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Se Pasolini ci fosse stato…

Language columnLe parole e i fatti
AuthorTullio De Mauro
Date 21 giugno 1974
NewspaperPaese Sera
Publication placeRoma
Publication countryItalia
Page3
Column1-2

ALL’INIZIO DI giugno si è svolto a Bressanone l’ottavo congresso della Società di Linguistica Italiana. Si trattava di studiare in concreto, sulla base di rilevamenti locali, i rapporti che legano, nell’Italia d’oggi, la stratificazione sociale e quella linguistica, l’appartenenza a una classe socioeconomica e socioculturale e la capacità di intendere e di esprimere.

È stato il congresso dei silenzi. Silenzio profondo, all’inizio, quando, dopo le parole di introduzione ai lavori pronunziate da Paolo Ramat in italiano e, per elementare e civile cortesia verso gli ospiti sudtirolesi, in tedesco, i duecento intervenuti hanno voluto per un minuto associarsi ai seicentomila che a Brescia partecipavano ai funerali delle vittime dell’assassinio fascista.

Peccato che Pier Paolo Pasolini non fosse presente. La Società di Linguistica Italiana, come qualcuno forse sa, non è una qualsiasi società accademica, baronizia e barbogia. Certo, non le sono mai mancati i consensi di studiosi navigati e anziani, italiani e stranieri; tuttavia, essa è nata per rispondere in qualche modo alla domanda sociale, che nasce dalle nostre scuole e dalle nostre università, di esperti e ricercatori in un campo che la vecchia cultura retorica aveva trascurato, quale è il campo delle scienze e del linguaggio. Una domanda che trova sensibili a cercar risposte costruttive soprattutto gli insegnanti e i ricercatori più giovani. Di conseguenza la Società di Linguistica Italiana è largamente fatta di giovani e giovanissimi. Al Congresso di Bressanone l’età media ha calcolato un linguista della generazione di mezzo, Francescato era sui ventisei, ventotto anni. Molte delle relazioni, e qualcuna delle più importanti, come quella di Franceschini, normalista di Pisa, sulla situazione sociolinguistica di Buti, o l’altra della Sernicola di Napoli, su Santo Stefano di Camastra, sono state opera di ragazzi del terzo, quarto anno di università.

Protagonista il silenzio

Se Pasolini fosse stato presente, se avesse visto i giovani volti intenti nel silenzio, e poi tesi a discutere della scuola, della società che cambia, per la scuola, per la società diversa e nuova che vogliono e che stanno costruendo: se avesse visto il fresco equilibrio tra tenace passione politica e puntiglioso rigore intellettuale di cui questi giovani sono capaci, forse non avrebbe scritto quel che ha scritto sul «Corriere» di lunedì 10, forse non avrebbe detto che «nel comportamento quotidiano, mimico, somatico, non c’è niente che distingua una fascista da un antifascistagiovane».

Ma Pasolini non c’era. E non resta che offrirgli, se ci baderà, questa tra le mille testimonianze contrarie alla sua strana tesi.

Ma il silenzio è tornato come protagonista di discorsi e analisi anche in altri momenti del congresso dei giovani studiosi di Bressanone.

Le difficoltà espressive, in cui si trovano gettati tutti coloro che, sradicati dalle tradizioni dialettali, non fanno a tempo ad assimilare diversi standard linguistici, sono state evocate e descritte a più riprese.

Una scuola che finge di rivolgersi a ragazzi che già tutti sappiano parlare tanto perbenino, e si rivolge ad essi in un linguaggio ancora intriso di incredibili bellurie letterario burocratiche (quel tanto di belle lettere che può filtrare attraverso i meandri delle circolari del provveditore), è stata di continuo messa sotto accusa. E di continuo se ne è additato il frutto appunto nel silenzio che essa genera, risultato della paura di sbagliare, di farsi scappare dalla penna o dalla bocca la espressione che non piace al signor Preside.

Quali sono le dimensioni quantitative e qualitative di questo fenomeno? Quanti sono i ragazzi cui la scuola tappa la bocca? E, nella società adulta, quanti, dallo sviluppo caotico dell’Italia democristiana, sono stati strappati al tessuto della comunità locale, dialettale, senza essere immessi in un tessuto sociolinguistico come che sia, tale da garantire la comunicazione?

Soltanto il vaglio attento dei dati che tutti hanno portato al congresso, la lettura analitica delle decine e decine di relazioni, consentiranno una risposta, anzi la stessa precisazione della domanda.

Noi crediamo che, almeno per l’Italia da Roma in giù, si debba pensare che estesi nuclei di popolazione di recente urbanizzazione o comunque di recente esodo dalle comunità native si trovino nelle condizioni di colpiti da «disfasia» di origine sociale. Non si tratta di coloro che, parlando dialetto, oppure parlando un linguaggio di campagna, si trovano in difficoltà in una scuola costruita per i «Pierini del dottore» di un tempo, una scuola che sa rinnovarsi soltanto sporadicamente, attraverso il generoso slancio democratico di gruppi minoritari di docenti, non per un impegno generalizzato e globale. Si tratta di coloro che vengono da famiglie in cui il vecchio dialetto paesano non usa più, ma ancora non compare può comparire il dialetto del luogo d’arrivo, l’italiano. Vengono di qui i bambini che soffrono non l’urto fra tradizioni linguistiche diverse, ma il vuoto o la penuria estrema di ogni forma di verbalizzazione.

Pensando al rischio che una situazione del genere possa generalizzarsi, e pensando alla certa perdita di centinaia di migliaia di ragazzi fermati durante la scuola dell’obbligo perché vengono da famiglie in cui l’italiano burocratico-libresco richiesto dalla scuola è inattingibile, la Società di Linguistica ha sentito la necessità e l’urgenza di compiti non soltanto teorici, ma pratici, operativi.

Da più parti, durante l’appassionato convegno, è stato sollecitato che questionari e indagini di tipo linguistico non abbiano più una pura funzione conoscitiva, ma siano nello stesso tempo strumenti di intervento e rinnovamento didattico, di arricchimento linguistico e intellettuale degli stessi soggetti dell’inchiesta. È stata esemplare, in questo senso, una indagine condotta da Renzo Renzi, professore a Padova, sulla comprensione dei giornali da parte di ragazzi delle scuole: nel corso del lavoro, i ricercatori hanno imparato a dare una mano agli insegnanti, e l’obiettivo teorico si è trasformato nel più complesso obiettivo consistente non solo nel misurare, ma nel trasformare e accrescere la capacità di comprensione da parte dei ragazzi.

Sulla stessa linea si colloca il questionario sociolinguistico sull’uso del dialetto preparato dal Centro di Iniziativa Democratica degli insegnanti di Roma. Il questionario vuol servire a ragazzi e ricercatori per conoscere le condizioni d’uso del dialetto: ma, nello stesso tempo, vuole scuotere quegli insegnanti che ancora credono doveroso ispirare quel terrore, vuole restituire il gusto e la gioia della confidenza nell’espressione familiare, diretta, colloquiale, dialettale.

Condizione barbarica

Se la scuola è arcigna tutrice per chi ha la bocca «sporca» di dialetto, lo stato è cerbero, poliziotto, carabiniere per chi osa parlare neogreco, albanese, catalano, entro i confini italiani.

Con tristezza, con vergogna profonda rammentiamo, che ancora oggi c’è gente, in Italia, che ha paura di parlare non già perché le cose che dice suonino sgradite a orecchie di potenti, ma per le parole, anzi per la fonetica con cui le dice. E con tristezza e con vergogna annotiamo qui che il Congresso della SLI ha dovuto farsi carico di questa condizione remota, barbarica, e invocare nella unanime mozione conclusiva che «in nessuna situazione nessun cittadino italiano debba avere più paura di esprimersi nel suo idioma materno, quale che sia», e che la Repubblica, come vogliono ben tre articoli della sua Costituzione, «si adoperi a liquidare ogni condizione di minorità linguistica».

Sulle teste dei ministri degli interni democristiani i morti di Brescia e tanti altri morti rovesciano più sangue, certo. Ma maggiore vergogna viene alle classi al potere da questa invocazione, assurda nella sua elementarità, di libertà espressiva, di parità linguistica.

Pure, questa è la condizione effettiva in cui il malgoverno democristiano ci ha costretto a lottare, da non lasciarci nemmeno le nostre voci per protestare.


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