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Gli “amici del popolo”

Language columnLe parole e i fatti
AuthorTullio De Mauro
Date 4 maggio 1973
NewspaperPaese Sera
Publication placeRoma
Publication countryItalia
Page3
Column1-3

NEGLI ULTIMI anni, dalle confuse ideologie di alcuni gruppettari, che proclamano di amare e servire il popolo, ha tratto nuovo alimento un vecchio fantasma reazionario: il populismo.

Un episodio giornalistico viene ora a ricordarci opportunamente quale è la principale fortuna dei populisti: è che il popolo, che essi dicono di amare, normalmente non sa niente di loro, non ha occasione di incontrarli. Questa è la loro salvezza.

Chi sono questi «amici del popolo», che cosa si intende per «populismo»? I libri di storia ricordano che nell’Ottocento questo nome fu assunto da un partito nordamericano e da un movimento politico e intellettuale della Russia zarista. Fu soprattutto questo secondo a dare notorietà al temine.

I populisti russi dicevano di amare il popolo, ma erano contro la industrializzazione; dicevano di amare il popolo, ma erano contro la crescita culturale delle campagne; dicevano di amare il popolo, ma calunniavano Marx e i socialisti democratici della Russia zarista. Amavano il popolo, ma purché restasse legato a vecchie tradizioni del mondo contadino, «puro», «autentico»: cioè povero, dequalificato e analfabeta (o, come dicono i populisti d’oggi, «descolarizzato»).

Il loro atteggiamento era dunque ispirato a un generico socialismo. Come ha detto un nostro valente studioso, Sebastiano Timpanaro, essi amavano il popolo non «come classe rivendicante il proprio diritto a governarsi da e ad avanzare sulla via del progresso», ma amavano il popolo «come primitività, attaccamento alle vecchie e buone usanze, ultimo rifugio del Medioevo».

Perciò il giovane Lenin poté scrivere: «Grattate lo amico del popolo, e troverete il borghese».

Come «coprirsi» con il populismo

In questo ambiguo senso, di generico socialismo e rivoluzionario parolaio, il termine ha fatto il giro del mondo. E, con la parola, la cosa. Perché tutte le volte che non si vuole che cresca il potere delle classi popolari, ma si ha tuttavia bisogno di «coprirsi» a sinistra, le chiacchiere populiste hanno offerto ed offrono una buona copertura. È perciò possibile trovare accenti populisti in bocca, ad esempio, a un Mussolini.

Rileggiamone (è istruttivo!) alcuni discorsi. Diceva il Mussolini: «La democrazia ha tolto lo stile alla vita del popolo; il Fascismo riporta lo stile nella vita del popolo, cioè una linea di condotta; cioè il colore, la forza, il pittoresco, l’inaspettato, il mistico» (4 ottobre 22). Oppure: «Il popolo è una realtà viva e concreta. Io soffro dei dolori del popolo. Il nostro amore per il popolo, amore armato e severo, è tutto vibrante di una consapevole e profonda umanità» (24 ottobre 36).

Non stupisce quindi che il quotidiano filogovernativo «Il Giorno» abbia in questo periodo aperto le sue pagine a collaboratori populisti. Ma uno di costoro ha avuto un infortunio. Si tratta di un nostro romanziere di media notorietà (se ne tace qui il nome perché interessa il caso clinico o, come si dice, il peccato e non il peccatore).

Dunque, è accaduto che il nostro romanziere populista ha scritto per «Il Giorno» un pezzo sulla letteratura popolare, su quegli autori che, a suo dire, sono «spostati e irregolari» e stanno «in basso». Il pezzo dello scrittore populista presenta tutte le caratteristiche tipiche del populismo: è pieno di buoni propositi, ma è poverissimo di informazioni precise e di analisi. Basterà dire che il romanziere populista del «Giorno» crede che la raccolta e la pubblicazione di testimonianze dirette di operai, contadini e sottoproletari o emarginati sia un fenomeno di questi anni. Egli ignora ciò che in questo campo si è fatto fin dagli anni Cinquanta. Ed ignora anche le ascendenze teoriche e scientifiche di questo lavoro: Marx, Gramsci, De Martino. Ignora: ma ama il popolo e gli scrittori che egli definisce «sposati» e «bassi».

È accaduto però che uno di questi scrittori «bassi» e «spostati» ha letto l’articolo del «Giorno» e, a sentirsi lodare a questa maniera, si è arrabbiato. Ha mandato una lettera di protesta al giornale e «Il Giorno» del 19 aprile ha dovuto pubblicargliela almeno in parte. Leggiamo che cosa dice questo scrittore «irregolare», che si chiama Domenico Vaiti:

Un amore poco ricambiato

«Essere classificato in tal genere di scrittori mi offende Io sono «irregolare e spostato» perché mi mancano i titoli di studio superiori, masto scrivendo un’opera di carattere artistico-scientifico: Lineamenti di estetica assoluta dello spazio e del tempo. Sono pronte, da due anni, le matrici litografiche di altre due opere: Lo amante della Morte, e Sesso, triste catena».

Il romanziere populista collaboratore del «Giorno» è rimasto sorpreso a vedere che il suo amore per il popolo è così poco ricambiato. La risposta alla lettera del Vaiti è piena di stupefazione: «Io parlavo», dice il populista, «con una certa passione delle opere composta da irregolari delle classi subalterne: dicevo che si trova un’autenticità altrove perduta vedevo come positiva, da parte della letteratura, la discesa verso il basso».

Ma come!, dice in sostanza il romanziere populista, io affermo che la letteratura fa bene a «scendere» verso voi «bassi», «irregolari», «spostati» e «subalterni» che siete tanto «autentici», e voi, «bassi», «irregolari», «spostati» e «subalterni» non apprezzate le mie lodi e vi arrabbiate? Il populista si stupisce. Il populista proprio non capisce.

Con molto candore egli afferma una vecchia tesi. La caratteristica principale del populismo non è la malafede (come Lenin credeva), ma piuttosto quella difficoltà a capire, a far lavorare il cervello, che Benedetto Croce chiamava «inintelligenza».


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