Text view

VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 25 novembre 1961

Dischi orari

Le recenti discussioni sulla legittimità dell’imposizione del disco orario da parte delle amministrazioni comunali hanno portato a galla anche una forma sbagliata, i «dischi-orario». Evidentemente orario può essere sia aggettivo sia sostantivo, ma in questo caso la locuzione disco orario voleva indicare il disco «che serve a misurare le ore» (anzi, di solito, un’ora). Ma il popolo che conosce poco e male orario come aggettivo, e a cui invece sono familiari gli orari delle ferrovie e simili, intese la locuzione come «disco che indica l’orario», da cui il plurale dischi-orario.

La stessa cosa, del resto, era avvenuta anni fa a Roma, quando l’azienda tranviaria aveva messo in vigore biglietti che avevano la durata di un’ora: mentre il nome ufficiale era biglietti orari, le persone meno colte parlavano di biglietti-orario o di biglietti a orario.

E altri fraintendimenti analoghi sono dovuti alla stessa causa: l’uso fatto dalla burocrazia di un vocabolo poco intelligibile perché troppo dotto. Nella Trieste asburgica il molo che era stato anticamente battezzato con l’epiteto di molo Giuseppino era chiamato dal popolo molo Giuseppina, perché l’aggettivo Giuseppino era troppo dotto per essere inteso.

Tornando al disco orario, se dobbiamo adoperarlo al plurale diciamo dischi orari (come diciamo fusi orari) e non dischi-orario.

Pennichella

Un paio di volte, a pochi giorni di distanza, il «Corriere» ha adoperato la parola pennichella; e qualche lettore, dopo aver cercato invano nei vocabolari correnti, me ne chiede notizia. È vero che bastava guardare nel Dizionario moderno del Panzini o nel Vocabolario romanesco del Chiappini per trovare risposta al quesito, e apprendere che pennichella vuol dire a Roma «pisolino» e che ha origine dal verbo pendere: si allude cioè alla testa di uno che, facendo la siesta seduto, la lascia pendere di qua o di . L’immagine stessa, del resto, quantunque non immediatamente perspicua, sta a fondamento di appisolarsi, pisolino ecc.: si tratta di derivati dell’aggettivo latino pensilis.

Fare un pisolino è insomma identico, sia per il significato, sia per l’etimologia sia per la connotazione affettivamente scherzosa, a fare una pennichella.

Si ha dunque il diritto di adoperare l’espressione romanesca in luogo di quella toscana? Problema che si affacciava già qualche secolo fa, che l’avvento di Roma capitale ha reso più vivo, e che ora la letteratura dialettaleggiante e il cinema colorito romanesco hanno reso addirittura scottante. Secondo me, i dialettalismi sono senz’altro accettabili in quanto indichino oggetti peculiari di un luogo: le staccionate dell’Agro romano non avevano un termine corrispondente in lingua, e si è fatto bene a chiamarle così. L’autore d’un copione teatrale o cinematografico può essere indotto a adoperare qualche parola dialettale per «color locale»: un popolano romanesco che parli di scucchia invece che di bazza nel senso di «mento allungato» o di pennichella anziché di pisolino avrà una certa giustificazione. Ma non altrettanto giustificato riterrei un romanziere che adoperasse queste parole non mettendole in bocca si suoi personaggi bensì scrivendole in persona propria. In ambedue le coppie di parole non vedo diversità di connotazione: pisolino e bazza non sono più sentiti come toscanismi, ma hanno acquistato un loro legittimo posto nel lessico comune a tutta la nazione: e aumentare quella che il Manzoni chiamava la «funesta ricchezza» della nostra lingua certamente non le giova.

Féerique

Trovare l’esatta traduzione di un vocabolo forestiero è alle volte cosa facile e ovvia; altre volte si deve a un felice intuito, che può tardare qualche decennio a manifestarsi.

Quando Giovanni Rajberti, il medico-scrittore caro non soltanto ai milanesi, descrisse nel 1857 in chiave umoristica nel suo Viaggio di un ignorante le avventure di un viaggio a Parigi, si trovò alle prese con un aggettivo relativamente nuovo, perché nato poco più di vent’anni prima, féerique: e si rassegnò a dichiararlo intraducibile: «uno spettacolo féerique: parola che non si può adeguatamente tradurre, perché fu inventata dai parigini per la sola Parigi».

Parola parigina in questo senso: dal vecchio significato di féerie «mondo fantastico in cui regnano le fate» (che già nel Settecento il Salvini aveva tentato di tradurre con fateria) si era svolto in età romantica a Parigi un significato nuovo: quello di spettacolo teatrale in cui apparivano in scena fate, maghi e simili; e poco dopo se n’era tratto l’aggettivo féerique. I vocabolari bilingui dell’ultimo Ottocento (come il Ghiotti maggiore) non sanno tradurlo che con magico, incantevole, mirabilmente bello, cioè si fermano al pressappoco.

E ancora qualche anno fa Bruno Barilli non seppe far meglio che adattare la parola feerico: assai male, perché chi legge il vocabolario senza conoscere quello francese, non è in grado di capirlo.

Ma intanto era sorto in italiano l’aggettivo fiabesco (che mancava ancora al Tommaseo e al Petrocchi): Eugenio Checchi (Tom) parlava nel 1920 di un «giardino fiabesco». E a qualcuno venne in mente che féerie è uno spettacolo di fare, uno spettacolo da fiaba, la corrispondenza tra féerique e fiabesco è quasi perfetta.

Anche fantasmagorico può andare abbastanza bene per rendere féerique, ma senza che si alluda altrettanto nettamente alle fate o alle fiabe: basti ricordare che il nome di fantasmagoria fu coniato a Londra nel 1802 per indicare uno spettacolo di illusioni ottiche prodotto per mezzo di una specie di lanterna magica.

Bruno Migliorini


Download XMLDownload textParagraph viewSentence view