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Tra le insidie del “cioè”

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 01 ottobre 1976

Non v’è paroletta, per quanto piccola e bene intesa da tutti che non dia appicco all’errore nell’uso moderno. Cioè (lat: idest) serve a dichiarare una o più parole innanzi dette. «Alla mia età non istà bene l’andare ormai dietro a queste cose, cioè a ragionar di donne» (Boccaccio). Per la sua formazione etimologica, Cioè dovrebbe di regola precedere sempre la proposizione alla quale è legato: Teresa, cioè la sola donna ch’io amassi, sposò un altro. Ma nell’uso franco si può frapporre: Spero che m’amiate; che sappiate cioè compatirmi; e si può, con eleganza, anche posporre: «Scrive bene; non troppo bello cioè» (Tommaseo).

Così bene gli antichi pensavano questa particella che molto spesso la scomponevano in ciò è: dopodiché per naturale processo logico, non la sentivano più come invariabile: onde le forme, estese al passato, concordate in tempo e numero, ciò era, ciò erano, ciò furono

Al contrario per noi le particelle sono, fra tutte le parole, le più «irresponsabilizzate» (per usare un’eleganza moderna): e propriamente non le diciamo ma ci vengono dette (si pensi alla balorda fortuna dell’affermativo senz’altro). Non soltanto teniamo ostinatamente chiuso il composto cioè, e lo diciamo anche per dichiarare cose avvenute al tempo di re Pipino (e fin qui siamo scusati dall’autorità dell’Uso, che vede in cioè l’eternità del presente), ma appunto perché quell’espressione è diventata per noi una specie di «cartellino», e i cartellini alla lunga chiedono qualche girigogolo, commettiamo l’imperdonabile errore di piantargli davanti una e (e cioè): errore perché se Cioè serve a dichiarar meglio quel che è detto, dichiarando niente si aggiunge, e la congiunzione prima della dichiarativa non ha luogo; imperdonabile, perché con tutta l’avversione che il nuovo italiano professa all’enfasi, quell’intruso e può esser condonato soltanto come enfatico. Come si stizzivano a quest’aggiunta i cerberi del purismo! «Disse di voler andare in Livorno, e cioè a’ Bagni della Puzzolente». Una particella dopo l’altra; congiuntiva l’una, dichiarativa l’altra! Ma il giudizio o dove l’ha certa gente? nelle calcagna? (Fanfani-Arlia).

Ascoltate e leggete quanto volete: sia il fatto che cioè pretto non si trova più nemmeno nel più arido comunicato, e l’è cioè è in affetto sentito come un modulo d’obbligo coagulato in se stesso (ecioè), frequentissimo nel parlare rallentato e nel veloce, quasi esclusivo nei libri nei giornali e alla Radio Tv. Dove per converso nei classici questa superfetazione congiuntiva-dichiarativa non si trova mai, e quell’unico «e cioè» che fra tanti «cioè» saltò fuori al Caro, fu saviamente attribuito a una papera del menante o dello stampatore. Tanto più Cioè non ha bisogno di staffetta, quando con valore di risentita interruzione, richiede dichiarazione che scusi o temperi l’altrui detto: Cioè? (che intendete dire?) Mi pare che nel tuo caso avrei agito altrimenti Cioè? Il nudo «cioè?» ferma il discorso ambiguo come non fa il tasteggiante «e cioè?».

Dilombata dalla e, la nostra particella può invece rafforzarsi nella locuzione cioè a dire (più raro cioè dire), la quale corrisponde, è vero, al francese c’est-à-dire, ma è di quei francesismi che trovandosi già nel Convivio di Dante meritano piuttosto lode che biasimo: «Io, dice Marzia, feci e compiei tutti i tuoi comandamenti, cioè a dire che l’anima stette ferma alle civili operazioni».

Alla ridondanza enfatica è da ascrivere anche un altro vezzo, quello di far seguire a verbi come Provvedere procurare badare consentire invigilare e soprattutto opporsi, l’a che, come fatale conseguenza sintattica: provvederò a che non ti manchi nulla; non mi oppongo a che tu parta; beninteso, se tu consenti a che io rimango (!) eccetera eccetera, essendo poi la generalità degli uomini ben risoluta a che le loro donne non li tradiscano.

In tale maniera, frutto dell’infranciosamento tardo-ottocentesco della lingua italiana ufficiale alla comune, la particella A s’intrude innanzi a una proposizione esplicita per l’assurda opinione che sia necessaria a esprimere la finalità cui tendono quei verbi reggenti. Ma essa non ha esempi in nessuno scrittore che faccia testo; e nella stessa situazione sintattica in cui noi ficcheremmo a che, il Boccaccio: «essi non l’avevano mai potuto conducere che egli loro una volta desse mangiare». Ammonisce il Cinonio (ed è cosa da ricordare sempre) che la nostra lingua tende di sua natura a essere breve, senza soverchiare intoppi, e conseguentemente, sempre che si può, ricorre all’ellissi; ellissi che nel nostro caso (che) non ha nulla di forzato o d’oscuro.

Leo Pestelli


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