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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 24 gennaio 1961
NewspaperCorriere della sera
Publication placeMilano
Publication countryItalia
Page3
Column8

Ancora degli accenti

Dicevamo un’altra volta che l’accentare le parole italiane sdrucciole e bisdrucciole e in modo speciale i cognomi e i toponimi sarebbe cosa desiderabile, ma molto meno semplice di quel che sembra a prima vista. Anche più difficile sarebbe applicare un’analoga regola alle parole straniere.

C’è anzitutto una ragione generale, e cioè che l’accento grafico (o la mancanza di esso) per alcune lingue è una precisa norma ortografica. Se schiviamo Màdrid o Ferrèr in luogo di Madrid e Ferrer, diamo un consiglio utile al lettore italiano, ma veniamo meno alle norme della grafia spagnola. E fin qui il male non sarebbe tanto grave, perché l’accento grafico spagnolo indica come il nostro la posa della voce.

Per il francese non c’è bisogno, naturalmente, di aggiungere accenti tonici, perché tutti sanno che la posa della voce cade sull’ultima vocale della parola, salvo che sulla e finale: ma il valore che gli accenti acuti e gravi hanno in quella lingua sono del tutto diversi da quelli che hanno gli accenti italiani, mirando specialmente ad indicare i diversi valori della vocale e. qualche tempo fa alla radio un annunciatore lesse il nome dell’eccentrica amica di Leopoldo II, Cléo de Mérode, anziché correttamente alla francese, cioè con l’accento sui due o, erroneamente con l’accento sui due e: come se qualcuno gli avesse preparato il testo «all’italiana», per agevolargli la lettura.

Gravi teoricamente (ma molto meno gravi in pratica, perché nell’uso giornalistico gli accenti spesso spariscono) sono anche i problemi concernenti i nomi cèchi e ungheresi, perché nell’ortografia di quelle lingue gli accenti indicano un’altra cosa ancora: non la posa della voce, non il timbro delle e, ma la lunghezza delle vocali.

Insomma, aggiungiamo gli accenti , dove possiamo; ma ricordiamoci che in conseguenza dell’abitudine di riprodurre la grafia e non la pronuncia dei nomi stranieri, per questi l’espediente può essere solo parziale e approssimativo.

Kennedy

Sono passati i tempi dell’«onomatomanzia», che cercava di trarre dai nomi presagi sul carattere della persona: ma rimane viva la curiosità etimologica. E se in Eisenhower è facile (ricordando l’ascendenza svizzero-tedesca del generale) riconoscere un «batti-ferro», se per Nixon è ovvio che si tratta di un Nick-son cioè «figlio di Nicola» (come i nostri Colini, Coletti o Colussi), per Kennedy l’interpretazione è meno facile. Infatti il cognome, come è noto, è di origine irlandese, e ben pochi sono i competenti nella difficile lingua irlandese: tanto più che bisogna ricorrere alla fasi più antiche, perché la parola non è più intelligibile nella lingua moderna.

La forma più antica era Cennétig, Ceinnéidigh, che vuol dire «brutta testa». Strana etimologia del cognome di uno che ha certo guadagnato molti voti per la sua faccia simpatica!

Invece, malgrado le apparenze, il cognome Kennedy non ha nulla a che fare con il prenome Kenneth, che fu portato dai primi re scozzesi nel nono secolo, ed ora è piuttosto frequente in Inghilterra e negli Stati Uniti, nelle famiglie di origine scozzese.

Nostalgia

Abbiamo letto qualche tempo fa di un operaio di Cosenza trasportato da Norimberga a Napoli in aereo perché s’era ammalato di nostalgia.

La cosa può fare un po’ di meraviglia ora che nell’uso corrente la parola indica un sentimento che può essere forte ma non lacerante (oltre all’uso politico di nostalgico per i fautori di un regime tramontato).

Eppure il nome nella sua prima origine voleva proprio indicare una malattia. Lo coniò un alsaziano di Mulhouse Johannes Hofer: come argomento della sua tesi di laurea, sostenuta a Basilea nel 1688, il futuro medico aveva scelto quella malattia che coglieva non di rado gli svizzeri durante il loro servizio militare in eserciti stranieri. Nella tesi latina il nome popolare di Heimweh («dolore, male della patria») sembrò al laureando o ai suoi maestri troppo solenne, ed egli pensò bene di fare quel che spessissimo si fa nel completare la terminologia medica: lo tradusse in greco. Anzi, esitò un poco e propose ben tre nomi composti: nostomania, philopatridomania, e nostalgia, preferendo infine quest’ultima forma (da nostos ritorno, e algos dolore) nel titolo della dissertazione.

Così, per quasi due secoli i medici inclusero nei loro trattati la descrizione dei sintomi della malattia identificata dal medico alsaziano. Le persone che ne erano còlte si facevano man mano mute, svogliate, nemiche della compagnia: e senza un pronto cambiamento di aria c’era persino chi ne moriva.

E non solo il Tommaseo, ma ancora il Petrocchi (alla fine, dunque, del secolo scorso) consideravano nostalgia e nostalgico come termini di medicina.

Ma intanto gli scrittori si erano impadroniti del vocabolo (nel 1874 il Carducci intitolava Nostalgia un poemetto delle Rime nuove); e col divulgarsi di esso l’idea di malattia e quella di ritorno sfumarono in quelle di una vaga malinconia e un tenue rimpianto.

Non tanto, tuttavia, che la parola non possa talvolta riprendere il suo preciso significato originario.

Bruno Migliorni


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