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Donne cattive poveri e ricchi

Language columnLe parole e i fatti
AuthorTullio De Mauro
Date 04 ottobre 1974
NewspaperPaese Sera
Publication placeRoma
Publication countryItalia
Page3
Column1-3

LA RELIGIONE, forse non sarà l’oppio dei popoli punto ma, certo, un compito di analgesico e sedativo se lo assumono i libri di religione in uso nelle nostre scuole. Il gruppo di contrinformazione ecclesiale di Roma ha lavorato a lungo su questo tema, e pubblicata ora la dimostrazione di ciò sotto forma di sapido volumetto (e continuavano a chiamarla l’ora di religione, edito dalla Claudiana di Torino).

Prendiamo ad esempio la questione del «superfluo» ai poveri. In una pagina famosa del suo Vangelo Luca descrive l’ira di Gesù contro i farisei:

«Mentre parlava, un Fariseo lo invitò a pranzo a casa sua. Gesù entrò e si mise subito a tavola. Il Fariseo, vedendolo, si stupì che non si fosse bagnato prima del pasto. Ma il signore gli disse: Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma al vostro interno siete pieni di avidità e di cattiveria. Insensati. Chi ha fatto l’esterno non ha fatto anche l’interno? Date piuttosto quello che avete ai poveri, e tutto sarà puro per voi».

L’ultima frase, nella traduzione di Franco Ronchi annotata da Bruno Maggioni, apparsa un anno fa presso Mondadori a cura di IDOC, porta una nota, con la quale si avverte che invece di «quello che avete» altri traducono «quello che sta dentro il piatto».

L’originale greco del testo di Luca sembra non escludere entrambe le traduzioni. E scegliere tra l’una e l’altra è, in questo caso, relativamente irrilevante, poiché il senso ultimo dell’invito di Gesù resta lo stesso: donare i propri beni ai poveri, mettersi a loro disposizione come sola possibile «pulizia». Una via difficile, come ricorda un’altra pagina ugualmente famosa.

Bene hanno fatto i curatori della traduzione mondadoriana a non menzionare l’esistenza di una terza traduzione, di veneranda antichità, ma erronea. Questa traduzione sbagliata intendeva l’ultima frase come «date il superfluo ai poveri».

Regno di Dio

Di questa traduzione un po’ socialdemocratica soltanto gli specialisti dovrebbero conoscerne l’esistenza e la storia. Almeno da vent’anni le traduzioni serie la scartano e nemmeno la menzionano.

Eppure, la ritroviamo nel recente libro di religione Il Regno di Dio, opera di Vittorio Veglia, edito da Marietti a Torino, accompagnata da queste premesse:

«Il signore concede ai ricchi beni maggiori affinché possano esercitare l’amore di Dio e per il prossimo, donando ai poveri. Gesù comandò: Date ai poveri quello che vi sopravvanza (Luca 11,41)»

Ripescare questa traduzione ha dunque un preciso valore ideologico. E si collega assai bene a tante altre scelte, espresse o più spesso sottintese e sottilmente contrabbandate dai testi di religione in uso nelle scuole, come hanno visto i componenti del Gruppo di controinformazione ecclesiale.

Il gruppo ha rifiutato la prospettiva dello scandalo, dello «stupidario». È chiaro che in una scuola in cui l’unzione bacchettona è d’obbligo nei testi elementari e non, questo spirito pseudoreligioso, combinato alla profonda sostanziale irreligiosità degli autori e alla loro robusta ignoranza dei Vangeli, porta a prodotti ridicoli, facilmente additabili al pubblico scandalo.

Il Gruppo ha invece voluto rifarsi a testi regolarmente seri e, in ogni caso, ha preferito modi e toni dell’analisi pacata e irrefutabile, ai modi della satira. Certo però che la tentazione è forte. Leggiamo ad esempio ancora nel Regno di Dio:

«Luomo fa parte di tre società, costituite dalla Provvidenza di Dio: la Famiglia, in cui l’autorità divina è esercitata dai genitori; la Chiesa, la cui autorità sono, il Papa, il Vescovo, il Parroco; la Patria, che Dio dirige attraverso le varie autorità civili, come il Capo dello Stato, il Capo del Governo, i Ministri, i Prefetti, i Sindaci ecc.».

A questo testo deve essersi ispirato l’onorevole Piccoli quando ha proposto di rendere intoccabili sindaci e assessori comunali.

Un manovale

Invece nella Scoperta del Regno di Dio dei Salesiani di Torino c’è chiaramente la fonte della linea Carli e di tanti discorsi di «lor signori»:

«Manovale (e si vede un manovale in foto): La sofferenza il sacrificio di ciascuno, Uniti alla passione e alla morte di Cristo, sono salvezze e pegno di risurrezione. Operaio (come sopra): Luomo è chiamato a collaborare nello sviluppo e nel dominio del mondo». E i ricchi? I Salesiani non si pronunciano, ma abbiamo già visto il parere nel Regno di Dio: i ricchi sono ricchi per poter fare la carità donando il superfluo ai poveri.

Intanto armonia, qual è la fonte del disordine? I testi di religione non hanno dubbi. Tal quale l’onorevole Fanfani essi pensano che causa di ogni male sia «fare di testa propria» (Il popolo di Dio in cammino). G. Albanese nell’opera Così disse Gesù scrive:

«È l’egoismo che ci divide, l’egoismo che scava trincee, l’egoismo che semina l’odio, l’egoismo che crea i privilegiati e i diseredati; è l’egoismo che ci fa invidiosi del bene altrui e ci inculca il veleno dell’emulazione; è l’egoismo che non ci fa mai sazi e contenti».

Come dire: statevene buoni; non scioperate (la solita Scoperta dei Salesiani ammonisce: «Qualche volta sentiamo parlare dei disordini provocati dagli scioperi. L’odio e l’esasperazione giungono addirittura alla violenza», mentre «lo sciopero deve essere mezzo pacifico è adoperato solo come ultima risorsa»), non scioperate, dunque, e i ricchi vi daranno il «superfluo».

Inculcare il rispetto per le autorità d’ogni genere è la prima preoccupazione di questi testi. Rientra in questo quadro, piuttosto che in quello moralistico, l’atteggiamento che, attraverso l’indagine del Gruppo, pare diffuso nei testi di religione verso la donna. In altre parole, contano qui le immagini: la donna è presentata sempre nel ruolo di madre sposa. A parte le Sante, donne sole che lavorino per i fatti loro senza fare gli angeli del focolare non se ne vedono. O, per dir meglio, una se ne vede, ed è «la donna disonesta» che i fratelli di San Tommaso mandano al futuro Santo «tentando con tale diabolica astuzia di corrompere la virtù del giovane». Val la pena di continuare a leggere:

«Ma Tommaso, alla vista di quella donna cattiva, che mostrava chiaramente le sue perverse intenzioni, avvampò di sdegno, e afferrato di scatto un tizzone che ardeva nel caminetto, le si avventò contro con un’estrema decisione costringendo la svergognata a una precipitosa fuga da quel giorno il giovane Tommaso non ebbe a soffrire la più piccola tentazione e visse come un Angelo. Oggi è santo: San Tommaso D’Aquino patrone della gioventù studiosa»

Il signor Cleto Pratelli, autore di questa prosa del volume SEI La scala di Giacobbe, non solo tira a far capire così che cosa dobbiamo fare quando incontriamo una donna sola nei paraggi di un caminetto, ma sottolinea anche che ciò è particolarmente appropriato ai giovani studenti. I quali, da una parte devono badare a «non fornicare», dall’altra «devono studiare». Qui un testo raggiunge il sublime cui sperava levarsi il vecchio Bertoldo («Corrano in corrieri, ammirino gli ammiragli, cancellino i cancellieri», disse il Duca), quando scrive:

«E come devi prepararti ai compiti della vita? Facendo bene i doveri del tuo stato: sei studente? devi studiare bene; sei operaio? devi lavorare bene» (Popolo di Dio in cammino).

Dopo avere studiato bene, dopo avere lavorato bene, senza fare scioperi, se un ricco ha del superfluo e se, come suggeriscono Gesù e G. Albanese, ve lo regala, vi potete anche sposare. Anzi: vi dovete, perché altrimenti, «la fantasia, spesso sbrigliata e pazzerellona, può suscitare in noi pensieri inverecondi. La farfalla che impazza intorno al lume nel volo vorticoso presto o tardi si brucia le ali». «Il Sacramento del Matrimonio», invece, «aiuta gli sposi a raggiungere la santità». Con un ottimismo perentorio che i giovani del Gruppo di controinformazione ecclesiale sono troppo seri per smentire nel loro bel contributo, il già menzionato Popolo di Dio in cammino scrive:

La fedeltà

«Nel matrimonio Cristo la grazia della fedeltà coniugale». Di fronte a tanta certezza, viene in mente il più cauto San Domenico che, come racconta una vecchia poesia romanesca di Trilussa, faceva a tutti grazie e miracoli d’ogni tipo dentro la sua «chiesetta di campagna», ma con un limite (ricordate?):

Allora io puro, indegnamente, ho chietsa / una grazzia, e j’ho detto: «Si so’ degno, / fate che Nina mia sia sempre onesta!». / Ma ho visto er San Domenico de legno / che ha fatto un movimento co’ la testa / come pe’ dimme: «, ma senza impegno!».


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