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Cautela con le parentesi

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 2 Agosto 1973
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column3-6

Sono efficaci se impiegate con parsimonia e senza civetteria la dotta parentesi quadra

Parole concetti preposizioni incidentali che si vogliono nettamente separare dal resto del periodo, più nettamente che non si farebbe coi normali segni d’interpunzione, si sogliono chiudere in Parentesi, la quale si può definire un inciso di special forza, distinto da un segno speciale; due curve verticali guardanti l’una a dritta e l’altra a manca: ( ).

Una parentesi a modo si conosce da ciò: che non solo non guasta l’andamento il senso del periodo in cui s’innesta, ma, quanto al senso, gli aggiunge qualcosa, e spesso il meglio. La frase «Don Abbondio non era nato con un cuor di leone e sta bene da ; ma quest’altra «Don Abbondio (il lettore se n’è già avveduto) non era nato con un cuor di leone» ci fa sentire il Manzoni appostato allo spiraglio.

La parentesi è dunque comoda, potendo ricevere ogni specie di aggiunta o correzione, potendo dichiarare ribadire eccettuare esclamare sentenziare motteggiare filologare (come fanno molte parentesi carducciane) e così via; e non è vero che gli antichi non la usassero: la usavano, ma a ragion veduta, cioè non molto spesso.

Non pochi dei tanti Come causali-dichiarativi del Guicciardini, rintoccano nel cavo della parentesi: «(come mai non si ferma la cupidità umana)»; «(come sono fallaci i pensieri degli uomini)»; e bellissimo, per simmetria delle parti, è questo esempio del Boccaccio: «A questa brieve noia (dico brieve, in quanto in poche lettere si contiene) seguita prestamente la dolcezza», dove la deviazione principale dal concetto principale appena si avverte e il parlare si può dire sia continuato.

Con tutto ciò non si deve abusare della parentesi: perché infine si tratta di un interrompimento, e gl’interrompimenti generano stanchezza. Spogliate dell’irsuta forma, preziose avvertenze lasciò su questa materia il grande Daniello Bartoli. Che le parentesi frammettano cose che siano a proposito della materia e importi di saperle (altrimenti sono parentesi sciocche); che non siano frequenti, com’è vero che dispiace essere ogni poco stiracchiati in qua e in fuori dalla linea retta; che soprattutto non siano troppo lunghe e di più membri, per modo che, finita la parentesi, il lettore debba fare un gran salto indietro a ritrovare il filo che il lungo inciso gli ha fatto perdere. «E ve n’ha per fin di quegli che dentro una parentesi ne fan nascere un’altra, talché la non ancora partorita è gravida, come dicono de’ conigli».

Noi moderni, così portati alle sottigliezze, abuseremmo volentieri delle parentesi; ma a farlo ci vuole spazio, e dove trovarlo nel nostro scrivere corto, antiperiodico per eccellenza? Facciamo così le rattrappite parentesi che possiamo: «Un (bel) romanzo ogni dieci anni»; «Nella (crediamo) inedita forma ecc.». Sono esempi giornalistici; e nel primo la parentesi è una civetteria grafica in funzione d’indovinello; nel secondo è affatto inutile, bastando le due virgole a segnare l’espressione parentetica crediamo. O non bastarono al Boccaccio, quando volle separare la «riflessione» dal «fatto» nel periodetto: «Ma, come avvengono le sventure, la donna ingravidò»?

Quella di cui si è discorso è la parentesi per antonomasia o tonda. L’altra, detta quadra, segnata da uncini, negletta dai dattilografi che non la trovano sulla tastiera, presta uffici più circoscritti ma non preziosi. Serve a integrare di quel che manca il testo d’una citazione: «Così raggomitolata, [Diodata] sembra proprio una ragazzetta» (Verga); a separare in un vocabolo lettera o sillaba che ci interessa: «Opra è sincope di Op[e]ra; Virtù è apocope di Virtu[te]»; a voltare in altra lingua un passo allegato: Et lumbi mei impleti sunt illusionibus [E le mie reni sono piene d’illusioni]; a circoscrivere citazioni di nomi, di date e sim. in un inciso già racchiuso tra parentesi tonde: «Simbolo» (derivato dal greco symballein [syn, insieme. ballein, gettare]), e a tante altre cose cui mela la solerzia degli scienziati, dei filologi specialmente. Si può dire che un testo ben curato si conosca dalla selva delle parentesi quadre frammiste, ma ben distinte, dalle tonde, e che l’appiccicaticcio grafico ([o]) riesca delizioso a chi abbia il gusto della precisione.

Si coglie bene la differente qualità delle due parentesi (e la correlativa necessità di non confonderle) in questo esempio misto del Croce: «Non era bella [Vittoria Teresi], e anzi c’era chi la giudicava brutta, il che non vuol dire: perché le brutte anch’esse, e forse non meno delle belle, sanno suscitare passioni e farsi ardentemente amare; cosa che comprova (sia concessa l’avvertenza a un teorico dell’estetica) che, fuori della spirituale bellezza dell’arte, ogni altro giudizio che si dia di bellezza e bruttezza, è astratto e arbitrario». La parentesi quadra è di colui che cita, e serve a ripigliare il soggetto tralasciato; la parentesi tonda è d’autore, fa parte del testo.

Ci siamo forse un po’ troppo dilungati nel citare; ma abbiamo pensato che codesto passo, indipendentemente dalla sua forza di exemplum circa l’uso delle diverse parentesi, possa tornare in qualche modo caro a molte lettrici.

Leo Pestelli


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