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Le minipatrie culturali

Language columnLe parole e i fatti
AuthorTullio De Mauro
Date 13 settembre 1974

IL CONVEGNO triestino delle minoranze linguistiche, svoltosi a metà luglio, non cessa di avere echi tra pubblicisti, politici e studiosi. La stampa iugoslava e italiana in prima linea, ma anche la stampa d’altri paesi europei, e varie radio e televisioni, hanno dato un posto assai ampio al convegno e hanno divulgato anche tra i più distratti notizie, disagi, drammi di tante comunità linguisticamente minoritarie schiacciate e travolte dalle maggiori culture nazionali europee.

Come ha ricordato il comunista Mario Colli, il convegno è stato possibile per l’iniziativa e l’appoggio fattivo di tutte le forze politiche democratiche operanti a Trieste, nel comune, nella provincia, nella regione. Michele Zanetti, abile e intelligente presidente della provincia triestina, ha dato più volte espressione a questa spinta unitaria locale. Purtroppo, non si è verificato lo stesso a livello nazionale.

Le autorità governative italiane sono state più che fredde nei confronti della iniziativa triestina. Degli esponenti governativi della democrazia cristiana si è notata la vistosa assenza. Leopoldo Elia è intervenuto più per la sua fine sensibilità politica e culturale che per ruolo di partito.

Folta e impegnata, con interventi, annunzi di iniziative legislative, attenzione critica e costruttiva a tutta la tematica delle minoranze, è stata la partecipazione di deputati e senatori dei gruppi parlamentari comunisti. A Trieste, è parso a tratti che dei partiti italiani l’unico che anche a livello centrale sia impegnato a fare attuare l’articolo 6 della nostra Costituzione che prevede la tutela delle minoranze etnico-linguistiche sia il partito comunista.

Pure, forse non è così. O, per dire meglio, il tema politico della tutela e promozione delle comunità linguistiche minoritarie, portato avanti con energia dal partito comunista, è tale da coinvolgere l’attenzione e l’azione anche di altri gruppi politici democratici. Lo dimostrano o slancio con cui la democrazia cristiana locale ha sostenuto l’iniziativa, l’attenzione e il consenso di tutta la stampa non fascista. E ce lo conferma un bell’articolo di Lelio Basso sul «Giornale» del 30 luglio scorso.

Sulla «Stampa» di Torino Arturo Carlo Jemolo aveva scritto per liquidare un po’ affrettatamente il tema delle culture minoritarie, parlando di «minipatrie fuori tempo». Basso gli ha risposto con misura ed efficacia.

Da Cipro alla Catalogna, dalla Bretagna all’Irlanda intorno alla questione linguistica si è coagulata la richiesta di autonomie locali. Si chiede Basso: «Possibile che tutto questo sia semplice folclore?».

A Trieste abbiamo visto che uno dei movimenti più seri e attivi è quello che si batte per la salvaguardia della lingua d’oc nella Francia meridionale. Nel suo articolo Basso aggiunge una interessante testimonianza personale. Egli scrive: «Nemmeno mi sento di liquidare con una sola parola i tentativi di reviviscenza della lingua d’oc nella Francia meridionale: non posso dimenticare che un sociologo serio e avveduto, insegnante universitario, come Serge Mallet, che si era sempre occupato della condizione operaia e aveva scritto in proposito saggi tradotti nelle principali lingue del mondo, ebbe a dirmi, l’ultima volta che lo incontrai poco prima che un incidente automobilistico ne cagionasse la morte, che ormai il principale interesse della sua vita era la difesa della lingua e della cultura occitana. E la domanda: Che cosa cerca l’uomo nel ridar vita a queste comunità culturali?, mi si è posta allora con maggiore insistenza».

A questo interrogativo Basso cerca di rispondere con cautela. Per dir così, egli è preoccupato più di affermare la validità della domanda, contro la frettolosa liquidazione di Jemolo e altri, che la giustezza della sua risposta. Ma anche la sua risposta pare degna di ogni considerazione. Si chiede Basso: «Non potrebbe lo uomo cercare in queste reviviscenze culturali comunitarie una risposta all’anonimato e all’impersonale che caratterizza la vita contemporanea o, per usare le parole di Jemolo, al grigiore di un mondo omogeneo?... Lo sviluppo capitalistico ha lacerato violentemente il vecchio tessuto sociale, ma non vi ha saputo sostituire nulla che rivitalizzasse i valori comunitari dell’uomo: non l’accatastarsi delle bidonvilles, non lo squallore dei quartieri popolari, non le folle solitarie delle sale di spettacolo, dei mezzi di comunicazione pubblici, delle fabbriche e degli uffici».

La società borghese rea nata esaltando i diritti individuali, i diritti «dell’uomo e del cittadino»: e in nome di questi aveva legittimato la corsa produttivistica. Pochi avevano avuto dubbi al suo interno, fino a qualche anno fa (di uno, di Adriano Olivetti, ha rammentato appassionatamente dubbi e critiche al produttivismo Franco Ferrarotti nell’ultimo numero della «Critica sociologica»).

Tuttavia, secondo Basso, la corsa produttivistica ha travolto le basi comunitarie della vita umana: «Le nuove forme di vita comunitaria che avrebbero dovuto sostituire le antiche travolte dal progresso industriale sono lungi dal venire e, lungi dallo scoprire, l’umanità continua ad offrire ogni anno milioni di vittime al Moloch dello anonimato moderno La società capitalistica, dalla fine del secolo XVIII, scagliata nella folle corsa all’individualismo, ha reciso a poco a poco gli autentici legami umani e ha finito così col distruggere le radici all’uomo stesso, che sono radici comunitarie125 anni dopo l’appello di Marxsolo la ricchezza anonima del capitalismo si è veramente omogeneizzata e internazionalizzata, mentre le masse di proletari emigrati dall’uno allo altro paese sono respinte nei ghetti o addirittura vi cercano un volontario rifugio».

Il richiamo agli emigrati, parlando di minoranze etnico-linguistiche non è fuor di luogo. Più volte, su queste colonne e altrove, si è sostenuto che, sul piano europeo e internazionale, giova collegare i problemi alle minoranze linguistiche di antico insediamento ai problemi non meno drammatici della deprivazione di milioni e milioni di lavoratori emigrati da un paese all’altro. Al congresso di Trieste, questo tema è stato vigorosamente ripreso e imposto all’attenzione di tutti da un giovane linguista belga, Patrick Van Molle, dell’università cattolica di Lovanio, e da un politico e uomo di cultura, Marino Raicich.

Anche Basso per suo conto arriva alla stessa conclusione. La riaffermazione dei diritti culturali e linguistici delle minoranze è un modo concreto e specifico di lotta contro la standardizzazione capitalistica delle società industrializzate borghesi. La condizione drammatica degli ebrei nell’Unione Sovietica non deve fare dimenticare che dall’Unione Sovietica e da un altro grande stato socialista, la vicina Iugoslavia, vengono gli esempi più convincenti e positivi di sistemazione, promozione, sviluppo delle nazionalità e minoranze coesistenti nella medesima compagine statale e sociale. Al movimento internazionale dei lavoratori è soprattutto affidato il compito di fare propria e soddisfare l’esigenza giustamente identificata da Basso e dai partecipanti alla conferenza triestina: «C’è in questa rinascita di valori comunitari etnici, culturali, linguistici una ribellione all’anonimato, la ricerca di nuove affinità, di nuovi legami, di nuove forme comuni di vita, di nuovi strumenti di comunicazione col mondo che ci è più vicino, di una nuova più aderente identità personale». «A che cosa serve questo esprimere solo sentimenti impersonali, vuoti, convenzionali e non intimamente partecipati vivi, se ognuno non dovesse sentire vibrare anche le proprie intime corde nel linguaggio del suo compagno?».


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