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La pratica e la grammatica

Language columnLe parole e i fatti
AuthorTullio De Mauro
Date 8 giugno 1973

«VAL PIU’ LA PRATICA che la grammatica»: vari fatti mi spingono, in questi giorni, a ripensare a questo vecchio proverbio.

Primo episodio: il Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti, che lavora a Roma da due anni, sta tirando le somme dell’attività di quest’anno. Tra gli altri, si è costituito un gruppo di lavoro che si occupa di problemi di educazione linguistica nelle varie fasce scolastiche. Il gruppo è partito da una analisi assai critica verso i tipi tradizionali di insegnamento: questi puntano tutto sull’addestrare gli allievi a ripetere certi modelli di stile, essenzialmente scritto, e a ripetere le regole dei nostri scombiccherati e approssimativi libri di grammatica.

Contro questo insegnamento, il gruppo del CIDI non ha solo mosso critiche. Ha cominciato a lavorare per suggerire alternative. Cioè, ha cominciato a cercare di costruire esercizi e linee di insegnamento che verifichino e stimolino le capacità di invenzione linguistica latenti nell’allievo.

A sentir parlare male della grammatica, qualcuno c’è il rischio che non capisca. Qualcuno può farsi l’idea che gli insegnanti del CIDI vogliamo sostenere la legittimità di frasi come «Se lei avressino andata, lui fosse mangiata il gelato». Quando si è detto e si ripete che, tra l’altro, bisogna abbandonare il vecchio insegnamento linguistico consistente nell’insegnare le formule e regole delle grammatiche non si vuole davvero che la gente si metta a parlare in modo scombinato e sgrammaticato. Tutt’altro.

La parola «grammatica» significa due cose: la realtà descritta e la descrizione della realtà. C’è una grammatica reale, alla quale, parlando, tutti ci atteniamo anche se siamo analfabeti, anche se, come due terzi dell’umanità vivente, non abbiamo mai visto un libro di grammatica. E c’è il libro di grammatica che descrive (o dovrebbe descrivere) la grammatica reale.

Quello che si vuole mettere in discussione non è già l’utilità della grammatica reale. Senza attenerci alla grammatica, cioè senza costruire ordinatamente le nostre frasi, non parleremmo; e senza far riferimento a quest’ordine, nemmeno saremmo in grado di capire. Quello che si vuole mettere in discussione è l’utilità del libro di grammatica, e non in generale, ma nell’uso delle scuole elementari e medie.

A ripensare a questa discussione, in atto da qualche anno, spinge una seconda opportunità. A fine giugno, un gruppo benemerito del processo di rinnovamento e avanzamento in atto nella nostra scuola, il gruppo della bellissima «Biblioteca di lavoro» elaborata da Mario Lodi e altri maestri del Movimento di Cooperazione Educativa e pubblicata dall’editore Manzuoli, si riunirà a Firenze. Il gruppo, come tutto il M.C.E., ha lavorato molto bene in altri settori didattici. E i soi fascicoletti sono un modello molto avanzato di come si devono redigere (dal punto di vista dell’accessibilità linguistica) testi per bambini in età prescolare o ai primi anni di scuola.

Tra l’altro, il gruppo cercherà di mettere a punto dei programmi e dei fascicoletti che aiutino il processo di crescita linguistica dei bambini.

Terzo episodio. Qualche tempo fa, in una intervista sui libri scolastici, mi è accaduto di rilevare la difficoltà di costruire dei buoni libri di grammatica per le scuole, specialmente in un paese linguisticamente difforme e frantumato come l’Italia, e di sottolineare il carattere complessivamente negativo dei nostri libri di grammatica. Qualche tempo dopo, proprio su questo giornale, sono stato felice di segnalare due parziali eccezioni (e una terza spero di segnalare presto). Ma le rondini sono troppo poche per fare primavera. E il giudizio di insieme sulle grammatiche resta negativo. Nell’intervista, ho fatto riferimento a un parere negativo della Società di Linguistica.

Un autorevole socio della SLI (l’ex Segretario, il professor Domenico Parisi) mi ha fatto di ciò carico. Non esiste un deliberato formale di questa giovane ed attiva società che dica «abbasso le grammatiche» o qualcosa del genere.

Ammetto di buon grado di avere prevaricato e semplificato. Ma è però inevitabile. La Società di Linguistica Italiana non è un partito, è una società di studio. Come tale, è interessata non a formulare e fare rispettare questo o quel deliberato o credo scientifico, ma, al contrario, è interessata alla critica, alla discussione permanente. Se dico che la SLI è chomskiana, oppure saussuriana, oppure storicista (oppure, anche, che non è nessuna di queste tre cose), ciò non vorrà dire che a un certo punto c’è stata una mozione con dentro scritto viva o abbasso. Chomsky o Saussure o simili. La frase sarà quindi da intendere nel senso che, dentro la SLI, si profila come scientificamente accreditata un’opinione favorevole (o non favorevole) a Chomsky, o a Saussure, o alla linguistica storica.

Ora, a proposito delle grammatiche e dell’uso delle medesime nelle nostre scuole, molti studiosi della Società di Linguistica in numerosi convegni si sono pronunziati contro l’uso delle grammatiche come pilastro dello insegnamento linguistico. Studiosi di psicologia, di linguistica teorica, di linguistica storica, di psicolinguistica, da Renzo Titone a Giorgio Cadorna, da Battacchi a Raffaele Simone, allo stesso Parisi.

E se i libri di grammatica fossero fatti meglio di come sono ora? È una domanda che un po’ tutti, per scrupolo scientifico, ci siamo posti. Proprio Domenico Parisi, in un suo intervento, dopo avere recisamente detto che «l’abolizione della grammatica (nelle scuole) non porterebbe svantaggi, anzi porterebbe molti vantaggi», così ha affermato:

«E se facessimo una grammatica diversa, che forse oggi neppure sappiamo quale è, ma una grammatica che sia un vero strumento di comprensione del linguaggio, così come un libro di fisica è uno strumento di comprensione dei fenomeni fisici? Allora, magari non presto, a livello di scuola media superiore forse sarà possibile di nuovo utilizzare di nuovo una grammatica: ma una grammatica che in comune con la vecchia grammatica avrà soltanto il nome».

Il paragone implicito nelle parole di Parisi è illuminante. Una buona grammatica, cioè una buona descrizione del reale funzionamento di una lingua, ha un livello di complessità almeno pari a un libro di fisica. Da un secolo a questa parte, di decennio in decennio il linguaggio ci si è venuto svelando, infatti, come un congegno di complessità eccezionale.

Nelle scuole, il lavoro numero uno è stimolare il buon funzionamento di questo congegno. Soltanto dopo, molto dopo, viene e può venire il momento di studiare in modo riflesso e scientifico questo congegno che occorre anzitutto attivare.

Allo stesso modo, ci preoccuperemo anzitutto di addestrare il ragazzo allo uso delle quattro operazioni e di una folla di algoritmi. Ma la nozione teorica di algoritmo verrà solo molto dopo (e, per molti, mai).

E, per continuare coi paragoni, una mamma non fa lezioni di fisiologia o di anatomia al suo bambino per insegnargli a camminare, o di acustica ed elettronica per insegnargli ad accendere la televisione.

Quando la capacità di capire e usare la propria e altre lingue sarà ben formata e sviluppata, ben venga, al termine del ciclo superiore di studi medi, anche lo studio della storia delle lingue e dei loro congegni funzionali. Studio ben diverso dalla inutile e dannosa ripetizione di regolette senza nesso e senso che nelle nostre scuole vanno sotto il nome di grammatiche.


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