Text view

A caccia di buone notizie

Language columnLe parole e i fatti
AuthorTullio De Mauro
Date 12 aprile 1974
NewspaperPaese Sera
Publication placeRoma
Publication countryItalia
Page3
Column1-2

PARE che si siano passati la voce. Qualche giorno fa, il «Corriere della sera» ha pubblicato un lungo articolo in cui si spiegava che la gente è stanca di cattive notizie. E questo è vero, non c’è che dire: anche a noi piacerebbe assai non sentite più che ogni giorno gli Stati Uniti portano centinaia di tonnellate d’armi nel Vietnam; anche a noi piacerebbe assai non sentire più che squadre di fascisti più o meno travestiti picchiano e sfregiano ragazze e ragazzi delle nostre scuole; anche a noi piacerebbe non sentire più che si costruiscono autostrade ma non ospedali, case sulle poche spiagge ancora libere ma non biblioteche, caserme ma non scuole. Eccetera, eccetera. Purtroppo non è ben chiaro come fare ad ottenere queste buone notizie.

Ma ecco, l’ambiguo discorso del «Corriere» è stato raccolto (e poi dice che siamo provinciali) a New York. Qui il proprietario del grande schermo luminoso di Times Square, Alex Parker, ha deciso che d’ora in poi illuminerà lo schermo solo con notizie raggianti di felicità. «Sono stufo di guerra, di rapinamenti, di deficit di bilanci», dicono che ha detto Parker.

«Vedesse noi!», viene fatto di dire. Ma anche Parker è molto avaro di suggerimenti sul da farsi per non avere più solo e soprattutto brutte notizie. Il sospetto è che Parker o magari i proprietari del «Corriere» vogliono fare come quel tale che, diventato capo di un paese con milioni di analfabeti, decise di abolirli in un modo molto semplice: stabilendo per legge che nelle statistiche non se ne parlasse più. E così fu fatto. E siccome il paese era pieno di gente ridotta allo stremo dalla miseria, che si dava al furto e alla delinquenza per sopravvivere, quel tale stabilì che così non dovesse più essere. E impose ai giornali di non parlare più di queste brutte cose. E così fu fatto. E siccome il paese continuava ad essere miserabile, quell’uomo di raro ingegno stabilì che il povero monarca del paese da un giorno all’altro venisse appellato «imperatore», un nome più lungo della statura del monarca medesimo. E così fu fatto.

Allora, visto che tutto andava per lo meglio, il capo del paese di analfabeti censurati, delinquenti sottaciuti, reucci epitetati pensò bene di dire che il paese avrebbe rotto le reni ad altri paesi, avrebbe rotto tante altre cose. Ma, raccontano le storie, a rompersi fu il paese, in senso proprio e in senso metaforico. E quel mago della politica delle frottole finì male assai. Era il 1945.

Minoranze aggredite

Il nome di questo signore, se mai Parker e i padroni del «Corriere» vogliono, forse con un piccolo sforzo di memoria potrebbero ricordarselo loro. Ma mettiamo da parte gli scherzi e guardiamo con serietà alla faccenda. Il signor Parker e i padroni del «Corriere» sciocchi non sono. Lo hanno fiutato, è vero: vogliamo buone notizie. E, per averle, in molti stiamo capendo che dobbiamo dare una mano anzitutto a produrre i fatti che siano buone notizie. Poi, dobbiamo dare una mano a quei giornalisti seri (e il «Corriere» ne è pieno, e così i giornali americani) i quali sanno appoggiare con la seria informazione critica i processi e le lotte attraverso cui maturano i fatti positivi.

È con questo spirito che, stavolta, queste note sul plurilinguismo e le minoranze linguistiche interrompono la serie delle loro considerazioni di solito non ottimistiche. Non dimentichiamo i torti patiti dai nostri sloveni, i paesi neogreci e albanesi abbandonati, i brettoni trattati come sudicioni, in ostri emigrati, e quelli greci, turchi, arabi, trattati brutalmente dall’Europa che si vanta più «civile» di noi, ed è questurina e carabinieresca come e fin peggio di noi. Non dimentichiamo l’odio ottuso e cieco per tutto ciò che sa di diverso che anima sbirri e burocrati di tanti Stati contro tante minoranze linguistiche, ed esplode, dove i fascisti girano a piede libero, come in Spagna, in atti atroci di persecuzione, tortura, assassinio.

Non dimenticihamo tutto questo. E continueremo (se Dio vuole) a parlarne. Ma diamo anche noi il nostro modesto contributo a dire che non tutto è fango e perdizione, che, lottando, qualche cosa di meglio si strappa, si ottiene, si difende.

Insomma, diamo anche noi la nostra buona notizia.

Il 25 marzo scorso la commissione giustizia del Senato ha finalmente approvato la delega legislativa al governo per l’emanazione del nuovo codice di procedura penale, dopo che nel gennaio scorso il testo era stato approvato dalla Camera dei deputati. Forse la notizia meritava più spazio di quanto non abbia avuto. Lasciamo ai giuristi di commentare l’insieme, che segna un passo avanti rispetto alle veccihe norme. Un punto in particolare ci interessa, e vogliamo mettere in evidenza.

Discorso teorico

È il punto 83 dell’articolo 2 del testo di delega approvato dal Senato. Tra i nuovi diritti riconosciuti all’imputato, si sancisce anche l’obbligo di rispettarne la madrelingua, pur se diversa dall’italiano. più precisamente il testo così dice:

«Obbligo di esaminare ed interrogare gli appartenenti a una minoranza linguistica nella loro madrelingua e di redigere i verbali in tale lingua, fermi restando gli altri diritti particolari all’uso della lingua derivanti da leggi speciali dello Stato ovvero da convenzioni o accordi internazionali ratificati».

Il testo del vecchio codice di procedura penale, che entro due anni dovrà essere sostituito dal nuovo (e bisognerà state attenti che ciò davvero avvenga) era di tutt’altro orientamento. Nel tristo articolo 137 si legge:

«Tutti gli atti del procedimento penale devono essere compiuti in lingua italiana a pena di nullità. Le persone che sanno esprimersi in lingua italiana sono obbligate a servirsi di questa nel rendere le loro dichiarazioni o deposizioni. Il rifiuto di esprimersi in lingua italiana da parte di persone che la conosca e la falsa attestazione di ignorarla sono puniti con la ammenda (), salve le maggiori pene quando il fatto costituisce un più grave reato».

Così avrà fine l’imposizione dell’italiano a termini di legge, cioè a termini di prevaricazione di giudice e sberla, o peggio, di poliziotto.

E se nobili spiriti patriottici davvero bramano che la lingua del sia nota a tutti i cittadini (e anche noi, e davvero, lo vogliamo), ci si deciderà a costruire scuole, a pagare insegnanti, a creare centri di lettura e di cultura.

Ecco, dunque, un piccolo passo in una direzione buona, giusta, di rispetto effettivo di quelle minoranze di cui invano, per tanti aspetti, la Costituzione repubblicana invoca la tutela.

A questi discorsi qualcuno muove obiezioni che vogliono essere «da sinistra». Ma come!, dice qualcuno, come!, ci si preoccupa di poche migliaia di zingari, di neogreci, di sloveni: e le centinaia di migliaia di baraccati? E i disoccupati?

L’obiezione non par giusta. Smascherando e combattendo la politica repressiva contro le minoranze, combattiamo quell’odio per il diverso, quell’intolleranza per l’autonomia organica di altri che è alla radice anche dell’oppressione di classe, dei meccanismi che oggi, in questa società, creano anche baraccati e disoccupati. La battaglia è, insomma, unica.

E poi l’internazionalismo non può, non deve significare operai standardizzati e identici dappertutto. Il motto è: «proletari, unitevi!» e non «diventati tutti identici, calpestate le vostre tradizioni!». Questa sarà l’internazionalismo dei marines, delle multinazionali, di Kassinger. Non il nostro, del movimento democratico e socialista.

Ma, con ciò, torniamo al discorso teorico che converrà riprendere più distesamente.


Download XMLDownload textParagraph viewSentence view