, alle promesse dell’amata; e anche chi crede a Dio non si prende altro disturbo che di creder vere le cose ch’Egli dice; la qual parte di fede possono avere i peccatori non meno che i santi. Credere in, in quanto segna ingresso e incorporazione nella cosa creduta, è invece fortissimo, così religione (credere in Dio, quasi «in lui andare e intrare» come dice il Cavalca), come nelle altre cose del mondo non potendo le fidanzate dormire veramente tranquille e attendere tranquillamente ai fatti propri se non a patto che si creda in loro. Sbagliamo, o gran parte dei tormenti d’amore nascono di qui: dall’impossibilità di ascendere dal «credere a» al «credere in»? Per intanto il Tommaseo ammonisce «doversi credere all’uomo, se non s’abbia ragione o quasi debito di discredere; non mai credere nell’uomo».

Ma forse alla nostra società importa più il verbo Godere, che anch’esso si costruisce variante ma non indifferentemente: godendo la ricchezza (col quarto caso) chi ne approfitta; della ricchezza chi ne gusta i frutti e gli effetti; nella ricchezza di chi nel sapere d’essere ricco si contenta e si crogiola. Chi abbia per certo che In denota immersione, non confonde tra loro ostinarsi a, che dice la prima tendenza, più o meno prolungata, all’ostinarsi, e ostinarsi in, che esprime invece volontà più ferma, più abituale, più affondata.

Non si danno dunque regole in questa materia, ma soltanto avvertenze. Chi pensa una cosa, ci mette più del suo; compone il pensiero in modo che non lasci varchi; chi pensa a una cosa, riguarda quella come il principale oggetto dei suoi pensieri. Dante pensa la «Divina Commedia»; i commentatori pensano a commentarla. Il marito, siccome statua, pensa i conti della sarta; la moglie, meno michelangiolescamente, pensa ad essi. I distratti, i poco applicati, pensano di una cosa, cioè a questa e a quella parte di essa non all’intero; i pensatori di professione pensano sopra una cosa, sovrastandola con tutta la forza della mente. In lettere e biglietti dove spesso si prega e supplicasi per cerimonia. Pregare oggi si manda generalmente con la particella Di (ti prego di farmi sapere tue notizie); classicamente, meglio A: «Intanto la prego a scusarmi di questo indugio» (Caro).

Abbiamo visto in credere la fede, pensare una cosa, godere la ricchezza, che la preposizione non è più necessaria. Molti poi la credono superflua sempre dopo il verbo Cercare; ma non è così. Si può cercare d’uno al fine di vederlo per bisogno momentaneo, per dargli o domandargli una cosa; si può cercar d’uno e non trovarlo, trovare invece la usa signora e ciò bastare al nostro fine.

E cerca l’ombrello chi rovista a fondo; cerca dell’ombrello chi noncurantemente ne va in traccia o ne domanda.

Talvolta la particella fa danno: «Servire a uno la minestra; regalare o rubare a uno una cosa», sono costrutti usuali e intoccabili: ma un orecchio fine vi sente qualcosa che non va, l’ombra e il rimorso d’una stonatura. A rimettervi l’italiano, basta costruire: Servire uno di minestra; Regalare, Rubare uno d’una cosa. Nessuno lo fa, ma si dovrebbe.

Può accadere che vadano insieme due verbi i quali chiedono reggimento diverso. In simili casi si la prevalenza a uno dei due, facendo una specie di zeugma, cioè aggiogando il debole alla sorte del forte. Così diremo; «gli esuli pensano e ricordano con tanta tenerezza a quelli che ecc.» (qui prevale Pensare), o anche si potrà far l’inverso: «pensano e ricordano quelli che ecc.» (prevale Ricordare).

Allo stesso modo uscì l’Alfieri dall’imbroglio tra Cacciare e Tirare: «Elia frattanto sovra un muletto andava con lo schioppo a dritta e a sinistra della strada cacciando e tirando conigli, lepri ed uccelli» (Vita); il verbo Cacciare, benché più lontano, è quello che determina la costruzione del complemento. Chi venisse a capo dei molti pensieri che dànno le particelle, sarebbe padrone dell’italiano.

Leo Pestelli


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